I Miei Migliori Complimenti – Intervista a Walter Ferrari

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Credit: Martina Maresca

Una schietta chiacchierata su cosa significhi essere un emergente nel mondo indie italiano.

Con grande piacere abbiamo incontrato Walter Ferrari, autore de I Miei Migliori Complimenti, ancora sudato dopo la performance sul palco di Largo Venue a Roma. Il musicista milanese ha dimostrato con questo live un’intraprendenza ed una sicurezza da artista navigato. Ne abbiamo approfittato quindi per un onesto scambio di pareri sulla scena indie italiana.

Com’è andato il concerto di stasera?

Io sono stato iper contento della serata. L’atmosfera c’era, il sound era quello giusto, non abbiamo sbagliato praticamente niente. Ad un certo punto del live dovevamo offrire delle birrette al pubblico e brindare con loro ma, presi dall’euforia generale, ce ne siamo dimenticati.

Quando hai iniziato a scrivere musica e produrre?

Ne è passato di tempo. Io prima rappavo, eravamo in due, poi ci siamo divisi. Faccio musica da quando avevo 13 anni. Ho iniziato questo progetto de I Miei Migliori Complimenti quasi per gioco, in principio concependolo come un vanity project, ma ora si è evoluto in qualcosa di più serio.

Per quale motivo con il tempo sei passato dal rap al pop?

Probabilmente perché sono romantico.

In quali momenti della giornata scrivi e, soprattutto, in che mood sei quando prendi la penna in mano?

Tendenzialmente scrivo di notte. Non saprei spiegarne il motivo. Non c’è una routine specifica. Generalmente quando sono preso male. Magari per qualche ragazza, magari con l’hangover del giorno dopo.

Nel tuo processo creativo nasce prima il testo o la produzione?

Per quanto mi riguarda parte tutto dal testo. E’ lo scheletro sul quale costruisco tutto. Saprei ad esempio dirti già come si chiamerà la mia prossima canzone, ma non ho idea di come potrebbe suonare.

Ad oggi qual è il tuo rapporto con la critica?

La critica ci sta, fa parte del gioco. La cosa brutta, la cosa che mi da fastidio, è che ultimamente queste critiche arrivino più dagli “addetti ai lavori” che dai normali fruitori. Per i rapper per esempio la critica arriva dal pubblico. Il mio è un progetto che viene recepito a vari livelli, alle volte come una roba per ragazzi, ed andrebbe anche bene così magari, ma poi rimane il rischio che la profondità di alcuni versi e momenti non venga colta. Diciamo che per ora non esiste un vero e proprio hater de I Miei Migliori Complimenti e questo mi pesa. Sarebbe fico averlo, perché se c’è qualcuno che ne parla male vuol dire che stai facendo qualcosa di giusto.

Credit to: Martina Maresca

Sei laureato alla Bocconi. Come riesci a conciliare la carriera con la musica?

Io non faccio musica per vivere, sono un free lance, faccio digital marketing, pubblicità online. Ho creato la mia realtà che si chiama Digitale 2000 che comprende anche l’etichetta. Porto a casa lo stipendio così.

Quanto conta la qualità artistica rispetto alla sponsorizzazione nella realtà di un emergente?

Io dico sempre che devi mettere davanti la strategia e la creatività. Poi devi saperti promuovere. Però è vero che ci sono artisti che non fanno un cazzo e pensano di andar su soltanto con una campagna pubblicitaria.

Paga questa strategia di fare tanti singoli e live senza prima uscire con un disco completo?

Chiedi a Frah Quintale.

Nel momento in cui non sei nessuno e decidi di lanciarti, quali sensazioni si provano?

Ognuno la vive in maniera propria. Per me è stata quasi una necessità fisica. Sicuramente avevo questa cosa sul groppone e la volevo tirar fuori. Sono queste le sensazioni che hanno permesso la creazione di Le disavventure amorose di Walter e Carolina. Sono pensieri intimi, momenti vissuti che volevo comunicare e ricordare a lei. Considera che ci ha messo due anni ad avere un riscontro con il pubblico.

La gavetta è importante per formarsi o alla fine sono tutte meteore quelle che emergono in questa nuova realtà indie?

La gavetta paga sempre. Io al liceo prendevo la corriera e partivo. Andavamo nei locali fuori Milano a fare contest. Anche di domenica e la mattina del lunedì eravamo di nuovo sui banchi di scuola. Ne avrò fatti a decine di live. Alla fine se sei strutturato e segui un percorso serio vieni ripagato.

Autoproduzione o etichetta?

Io voglio autoprodurmi. Mi piacerebbe anche una svolta da produttore in futuro, ma non è facile. Servono tempo e soldi. E’ anche e soprattutto per questo che molti giovani si appoggiano alle etichette.

Credit to: Martina Maresca

Riguardo il panorama indie, meglio Roma o Milano?

A Milano l’indie ha qualche difficoltà ad emergere, salvo poche eccezioni. Nasce tutto qua, l’indie nasce a Roma. A Milano funziona meno, nonostante magari offra maggiori potenzialità e trampolini migliori.

Quanto è importante Milano e la sua territorialità nel tuo lavoro?

Per me tanto. Gattullo, il Rocket, il tram. La vita a Milano è il centro dei miei versi e del mio universo artistico.

Hai seguito la vicenda del 1° maggio? Non ti fa strano vedere Sfera Ebbasta su quel palco così storicamente impegnativo?

Secondo me ci sta, va bene così. Non possiamo essere retrogradi, dobbiamo stare al passo con i tempi. Non andremo mai avanti se continuiamo a guardarci indietro. Ogni periodo storico ha le sue peculiarità.

I contenuti contano tanto quanto la commerciabilità. Da artista, ascoltando altri emergenti, ti capita di sentirti preso in giro? Di capire quando uno non abbia voglia di trasmettere ma solo di sfondare?

Ma si, è pieno di gente che fa marchette. La musica la possono scrivere tutti, ma quando ascolti qualcuno che ci mette l’anima lo capisci. E’ una sensazione di pelle.

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