I Dossier della Scimmia: Chris Kyle

Il Chris Kyle di Clint Eastwood, interpretato da Bradley Cooper in American Sniper, è il protagonista della nuova analisi settimanale della Scimmia.

Chris Kyle

Chris Kyle

Nome: Chris Kyle

Film: American Sniper

Residenza: Soprattutto Iraq

Professione: Cecchino degli U.S. Navy SEAL

Frasi Celebri: “I was just protecting my guys, they were trying to kill our soldiers and I… I’m willing to meet my Creator and answer for every shot that I took

A quattro anni dalla sua uscita, la Scimmia torna sul Chris Kyle di American Sniper, pellicola firmata Clint Eastwood che destò non poche polemiche.

La trama è tratta da American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History” di Chris Kyle, il Navy SEAL passato alla storia come il cecchino più letale d’America.

L’orrore della guerra passa qui attraverso il mirino del cecchino e l’obiettivo della macchina da presa per mostrarci le follie umane.

Kyle, partito per l’Iraq quattro volte nell’arco di sei anni, è passato alla storia per le 255 uccisioni sul suo curriculum. Malgrado il tanto, tanto patriottismo, il soldato non ha ricevuto dalla patria la stessa fedeltà da lui giurata.

Tornato nei suoi amati Stati Uniti, fu un veterano affetto da problemi da stress post traumatico a ucciderlo in un poligono da tiro nel 2013. Un destino paradossale che chiuse un circolo fatale di “caccia al cattivo”.

Dio, patria e famiglia

Non necessariamente in questo ordine, sono questi tre valori a muovere il monolitico Chris Kyle di American Sniper, interpretato da un enorme Bradley Cooper. Qui anche nel ruolo di produttore, Cooper ha messo su 30kg per entrare nella parte, e di certo ha interpretato con maestria l’elementare natura del personaggio.

Per quanto riguarda Dio, Kyle è pronto ad incontrarlo e a rispondere di ogni singolo sparo. Del suo rapporto con la religione non apprendiamo molto, eccetto per la Bibbia che porta sempre con sé, ma qualcosa suggerisce che sia un indottrinamento nato e cresciuto assieme a quello patriottico, come fossero due facce della stessa medaglia.

Chris Kyle

Sulla famiglia, di cui Kyle si sente il cane pastore tanto quanto dell’America, non traspare nulla di interessante.

Il rapporto alquanto piatto con la moglie Taya (una Sienna Miller decisamente sotto le righe) non riesce a dare avvio ad alcuna considerazione di spessore e in generale il loro rapporto sembra finto come il bambolotto che dovrebbe essere la figlia appena nata.

Dei tre cardini della sua vita, è certamente con la patria che il Chris Kyle di Eastwood ha più frequenti rapporti, quantomeno con i suoi ideali di bontà e fratellanza.

Dall’alto dei tetti da cui spara, questo SEAL letale è immerso nella più bassa e abietta visione del mondo.

Eastwood dipinge un militare che definisce l’uccidere i nemici “fun”, mentre gli Iraqueni solo dei “bad guys”, selvaggi le cui vite non sono neppure paragonabili ad un qualunque americano.

Nella mente dell’ American sniper, emerge una distinzione del mondo netta, piatta e priva di sfumature: bianco e nero, bene e male, eroici Stati Uniti e vili, fanatici iracheni, e la ferma, incrollabile convinzione di uccidere per il bene del paese migliore del mondo.

A dominare Kyle è la lex talionis.

“Bisogna uccidere i fanatici musulmani perché loro hanno fatto crollare le Torri Gemelle e vogliono renderci tutti schiavi”.

Un riduzionismo spiccio, di quello che piace al popolino in cerca di un colpevole immediato.

Eastwood ci presenta un essere quasi primordiale, le cui azioni sono conseguenza di un forte dovere morale nei confronti della grande nazione America.

Il tutto è però condotto senza ragionamento critico, senza riflessioni complesse: a dominare è solo una cieca obbedienza al regime patriottico.

Nel mondo di Chirs Kyle non vi è posto per altro che non sia la patria, ma intesa in maniera più ideologica che concreta. D’altronde quando, tra una missione e l’altra, torna dalla famiglia, non è mai veramente presente e il suo pensiero torna sempre alla guerra non combattuta.

Un uomo insomma, quasi disumanizzato dal sistema in cui è immerso, che alla domanda dello psicologo circa l’essere dispiaciuto per quanti ha ucciso, risponde che il suo unico rimpianto è di non essere riuscito a salvare più Marines.

Chris Kyle

È facile capire il personaggio a tratti primitivo del Chris Kyle di American Sniper, meno facile è comprendere le ragioni che hanno condotto Eastwood a girare un film su questo personaggio. Provocazione? Allineamento ideologico?

Ben noto è lo spirito repubblicano del regista di Gran Torino e non possiamo condannarlo in toto per ciò, ma la domanda sorge spontanea: questo film era necessario?

Era necessario addentrarsi nell’ideologia dura e pura di una verità storica spesso mistificata e dimenticata in certe sue parti per salvaguardare l’immagine della grandiosa America?

Era necessario rendere omaggio in questo modo ad un soldato che non dava alcun peso alle vite che strappava, un soldato che in ultima analisi fu vittima del suo stesso paese, ideologicamente e poi materialmente?

Forse no.

D’altronde è di un film americano (e repubblicano) che stiamo parlando e che solo negli Stati Uniti avrebbe potuto trovare un consenso tanto ampio, con 100 milioni di dollari incassati solo nel primo weekend.

Malgrado alcune scene di battaglia di alto livello tecnico e il direttore della fotografia Premio Oscar Tom Stern, bravo nell’immortalare i sabbiosi paesaggi iracheni, American Sniper è un film chiuso, claustrofobico, che ristagna nella propagande bellica più abietta e che proprio non si riesce a leggere nei termini di una denuncia.

American Sniper è un film quasi pericoloso nella sua banalità ideologica.

American Sniper è un film che può sì essere guardato per comprendere l’assurdità della guerra, ma che può essere altresì letto come incoraggiamento per tante menti deboli, vittime di un’idea di patria radicale e priva di coscienza.

Perché in una società che si basa sul predominio dell’altro e che trova consensi sull’onda emotiva di masse ignoranti, ignoranti perché ben tenute lontane dalla realtà dei fatti, narrare la vicenda di un uomo che vede il mondo come un livello di GTA, è un messaggio sbagliato e potenzialmente letale come il cecchino Kyle.