La sottile linea rossa – recensione

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La sottile linea rossa – recensione

L’omonimo romanzo di James Jones, da cui Terrence Malick trasse il soggetto per la realizzazione del film, deve il titolo a sua volta al romanzo Tommy di Rudyard Kipling. Il racconto è inserito nella collezione Barrack-room Ballads. In esso “la sottile linea rossa di eroi” si riferisce alla fanteria britannica, caratterizzata dalle giubbe rosse delle divise militari. In particolare Kipling si riferisce alla battaglia di Balaclava del 1854, denominata appunto “la sottile linea rossa”.

“C’è una sottile linea rossa che separa il sano dal pazzo. C’è una sottile linea rossa che separa il paradiso dall’inferno, la vita dalla morte. C’è una sottile linea rossa che separa il bene dal male, la pace dalla guerra. O meglio, c’era una sottile linea rossa ed ora non c’è più.”

Allo stesso modo anche Jones si riferisce ad una battaglia particolare, nel suo racconto. La battaglia svoltasi sull’isola di Guadalancal nel 1942, sul fronte dell’oceano Pacifico durante la seconda guerra mondiale. Malick decide di raccontare quella stessa battaglia, con il suo personalissimo sguardo. Quindi traspone cinematograficamente il racconto di Jones.

Il regista crea un film di guerra del tutto atipico.

Si percepisce un senso di disorientamento, che destabilizza la percezione dello spettatore ne La sottile linea rossa. Come se lo sguardo registico di Malick non corrispondesse affatto agli eventi narrati messi in scena. Per citare Roger Ebert, sembra che gli attori stiano girando un film e il regista un altro. Per quanto la sceneggiatura concerni una narrazione bellica, l’atmosfera ricreata nella pellicola sembra a tratti quanto più lontano possibile da ciò.

Nella prima parte si ha la sensazione profonda di stare guardando uno spettacolo altro da quello di un film di guerra. Malick riesce ad infondere un senso di pace e distensione nello spettatore che ritrova davanti ai propri occhi immagini idilliache. Sullo schermo prende vita una natura pre-civilizzata, abitata da uomini, donne e bambini non ancora corrotti dalla società moderna. Testimoni di questo paradiso terrestre due soldati americani, che dimenticano la loro condizione di portatori di morte. Non più due soldati, ma due uomini che hanno ritrovato, ripristinandolo, il proprio rapporto con la natura e con una sorta di divinità. Una divinità insita in tutte le cose e in noi. Ed è questo che emerge dalle pellicole di Malick, un senso di divino. La macchina da presa concentra il proprio sguardo sulla natura, ma con una passione intima e delicata tale da esprimere la bellezza che è nel mondo.

Allo stesso tempo, Malick mostra anche la severità e la rigidità di questo Dio chiamato natura.

La severità è rappresentata attraverso le difficoltà nel combattere in luoghi incontaminati ed impervi. La rigidità è tutta racchiusa nell’eterno ciclo naturale, che nulla crea e nulla distrugge, tutto trasforma. Malick, abilmente, non usa parole per descrivere questo stato universale delle cose. Solo immagini e silenzio, questo inteso come cinguettio, scrosciare dell’acqua, vento tra le fronde. Pure quando il regista deve rappresentare l’ultima istanza del ciclo naturale, ovvero la morte, lo fa con delicatezza e senso di rinascita.

Ad esempio, la morte lenta e dolorosa di un soldato nel bel mezzo di una foresta tropicale viene intervallata dall’immagine di un ramarro in attesa della morte della sua preda. Morte sì, ma anche vita. Il ramarro continuerà il ciclo fino a quando non sarà lui la chiave di un nuovo rinnovamento, di una nuova trasformazione.

La presentazione delle caratteristiche della natura fa da contraltare al caos che sembra dominare l’uomo e la società che ha creato.

Non c’è severità nelle grandi azioni storiche umane, ma solo confusione e interconnessione di migliaia di variabili impazzite (per parafrasare Tolstoj). Non c’è rigidità, non ci sono cicli nella vita sociale dell’umanità, che crea e distrugge, difficilmente trasforma. La rappresentazione del conflitto di questi due mondi si esprime efficacemente nella vita del soldato semplice, immerso in un luogo incontaminato per conto di una società che quel mondo lo vuole solo distruggere. L’anima del soldato è divorata dai dubbi; quale padrone servire?

Alla fine del conflitto non ci sono realmente vincitori, la natura ne esce contaminata, i soldati distrutti dalla guerra e dalla consapevolezza di morire per nulla. A sovrastare le macerie resta solo quell’enorme sovrastruttura fagocitante che è la società umana. Persa nei suoi conflitti, incapace di vivere pacificamente col prossimo e con l’ambiente; in eterna lotta interna ed esterna.

“La sottile linea rossa”, in questo caso, si erge a metafora, come esempio di una condizione umana universale.

