Profumo di donna recensione del film di Dino Risi

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Profumo di donna recensione

Profumo di donna si inserisce all’interno della filmografia di Dino Risi, regista distintosi per un gusto verso un umorismo piuttosto cinico.

Risi colloca le proprie opere all’interno di un discorso teso a dar voce ai disperati e disillusi. Con Risi la commedia all’italiana si tinge di tristezza e angoscia, confortando tuttavia lo spettatore con lieto fini romantici. Il genere comico, sperimentato dal regista milanese, raggiunge quella qualità tale da renderlo un filone cinematografico agrodolce. Sono pellicole, quelle appartenente a questa tendenza, caratterizzate da un certo struggimento oltre la risata. Riuscendo a operare una forma di spettacolo capace di parlare a più pubblici, ottenendo un enorme successo nazionale e internazionale. Maestri del cinema come Risi, Monicelli e altri hanno contribuito a dare adito a tale genere propriamente italiano ribadendo l’indiscussa popolarità del cinema italiano a livello mondiale.

Profumo di donna recensione

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“Profumo di donna” del 1974 ne è propriamente un esempio.

Tanto da aver avuto un enorme successo di pubblico e di critica ai tempi. Ed essere stato oggetto di remake nel 1992 ad opera di Martin Brest, con la collaborazione di Al Pacino a vestire i panni del protagonista.  “Profumo di donna” è anche, dopo “Il sorpasso”, il miglior esempio del cinema risiano, nonché la migliore collaborazione del regista con l’attore Vittorio Gassman. Sulla cui straordinaria interpretazione si poggia quasi interamente il film. Gassman ricevette, giustamente, il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes del 1975.

Gassman veste i panni di Fausto Consolo, capitano dell’esercito italiano ormai in pensione. A causa di un incidente, ha perso l’uso della vista e la mano sinistra. Risi rende il suo personaggio in maniera assai nervosa ed incisiva. Un uomo corroso nell’animo dalla frustrazione dovuta alla sua cecità e al senso di pietà che gli viene trasmesso dalle persone attorno a lui. Un uomo che con cattiveria cerca attraverso ogni pretesto una possibilità di riscatto verso il mondo. La satira della pellicola allora assumi toni piuttosto acri e desolanti. Lo spettatore è in grado di percepire tutta la sofferenza e il dolore taciuto di un uomo che cerca di lottare con il proprio disagio. La cui caratteristica peggiore è l’impossibilità di poter vedere e ammirare la bellezza dei corpi femminili.

“Cosa credi? Che io soffra perché non posso più vedere i tramonti, o la cupola di San Pietro?! Il sesso! Le cosce! Due belle chiappe, ecco la sola religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo! Hai capito?! La fica!” 

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Per sopperire a tale sofferenza il capitano Consolo decide di recarsi in viaggio verso Napoli, a trovare l’amico anche egli non vedente, Vincenzo. Ad accompagnarlo in questa sua avventura è la giovane recluta Giovanni Bertazzi, assegnato alla sua persona durante un premio di licenza. Un confronto-scontro vissuto con molto conflitto tra i due compagni di viaggio. Il primo insolentente, il secondo insofferente agli atteggiamenti del capitano. Non mancano, tuttavia, momenti di ilarità e di distensione. Dovuti propriamente al rapporto tra i due personaggi maschili. Il giovane Bertazzi funge da spalle comica, sua malgrado vittima di un destino beffardo. Costretto a sopportare le angherie del capitano.  Il quale, stesso, con le varie smorfie e l’acidità che lo caratterizza, si contraddistingue come personaggio in bilico tra commedia e dramma.

Genova e Roma sono tappe di questo fatidico viaggio sia su un piano concreto che apparentemente simbolico. Le soste nelle due città diventano momenti significativi se inquadrati all’interno dell’ottica deterministica del viaggio. Il cui scopo è quello di giungere a Napoli e compiere un atto di suicidio congiunto con l’amico Vincenzo. Allora si potranno ben considerare le tappe del viaggio come simboli dell’accettazione e consolazione nel tragitto verso la morte. A Genova il capitano Consolo decide di avere il suo ultimo rapporto sessuale con una donna, una prostituta. Mentre a Roma cerca la benedizione del cugino prete, per ottenere assoluzione spiritualmente per il peccato che sa di dover commettere.

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Giunto a Napoli, il capitano ritroverà la giovane Sara, innamorata dell’uomo in maniera non corrisposta. Anche qui si evince una nota dolente nel racconto. La non corrispondenza d’amore è dovuta ancora alla frustrazione del protagonista, che non vuole condannare la giovane donna ad un amaro destino in sua compagnia. Al quale tuttavia cederà a seguito del fallimento del tentato suicidio. Il capitano Consolo, sconvolto per l’accaduta raggiunge la piena consapevolezza della sua condizione, accettandola.

Come preannunciato, il cinema di Risi si conclude ancora con un tipico lieto fine. Caratterizzato tuttavia da una natura agrodolce. Seppure il film si concluda bene, lascia nello spettatore quel gusto amaro in bocca, come si suole dire. 

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