Borg McEnroe – Il tennis come metafora della vita

Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero)... ogni match è una vita in miniatura. (Andre Agassi)

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Borg McEnroe – Recensione

È il 5 luglio 1980: l’intero mondo del tennis è in fibrillazione per quella che sin dall’inizio del torneo di Wimbledon appariva una finale annunciata.
Stanno per scendere in campo i due migliori giocatori del mondo, in un’epoca considerata già da allora una vera golden age del panorama tennistico. Björn Borg e John McEnroe non potrebbero essere più diversi. Destro il primo, con un rovescio a due mani di potenza micidiale e un diritto così carico di effetto da sembrare irreale, irrealizzabile; mancino il secondo, dotato di angoli, di anticipi, di passanti non solo irrealizzabili, ma anche impensabili per qualsiasi altro giocatore dell’epoca. Atleticamente dirompente e capace di recuperi prodigiosi il primo; dal tocco vellutato, dagli attacchi a rete spregiudicati il secondo. Glaciale, imperturbabile come una statua di marmo il primo; iracondo, sfrontato, irriverente oltre ogni limite il secondo – verso avversari, arbitri, spettatori e chi più ne ha più ne metta

Ma chi erano, veramente, questi due giocatori? E perché la loro rivalità è così unica, tanto da poterci fare un film?

Borg McEnroe - Recensione

È da questa domanda, e da quel giorno, che parte il biopic (o il “duopic” sarebbe meglio dire) di Janus Metz. Sì, un duopic, e si perdoni il neologismo, perché infatti il titolo non è Borg vs McEnroe, ma Borg McEnroe. Non uno scontro, ma un’unione indissolubile. Impossibile comprenderne pienamente uno se non analizzato insieme all’altro. Ma da lì non arriva a parlare solamente di questa unione, e presto andremo a scoprire perché. Il taglio documentaristico che si desiderava avesse il film è subito palpabile. Non solo per i due giocatori, ricostruiti atleticamente e fisicamente in modo maniacale – in quest’ultimo punto il Borg di Sverrir Gudnason in modo un po’ più riuscito del McEnroe di Shia LaBeouf – ma anche per ciò che sta loro intorno. Gli spogliatoi, le interviste, le conferenze stampa, le chiamate in studio di campioni del passato come Arthur Ashe a presentare l’incontro. E la vita fuori dal campo non solo dei due protagonisti, ma anche dello sregolato Vitas Gerulaitis o dello storico compagno di doppio di McEnroe, Peter Fleming, tutto ricostruito come se dovesse essere un documentario in presa diretta. Una rappresentazione del reale, che immerge nel mondo vissuto dai due protagonisti e nel periodo storico che li vede non idoli sportivi. Che li vede rivoluzionari.

Già, perchè come la musica leggera ebbe i Beatles e i Rolling Stones, il calcio ebbe Johan Cruijff e la sua Olanda, il tennis dovette aspettare ancora qualche anno per trovare le sue rockstar. Ed è proprio così che vengono subito identificati nel film: delle rockstar. Tutti li cercano, tutti li vogliono, gli sponsor e le compagnie li vogliono per le loro campagne pubblicitarie, perché sono una fonte di visibilità come poche in quel periodo. Questa portata mondiale dello scontro era ben palpabile nella versione in lingua originale attraverso il suo poliglottismo, – i dialoghi tra Borg, il suo allenatore Lennart Bergelin e la sua fidanzata di allora Mariana Simionescu tutti in svedese ed il grande minestrone linguistico dei telecronisti nel corso del match – ma ciò è andato perduto nella versione italiana. Scelta forse più che comprensibile, vista la naturale trasposizione che avrebbe dovuto esserci tra inglese e italiano, e che avrebbe fatto inevitabilmente perdere quell’artificio di realismo anche dal punto di vista linguistico.

Ma com’è possibile, si potrebbe dire a questo punto, raccontare tutto questo attraverso un solo giorno? Attraverso una sola partita?

