Lo specchio demoniaco – Viaggio nel cinema espressionista

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L’uscita nelle sale di Das Cabinet des Dr. Caligari, diretto da Robert Wiene, è riconosciuto universalmente dalla critica e dalla storiografia cinematografica come momento iniziale della stagione espressionista al cinema. Il carattere tenebroso e favolistico della vicenda, l’uso di una scenografia piegata ai moduli della pittura, la performance di attori dall’esasperata espressività; produssero un’enorme impressione sugli spettatori. Il cinema in generale ebbe un enorme successo di pubblico, esso rispecchiò gli stati profondo della mentalità collettiva di una nazione, di cui i personaggi demoniaci sono raffigurazione. Gli autori delle pellicole espressioniste si riproposero l’obiettivo di scandagliare la zona “notturna” dell’io, di visualizzare l’inquietudine dell’individuo nella società moderna, attraverso il potenziamento dell’immagine. Sono storie di ansia, allucinazione e delirio. Dal punto di vista tematico, il cinema riprese dalla letteratura e dal teatro, ma anche dalla lirica; la dimensione fantastica e visionaria. Influenze del tutto eterogenee, provenienti dalla tradizione espressionista, come anche romantica e simbolista, che nelle pellicole si intrecciarono; costituendo la base culturale della cinematografia dell’epoca. Al centro delle opere vi posero personaggi estraniati, sofferenti, privati della sostanza, frustrati, mossi da un profondo nichilismo e ridotti ad ombre che si muovevano, limitati, in un mondo privo di verità e fondamento, privo di certezze. L’immaginario filmico espressionista fu caratterizzato dal senso per il demoniaco, inteso tuttavia come categoria filosofica riconducibile al pensiero di Kierkegard, secondo cui il demoniaco è la forma del nulla che nel soggetto genera precarietà e insicurezza. Il cinema Espressionista si sviluppò in un contesto storico assai drammatico, in cui la Germania era sconvolta dalla crisi economica conseguente la sconfitta bellica e travagliata da scontri tra fazioni politiche divergenti. Da qui si generò l’esigenza delle case di produzione di realizzare un sistema di produzione-distribuzione sullo stampo delle catene di montaggio delle fabbriche, al fine di soddisfare i gusti di spettatori proveniente da diverse classi sociale, creando un cinema di forte impronta commerciale, di intrattenimento ed elitario al tempo stesso. “Caligari”, profondamente radicato nella modernità, visualizza un universo sconvolto in cui il soggetto risulta dissociato. Il cinema espressionista trovò il suo fondamento nella messa in scena anti-naturlistica dal carattere misterioso e inquietante. Per infondere alle pellicole una percezione soggettiva della realtà, fluirono in esso i sistemi del cinema delle attrazioni, in modo da ricreare mondi irreali, distorti e allucinatori; esasperati e ai fini di suscitare nel pubblico sensazioni ed emozioni forti. In tal senso esercitò un ruolo fondamentale Eugen Schüfftan , a cui si deve la scoperta de “l’effetto Schüfftan”, che permise la creazione di mondi virtuali a costi molto bassi rispetto alle scenografie. Esso consisteva nell’uso di cartoni disegnati che venivano proiettati e ingigantiti con un gioco di specchi, fino a divenire sfondo di una parte dell’inquadratura, mentre in un’altra si muovevano gli attori in carne ed ossa. Un’altra caratteristica fondamentale del cinema tedesco fu l’uso del primo piano che produsse effetti demoniaci e persecutori o vittimistici e perseguitati. Prominente fu l’uso di fondali dipinti, che portò ad una subordinazione dei personaggi, che alle scenografie dovevano adattarsi. L’essenza stessa del cinema espressionista fu lo scenario cinematografico, animato da un’azione esasperata espressa tramite il movimento ed il gesto. Giocò un ruolo fondamentale l’uso innovativo della luce, ripreso dal teatro, che diventava potere; potere di modificare lo spazio, creando ombra, con la quale si pose in forte contrasto cromatico. In questo contrasto gli oggetti assumevano forme inusuali e le superfici accentuavano il proprio carattere plastico. Friedrich Wilhelm Murnau manifestò fin dal suo esordio alla regia il gusto per atmosfere inquietanti e macabre. Egli concepì il cinema come una forma d’arte della visione, che potesse raffigurare un universo dominato dalle ombre in cui le immagino alludessero a qualcosa oltre il narrato, in chiave profondamente simbolica. L’opera di Muranu espresse l’intenzione di manifestare il lato oscuro della realtà, le pulsioni nascoste che abitavano le profondità dell’io. Da qui il tema del doppio, costante nella sua produzione filmica. Così in “Nosferatu eine Symphonie des Grauens”, che gli diede fama internazionale, la storia di Dracula il vampiro tramutata in “sinfonia dell’orrore” non si avvale di cornici scenografiche caricati d’incubo metafisico. Teso alla depurazione formale, al superamento della barriera tra realtà e fantasia, al raggiungimento di un clima di ballata allegorica, Nosferatu rappresenta metaforicamente il lato oscuro e perverso di HutterFritz Lang da parte sua negò sempre ogni legame con la corrente espressionista, affermando ciò nonostante l’impossibilità di rimanere immune ai mutamenti culturali in corso. Per Lang l’Espressionismo rappresentò un repertorio di temi e forme, dal quale adottò la tematica del conflitto generazionale, la rivolta contro la modernità, l’alienazione e la sofferenza dell’individuo; o anche l’uso di scenografie grottesche risultato della sintesi di elementi e tendenze diverse. Sceneggiato con Thea von Harbou, il film Metropolis”, diretto nel 1927, affronta un nodo storico essenziale: gli effetti disumani dell’industrializzazione sull’individuo moderno, proponendo una soluzione simbolica al conflitto tra tecnologia e lavoro, tra padroni e operai. Il regista delineò il mondo delle macchine con una forza espressiva nuova e, al tempo stesso, sviluppò le potenzialità comunicative e formali della messa in scena cinematografica, lavorando sulla composizione visiva e sui ritmi. La pellicola è il massimo esempio di espressionismo cinematografico, grazie alle sue caratteristiche estetiche grottesche, ottenute mediante l’utilizzo della luce, tipico del cinema espressionista, e le scenografie deformi. Dal punto di vista tecnico, “Metropolis” fu un film all’avanguardia. Seppure apice del cinema espressionista, il film ne segnò in un certo senso la fine; rappresentando il passaggio da una stagione estremamente fertile e artistica ad un’altra: la “Neue Sachlichkeit”. 

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