On the road again pt. 2 – Belli e dannati di Gus Van Sant

0
799

A pochi mesi di distanza dall’uscita di Thelma e Louise, nelle sale americane fa la sua comparsa un altro film in cui gli elementi principali riguardano, sebbene con diversa accezione, proprio il road movie: My own private idaho. Se il titolo originale rappresenta già in nuce la scissione tra realtà e immaginario e l’inevitabile discrepanza tra viaggio fattuale e viaggio interiore (nei termini che chiarirò più avanti), quello della traduzione italiana, in modo apparentemente superficiale (poiché il “dannato” all’interno del film è chiaramente solo uno), sottolinea l’ineluttabilità di un destino che, profeticamente, si abbatterà realmente sul giovane attore protagonista un paio d’anni più in là (River Phoenix morì d’overdose il 31 ottobre del ’93) e, in diversa misura, sul co-protagonista Keanu Reeves (la cui vita privata, diversamente da uno discreta carriera attoriale, sappiamo esser stata contrassegnata da gravosi lutti).

Il film è, tra le altre cose, una rivisitazione attualizzata della tragedia di William Shakespeare (il cui nome nei titoli di coda compare di sfuggita, accreditato quasi per gioco come “autore di dialoghi addizionali”), Enrico IV, ambientata nel mondo della prostituzione maschile. Mike e Scott sono due “ragazzi di vita”, finiti sulla strada per motivi diversi: il primo è un disgraziato narcolettico senza un soldo, il secondo un giovane rampollo di buona famiglia (è figlio del sindaco della città) col gusto della trasgressione. La strada è un mezzo, per Mike, per ritrovare la propria madre (la cui esistenza all’interno del film rimarrà confinata a dei lontani ricordi in super8), ed un luogo, per Scott, in cui crescere con un rimpiazzo del padre, un grasso delinquente di nome Bob ricalcato sulla figura del Falstaff shakespeariano. Il viaggio che entrambi intraprendono è caratterizzato dall’iterazione e dalla stasi: iterazione di situazioni (i continui accessi narcolettici di Mike, gli incontri in albergo coi “clienti”, il sistematico fallimento della ricerca materna, la circolarità del procedimento scandito per tappe: Portland, Idaho, Roma, Portland e ancora Idaho) cui si coniuga una stasi endemica per Mike (tre sono i momenti in cui Mike si trova sulla strada, ed in ognuno di questi momenti la sua posizione è statica, radicata al suolo, preclusogli qualsiasi tipo di movimento).

Uno sviluppo, nel bene, ma soprattutto nel male, lo ha però a conti fatti il personaggio di Scott. Egli, innamoratosi di una ragazza in una cascina in cui i due fanno sosta nei pressi di Roma, decide di abbandonare definitivamente la prostituzione per tornare a Portland e riprendere la sua vita alto-borghese, ingolosito dalla possibilità di riscuotere la cospicua eredità del padre. Poco contano la sincera dichiarazione d’amore espressa nei suoi confronti da Mike e, successivamente, la rivendicazione d’affetto del falstaffiano Bob cui, nella struggente scena al ristorante, volta definitivamente le spalle, causandone, indirettamente, la morte per il troppo dolore.

E’ proprio nel corso del doppio funerale, quello istituzionale del padre e quello a dir poco informale di Bob svolti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro che Van Sant esplica il netto contrasto tra due mondi così diversi, suggerendo, nello sguardo rivolto da Scott ai vecchi compagni di ventura, un malcelato pentimento.

Interessante la dialettica che il film instaura con l’immaginario del road movie, chiara sin dalla prima sequenza in un gioco di referenzialità col genere (e col cinema tutto) sostanzialmente iperrealista: Mike si trova solo, su una strada sperduta nell’Idaho; dopo che egli si avvicina la mano all’occhio a mo’ di mascherina, vi è la prima inquadratura in soggettiva del film, un’iris (tecnica cinematografica arcaica, quantomeno inusuale oggigiorno) che lascia, nel tondo al centro di un’immagine progressivamente oscurata nei suoi contorni, le linee verticali di una strada che pare non finire mai se non quando incontra l’azzurro del cielo.  Ulteriore elemento da non sottovalutare è l’analogia iconografica tra il personaggio interpretato da River Phoenix (oltre che, a posteriori, a River Phoenix stesso) e la figura oramai mitica di James Dean: stessi capelli biondi scarmigliati, stesso giubbotto rosso alla Gioventù bruciata, simili destini: la prematura morte in un incidente automobilistico per quest’ultimo, un’insolubile impasse esistenziale per il primo. In ambo i casi, la strada non ha fornito vie di fuga, tantomeno di salvezza.

Van Sant pare consapevole di star affrontando un vero e proprio “immaginario”, come detto, dando del tu alla strada, personificandola: “E’ un posto unico. Un posto Speciale, come con le facce”, dice Mike un attimo prima di “inquadrarla” nell’iride. Ma allo stesso tempo ne svilisce le caratteristiche e le potenzialità: pare non finire né portare in nessun luogo ed i personaggi che l’attraversano vi rimangono sempre bloccati finendo per non compiere quel movimento fondamentale ad ogni road movie che si rispetti (persino quando Mike vi transita con Scott a bordo di una moto, la benzina finisce lasciandoli a piedi; a seguito della vendita della moto al tedesco Hans è la polizia a fermarlo per eccesso di velocità); come se non bastasse è lo stesso Mike ad aggiungere, nell’atto dello sguardo: “Tale e quale alle facce di cazzo”.

Il titolo originale si riferisce appunto ad un omologo ragionamento paradossale: la mia Idaho personale è quella trasfigurata dai ricordi idilliaci di un’infanzia che felice non è stata (come racconta il fratello di Mike nell’incontro tra i due), diversa sia da quella di un passato in realtà nerissimo che da quella di un presente atemporale che non propone mete. Un cantuccio illusoriamente confortevole in cui Mike si rifugia con la mente quando la situazione non gli arride e che fa da preambolo di ogni attacco narcolettico.

Il destino del film è dunque quello di finire là dove era cominciato, lasciando il nostro sventurato eroe, addormentato, sulla medesima strada. Dopo esser stato derubato della sacca e delle scarpe da una coppia di malfattori (un chiaro riferimento allo spietato finale del fassbinderiano Il diritto del più forte), il suo viaggio continuerà senza il suo arbitrio, prelevato in campo lungo da un automobilista, benefattore o malintenzionato non ci è dato sapere.

La scorsa puntata della rubrica la trovate qui

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here