“Un uomo guarda un uccello morente e pensa che la vita non sia altro che dolore senza risposta, ma e’ la morte che ha l’ ultima parola, ride di lui. Un altro uomo vede lo stesso uccello e sente la gloria, sente nascere la gioia eterna dentro di sé”

Il dualismo, il conflitto, viene rappresentato anche dal dialogo tra Sean Penn (serg. Edward Welsh) e Jim Caviezel (soldato Witt), due personaggi agli antipodi, rappresentanti dei loro estremi. Abbastanza intelligenti da guardare in lontananza il proprio opposto per carpirne le motivazioni e le convinzioni. In un clima di tensione provocato dal tentativo di conversione che entrambi gli uomini promuovono sull’altro, il confronto rappresenterà l’avvio di un percorso di esplorazione. Coinvolgerà entrambi i soldati, che partendo da posizioni opposte, osservandosi e comunicando decidono di esplorare le idee dell’altro. Percorso che li porterà ad incontrarsi a metà strada. Nessuno dei due cede totalmente alle convinzioni dell’altro, ma entrambi decidono infine di accettarsi; dimostrando ciò attraverso la messa in atto di azioni lontane dalla loro natura, ma necessarie per completarli come uomini.

Sergente Edward Welsh: In questo mondo un uomo da solo non è niente. E non esiste un altro mondo, al di fuori di questo.

Soldato Witt: È qui che sbaglia, capo. Io l’ho visto un altro mondo. A volte penso solo di averlo immaginato.

Sergente Edward Welsh: Be’, allora hai visto cose che non vedrò mai.

Soldato Witt: Lei non si sente mai solo?

Sergente Edward Welsh: Solo in mezzo alla gente.

Il cinema di Malick pone maggiore attenzione alle modalità del racconto, piuttosto che il racconto stesso.

Ogni inquadratura, ogni scena diventa poesia estetica. Il regista si dimostra in grado di condividere con il pubblico le proprie emozioni che gli vengono suscitate da quello spettacolo naturale che egli decide di riprendere e immortalare sulle sue pellicole. La bellezza di una natura enfatizzata dalla scelta della colonna sonora, composta da Hans Zimmer, che si ripete per tutta la durata dell’opera. Una melodia che armonizza con il contesto visivo riprodotto sullo schermo. Una suggestione che permette allo spettatore di empatizzare con ogni singolo personaggio nella sua individualità e come parte di un cosmo più grande e universalizzante che costituisce la natura in sé.

Successivamente quegli stessi soldati americani vengono recuperati dalla loro compagnia e sottratti a quei luoghi ameni. Vengono catapultati nella realtà, nel loro mondo, torna la guerra. Ma è una guerra che si fa presenza astratta. Vi è un alone di guerra che avvolge ogni personaggio, nutrendo in essi una tensione palpabile. La battaglia sembra essere lontana da loro, ma quanto mai più vicina. Incombente sui loro capi, li consuma fino al delirio. E poi esplode. Lì, la guerra in tutta la sua ferocia. Ma ancora l’attenzione di Malick è lontana dal campo di battaglia.

Il suo è un cinema intimista e di introspezione

La guerra fa solo da cornice contestualizzante per operare una più profonda riflessione sulla natura umana e in senso più generale, sulle origini del male nel mondo. La pellicola attraverso i pensieri e le parole del personaggio del soldato Witt, in particolare, si domanda sulle dinamiche che hanno condotto l’uomo a nutrire sentimenti di avidità e desiderio di potere. Malick riflette sulla natura effimera della guerra, del male e dell’esistenza umana che nulla tange al mondo naturale. Una natura immortale, che si rigenera in eterno. Egli mostrando agli occhi dello spettatore la guerra sullo schermo non fa altro che condividere con lui i pensieri, le paure e le angosce dei soldati.

E quegli stessi pensieri vengono rappresentate da voci narranti fuori campo. Le immagini di violenza e atrocità sono alternate da flashback che riportano la memoria di alcuni personaggi ad un passato vicino. In cui l’atmosfera si più soffusa, pervasa da una luce calda e avvolgente. Sono ricordi in cui quegli stessi uomini si ritrovano per lasciarsi cullare da emozioni non dimenticate, ma costanti nelle loro esperienze.

La sottile linea rossa non è semplicemente un film di guerra, non del tutto.

È un’opera trascendentale che pone in essere una riflessione più profonda sul senso di divinità che interconnette ogni essere vivente con il mondo naturale che abita, e il mondo stesso. È un caso atipico di film bellico per un’ulteriore motivo. Generalmente il cinema di guerra è un cinema di anti-guerra, ponendo lo spettatore di fronte alla consapevolezza della negatività dell’esperienza bellica ma da un punto di vista dei vincitori. Il film di Malick non presenta vincitori, ma solo sconfitti. La pellicola va oltre la rappresentazione di un semplice aspetto di critica per operare un’universalizzazione del conflitto come razionalizzazione di una morte totale, oltre l’uomo, ma sugli uomini e la natura tutta. La sottile linea rossa è un film di guerra che fa della speculazione esistenzialista la sua arma più efficace. Capace di tratteggiare un ritratto lucido e profondo dell’individuo alle prese con le sue chimere più grandi: la natura e la società.

A cura di Aurelio Fattorusso e Luca Varriale

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