È impossibile. La partita viene solo annunciata all’inizio, evocata come un fine ultimo ineluttabile, una profezia delle Norne che attende i due combattenti, che profetizza il loro scontro di fronte al Tempio di Wimbledon, come Macbeth e Macduff di fronte alle mura di Dunsinane, come Ettore e Achille di fronte alle mura di Troia.

E si torna subito indietro, all’inizio del torneo, quando ancora vi sono solo le avvisaglie dello scontro che si prospetta in finale. Un percorso costellato da una serie di partite da affrontare, di incontri da superare per poter arrivare alla resa dei conti. Ed è proprio in questo percorso che scopriamo chi erano i due uomini prima ancora dei due tennisti: come vivevano il gioco, e come si comportavano fuori dalla rettangolo di gioco. Con l’ausilio di molti flashback, spezzettati e collocati sapientemente lungo tutto l’incedere della storia, scopriamo il loro passato e chi erano prima di diventare degli eroi epici di questo sport.

La ricostruzione storica è molto buona, ma non priva di alcune imperfezioni volte a dare maggior enfasi alla narrazione.

Molte famose sfuriate di McEnroe mostrate nel film, in realtà le pronunciò in anni differenti – prima fra tutte la celebre You cannot be serious, pronunciata solo l’anno dopo a Wimbledon. La rivalità era già in essere da quasi tre anni, per cui i due giocatori, a differenza di quanto mostrato nel film, si erano già incontrati altre 7 volte in passato, così come è impensabile che Borg potesse essere l’idolo dell’infanzia di McEnroe – benchè Borg fosse già un campione affermato e McEnroe solo una grandissima promessa, i due si levavano di appena tre anni; e così tante altre imperfezioni biografiche, come dichiarato a suo modo dallo stesso McEnroe pochi giorni fa.

In ogni caso, queste piccole imperfezioni sembrano nulla più che una minuscola macchia rispetto alla cura per tutti gli altri dettagli, e in fondo possono essere viste come uno strumento per dare maggior colore ai personaggi, rendendoli più cinematografici. Perché, non lo si dimentichi, si parla sempre e comunque di un film, non di un documentario, per quanto meticoloso possa essere. Ed è proprio in questa corposa parte della storia che scopriamo le debolezze, le fragilità, il desiderio di emergere e non solo, di essere i migliori, che li ha animati, e a tal proposito emergono anche le differenze e i parallelismi fra i due. Proprio qui, in questo desiderio di emergere – visto in maniera sottilmente, ma profondamente differente dai due giocatori – sta la vera anima del film, discostandosi dal biopic ed entrando nella sfera drammatica: i due combattono fin dall’inizio della loro carriera, fin da quando hanno impugnato per la prima volta una racchetta, per poter emergere; e col passare del tempo entrambi, seppur in modo differente, iniziano a vedere quegli incontri come una ragione di vita, e così al contempo loro ragione di vita diventa la vittoria. Un’ossessione, da cercare disperatamente, da inseguire con ogni mezzo, e che comunque – nel caso di Borg – sembra sempre insoddisfacente. Come se la partita più importante fosse sempre la prossima, il prossimo punto, il prossimo torneo fossero sempre i più importanti, come se ogni successo, alla fine, non valesse l’ardore col quale lo si è desiderato e perseguito.

Borg McEnroe - Recensione

E’ un tema drammatico abbastanza classico, ma che qui si ripercuote in fondo su tutto lo spirito del tennis in generale e che – attraverso l’ardore dei due tennisti, la furia incontrollata di McEnroe e la sua antisportività, l’ossessione ai limiti del patologico di Borg e le sue tendenze suicide mostrate sempre con grande delicatezza – ne fa una sorta di piccola metafora della vita. Su tutto il film pare aleggiare sempre la frase di Kipling che capeggia l’ingresso del centrale di Wimbledon, e che compare nitidamente, come monito ai due giocatori – e agli spettatori stessi -, poco prima dell’inizio dell’incontro decisivo:

“If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same”

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