Antiporno, la recensione del film di Sion Sono

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Antiporno recensione

Cos’è AntipornoAntiporno è un grido, un affronto alla società nipponica falsamente benpensante. Una facciata di falso moralismo dietro la quale si cela il degrado etico di una nazione che ha perso il controllo di  stessa.

Successivamente gli anni della seconda guerra mondiale, l’occupazione americana del paese segnò un punto di svolta, se non di rottura con il passato e la tradizione. La democratizzazione che ne conseguì generò una liberalizzazione dei costumi. Prese avvio uno straordinario progresso economico e tecnologico.

Tuttavia l’influenza occidentale si manifestò anche nella volontà di esplorazione di una sessualità repressa. Un desiderio nascosto che emerse con tale forza fino a raggiungere la più sfrenata depravazione, limitata costantemente da norme e legislazioni governative. Si sviluppò, in tal modo, attorno gli anni ’60 e ’70 del Novecento, un macro-genere cinematografico espressione di quel desiderio dapprima latente e ora palesato. Designato con il termine “Pinku eiga“, si riferisce a qualsiasi tipo di pellicola che presenti nudità o sia inerente la  sfera sessuale. 

Antiporno vuole essere un revival, un omaggio a quel filone cinematografico.

Sion Sono riporta in auge, in particolare, il Roman Porno, pellicole soft-core dagli indiscutibili meriti artistici, che vanno oltre la mera pornografia. Antiporno è la celebrazione di quel ritrovato desiderio sessuale spinto fino all’estremo che si fa mezzo per una denuncia critica dello stesso. L’impostazione di tipo quasi teatrale permette a Sono di interagire con lo spettatore attraverso la protagonista Kyokoalter ego del regista.

Tramite lei e con la sua voce Sono si lancia in un monologo, dalle caratteristiche appunto teatrali. La messa in scena, di fatto, ricorda quella del genere Kammerspiel, propria della cinematografia tedesca di inizio secolo. L’ambientazione si concentra principalmente in un unico spazio circoscritto. L’azione si svolge quasi interamente in una stanza dalle proprietà cromatiche assai accentuate e in contrasto. Tanto da rendere l’immagine filmica di grande fascino e suggestione. La fotografia, curata scrupolosamente, si rivela di forte impatto visivo. Una delle qualità principali su cui poggia la pellicola.

I personaggi che sulla scena prendono vita e si muovono portano avanti proprio quel discorso di satira. 

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Sono punta a scuotere la coscienza dello spettatore e porlo di fronte alla consapevolezza dell’inganno e dell’illusorietà di una società fondata sulle apparenze.

L’opera stessa ruota attorno alla volontà di inganno, alterando la percezione del suo pubblico. Incapace di distinguere tra realtà e finzione. Dirottato su più linee interpretative dello spettacolo che si svolge sullo schermo. D’un tratto la pellicola rivela la propria natura cinematografica, smascherando la finzione che la contraddistingueva e con essa quella del mondo la cui critica è rivolta. Prende allora avvio un viaggio alla scoperta della coscienza di Kyoko tra finzione e realtà, tra sogno e ricordo. Il cui confine si fa tanto labile da impossibilitarne il riconoscimento effettivo.

L’intreccio del racconto si muove continuamente su più linee narrative, costantemente in bilico tra le varie dimensioni espressive. Lo spettatore è incapace di determinare la natura dello spettacolo cinematografico, se sia ancora film o un delirio della protagonista. Di fatto l’intreccio della pellicola è caratterizzato da visioni di un passato. Si percepisce l’evoluzione personale di Kyoko e di come l’intento genitoriale, ipocrita, di rendere aberrante la concezione della sessualità la induca a volerla liberare spasmodicamente. Per tale motivo decide di intraprendere la carriera pornografica, partecipando ad un provino per lo stesso film al quale il pubblico credeva di assistere.

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Ora la critica di Sono si fa più dura e chiara.

Egli intende colpire alle istituzioni del paese, tra le quali vi è la famiglia. In particolare il regista punta il dito all’ipocrisia familiare di cui le figure pernianti dei genitori, denaturalizzano il concetto di sesso. Portando le nuove generazioni ad un malsano desiderio di liberazione, che sfocia spesso nella volontà di stupro.

Propriamente Antiporno si schiera in difesa di una femminilità sottomessa e repressa dal peso schiacciante di una mascolinità dominante.

Soffocata e limitata, allora la donna vuole liberare sé stessa attraverso il proprio corpo. Un desiderio tuttavia, ancora piegato alla volontà maschile. Torna in mente un paragone posto in essere nei momenti iniziali. Tra la farfalla veramente libera e la lucertola rinchiusa in una bottiglia di vetro, ora troppo cresciuta e grande per uscirne. Potrebbe essere considerata a livello metaforico come la rappresentazione del discorso posto in essere dall’opera. Antiporno è quindi la celebrazione di quella tensione sessuale che ha condotto al proliferare della pornografia giapponese. Che più che in ogni altro paese e cultura è parte integrante e ne è espressione materiale.

Questo cinema, denominabile nuovo cinema giapponese, porta con  una carica tutta nuova di significati diventando l’emblema di una nazione. Di cui Sion Sono, insieme ad altri, è tra le massime personalità.  

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