L’enorme opera di glossopoiesi alle spalle di Arrival

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Arrival

L’impossibilità di comunicare con ciò che non si conosce, trasmette instabilità e insicurezza. Nel 1977, Steven Spielberg ebbe la brillante idea di utilizzare la musica per far comunicare tra loro gli umani e gli alieni. In Incontri ravvicinati del terzo tipo, commissionò a John Williams un motivo di 5 note che avrebbe dovuto rappresentare la parola “Hello”.

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Arrival è la penultima fatica di Villeneuve, incentrata interamente sul tentativo di comunicare con delle entità aliene del tutto estranee all’uomo. Le due razze risultano differenti non solo per la loro provenienza e il contesto di crescita, ma anche per composizione fisica. L’approccio tra le due sarà inevitabilmente complesso e pieno di incomprensioni.

Per rendere il tutto più immersivo, Villeneuve e i suoi collaboratori ricorrono alla cosidetta Glossopoiesi. Si tratta, in parole povere, della creazione di un linguaggio artificiale (artistico, in questo caso) volto ad arricchire una specifica opera. Il linguaggio viene creato in maniera minuziosa sviluppando relativi vocabolario e grammatica. Tra le più conosciute ricordiamo la lingua Klingon di Star Trek (Okrand), la Neolingua di 1984 (Orwell), la lingua Nadsat di Arancia meccanica (Burgess) e i più celebri Linguaggi della Terra di Mezzo de Il signore degli anelli (Tolkien).

Per Arrival, Villeneuve e lo sceneggiatore del film, Eric Heisserer, hanno creato un vero e proprio dizionario alieno con un centinaio di ideogrammi; settantuno dei quali appaiono nel film. Un notevole lavoro glottoteta, che conferisce al film quella credibilità che lo rende così affascinante. 

Arrival
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Il lavoro glottoteta di Arrival è, però, prettamente grafico.

La nuova lingua non viene parlata, ma solamente scritta. Ciò che stupisce particolarmente è l’impossibilità di ricollegare questa scrittura a qualsiasi unità linguistica. Si tratta, dunque, di una scrittura semasiografica (dal greco: σημασία, semasia “significato” e γραφία, grafia “scrittura”), non riconducibile a nessuna forma di linguaggio. Questo tipo di scrittura è indipendente dalla lingua orale in quanto descrive interi concetti, decifrabili solo attraverso l’analisi dei contesti geografici e/o culturali in cui essi si sono sviluppati. Uno degli esempi di scrittura semasiografica più celebri è quello del Quipu degli Inca sudamericani.

Nel film, in un primo momento, la scrittura semasiografica può essere confusa con quella logografica (ovvero, quella utilizzata attualmente in Cina). Quest’ultima, però, è un tipo di scrittura glottografica, destinata alla lingua parlata. Arrival ci mostra più volte che quella degli eptapodi è una scrittura puramente simbolica. I versi dei due alieni non possono corrispondere in alcun modo a quello che essi disegnano.

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Ciò che alla protagonista Louise Banks (Amy Adams) risulta subito evidente, è l’assenza di un verso di lettura nella scrittura aliena, elemento che le permetterà di comprendere la visione circolare del tempo degli eptapodi. Tutto ciò basandosi sulla teoria di Sapir-Whorf, citata nel film, secondo la quale il linguaggio è capace di modificare la percezione della realtà di chi lo parla o, in questo caso, scrive. Ed è sempre sulla base di questa interessante teoria che la linguista riesce a creare un contatto col mondo alieno, sviluppando la stessa concezione circolare del tempo e riuscendo, fondamentalmente, a vedere il futuro. Il film, inoltre, muta anche la percezione della realtà (diegetica) dello spettatore, che in un primo momento crede di avere a che fare con vari flashback, per poi scopire di stare assistendo a dei flashforward.

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Arrival affronta anche il problema della paura del diverso, di ciò che non riusciamo a comprendere e con cui non siamo in grado di comunicare.

Un’impronta politica, quindi, approcciata sempre con l’espediente del linguaggio. Gli alieni, infatti, si palesano come portatori di aiuto e di “un’arma” utile per la sopravvivenza degli umani. Questo messaggio viene interpretato in maniera opposta dai linguisti degli altri Paesi, i quali, capitanati dalla Cina, decidono di dichiarare guerra agli “invasori”. Banks, attraverso una telefonata nella quale parlerà in mandarino, riuscirà a convincere il generale cinese a ritirare l’attacco.

Ciò che garantisce una maggiore immersione nel racconto cinematografico è il fatto che, mentre la scrittura dell’alieno verrà sottotitolata durante il dialogo con la linguista, la frase in mandarino che la Banks pronuncerà al generale non ci è dato conoscerla. Un dettaglio importante, che pone lo spettatore al centro della pellicola, di fianco alla protagonista; non siamo in grado di capire il mandarino, ma siamo ormai in grado di comprendere ciò che vuole comunicare l’alieno. Così come siamo capaci di intuire che le visioni sono in realtà flashforward e non flashback.

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L’arma offerta dagli alieni è, dunque, proprio questa. Una lingua universale, non matematica, ma che offre una visione doppia del tempo e quindi della realtà nella sua totalità. Una nuova prospettiva che lascia all’uomo la possibilità di decidere il proprio destino; se affrontare o meno un futuro che si prospetta tragico, solo per viverne i pochi momenti felici, o se trovare un’alternativa ad esso.

Arrival contiene, quindi, un’esortazione alla comprensione del diverso e al dialogo con esso. Il lavoro di glossopoiesi alle sue spalle è minuzioso come pochi e conferisce alla pellicola una credibilità e una fondatezza lodevoli. Un film fantascientifico lontano dalla realtà, ma, a conti fatti, molto autentico e rappresentativo del nostro mondo.

 

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