Recensione A Ghost Story

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Dedicato ad Amalia Cipriani

RECENSIONE A GHOST STORY – Un lenzuolo poggiato in testa, a rappresentare in una soluzione fisicamente concreta l’essenza/assenza del fantasma di C. (Casey Affleck). Un lenzuolo bianco lungo fino ai piedi, come quello usato da i bambini durante il gioco. Questo forse l’intento di Lowery, il voler rappresentare stilisticamente ed emotivamente il fantasma come un bambino, un’entità infantile e spaesata. Un fantasma inconsapevole della propria condizione, incapace di lasciarsi andare ad un mondo ultraterreno, rimanendo bloccato in quello corporeo degli uomini mortali.

Dopo la propria morte, il fantasma di C. torna alla casa dove abitava, sede di tanti momenti felici vissuti con la compagna M. (Rooney Mara). Il suo ritorno a quei luoghi tuttavia sembra dovuto ad una sorta di istintività emozionale, piuttosto che ad una volontà razionale. Come un bambino, il fantasma di C. si ritrova in quel luogo ad aspettare, qualcuno o qualcosa.

Si ritrova così bloccato in una dimensione limitata, circoscritta dallo spazio fisico della casa. Incapace di percepire la dimensione temporale si ritrova,sia il fantasma che il pubblico, intrappolato in una sorta di atemporalità; data dalla disgregazione della linearità logico-cronologica degli eventi. Il tempo passa, avanza e ritorna, ma lo spirito non ne ha consapevolezza. Il fantasma di C. si ritrova partecipe di momenti di vita differenti e di individui differenti, i nuovi proprietari della casa.

Il film di David Lowery mette in scena il racconto di un lutto, esperito dal punto di vista del fantasma.

RECENSIONE A GHOST STORY – Il montaggio e la successione delle scene accelera durante la seconda parte del film, coincidente con l’abbandono della casa da parte di M. . Le vite si susseguono, nuovi proprietari entrano in casa, condividendo la dimora con una presenza/assenza, costituita dallo spirito con il lenzuolo. Questa scelta registica è probabilmente determinata dalla volontà di Lowery di esprimere funzionalmente l’incapacità del fantasma di C. di  percepire lo scorrere del tempo. Le scene si susseguono senza un’apparente connessione, lo spirito viene proiettato da un presente all’altro,trovandosi spiazzato. Confuso e arrabbiato, convive con la situazione che si ritrova costretto ad affrontare. Altrettanto funzionali sono le scelte registiche che hanno determinato il montaggio delle scene durante la prima parte. La prima parte del film è caratterizzata da scene di lunga durata e da inquadrature statiche, al cui centro vengono collocati personaggi immobili e taciturni.La volontà di è forse quella di esprimere, attraverso un andamento esasperante, l’immobilità, la staticità e l’incapacità dei personaggi di reagire alla propria esistenza.

RECENSIONE A GHOST STORY – In particolare, protagonista di questa rappresentazione è M. vedova di C., assalita da un dolore più grande di lei, che la opprime e la soffoca. Lo spettatore si ritrova davanti ad uno spettacolo del genere, si ritrova immerso in quel senso di immobilità e piattezza, condividendo con M. una vuotezza di spirito. Lo spettatore prova un senso di familiarità e intimità, ritrovandosi ad osservare personaggi che non si muovono sulla scena, provandone lo sconforto, il torpore emotivo. La stessa intimità scaturisce dall’uso di un particolare taglio dell’inquadratura. Lowery utilizza un taglio apparentemente amatoriale, che ricorda quello dei filmini domestici, girati in famiglia con una telecamera a mano. Lowery crea una pellicola sentita, toccante, capace di provocare nello spettatore le emozioni desiderate.

In questo modo sembra di assistere ad una visione intima, familiare, che ripropone in maniera nostalgica un ricordo

RECENSIONE A GHOST STORY – Lowery si dimostra regista capace e dotato di profonda sensibilità, seppur sembra avanzare a tentoni, non con poche incertezze. La pellicola sembra figlia di una certa corrente culturale, che si rivolge e si identifica con un pubblico post-contemporaneo. Una generazione ormai incapace e disillusa verso la produzione artistica, e verso la vita. L’originalità in Lowery, come nella società post-contemporanea, passa in secondo piano, perde il suo ruolo centrale. Nulla è più originale a questo mondo, l’originalità sta nel rielaborare alla luce dell’oggi quanto è stato fatto ieri. Lowery attinge dal materiale del sostrato culturale di appartenenza e lo rimodella.

A Ghost Story è il racconto di una malinconia struggente e sofferente, che pone al centro un uomo, non più uomo.

Una sofferenza taciuta, intima e profonda, ma inespressa verbalmente. Il film è quasi privo di dialoghi, ma rappresentata dall’attesa straziante e snervante del fantasma. Una malinconia desolante, che lascia un vuoto dove c’era un altro vuoto. Un uomo inconsistente. Il racconto messo in scena da Lowery va oltre l’esistenza, oltre l’umanità e le ere. Un’opera contemplativa, che pone di fronte allo spettatore lo spettacolo di una riflessione sull’esistenza; ma anche sull’assenza che in una situazione di indeterminatezza si fa presenza. L’uomo oltre l’uomo.

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