In sordina: Film – E Johnny prese il fucile, di Dalton Trumbo

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Dalton Trumbo era un ottimo – spesso geniale – sceneggiatore americano inserito perfettamente nella macchina produttiva hollywoodiana degli anni ‘40, dove, tra noir di serie b e screwball comedy, sfornava scripts a profusione. Tutto cambiò quando, con l’ascesa al potere del megalomane senatore McCarthy (1951-1954), la paranoia del comunismo spinse gli stessi studios a stilare una lista di cineasti iscritti al partito comunista, accusati di propagandare sottotraccia, attraverso i loro film, idee antiamericane pericolosamente affini a quelle dell’odiata Russia. La cosiddetta black list rovinò la carriera di molti: chi si fermò per anni (il regista Martin Ritt, il bravissimo attore Zero Mostel), chi migrò (Joseph Losey ebbe una fortunata carriera in Inghilterra) e chi, come Trumbo, continuò a lavorare sotto falso nome (proprio lui finì addirittura coll’aggiudicarsi due Oscar assegnati però a nomi fittizi). La situazione si sbloccò solo nel 1960 quando Kirk Douglas volle fortemente che il nome di Trumbo fosse inserito, senza censure, nei credits di Spartacus, ponendo di fatto fine a quel periodo del cinema americano così oscuro e ancor oggi ben poco sviscerato (la filmografia sull’argomento è molto ridotta, ma non si possono non citare pellicole del calibro de Il prestanome di Martin Ritt, The Majestic di Frank Darabont e Goodnight & good luck di George Clooney).

Johnny got his gun è l’adattamento del romanzo omonimo scritto dallo stesso Trumbo nel ’39, un progetto fortemente voluto che finì col dirigere lui stesso più di 30 anni dopo. Riferito alla prima guerra mondiale, ma edito durante la seconda (ritirato dalle vendite dopo Pearl Harbour), divenne un apologo simbolico ed universale sull’antimilitarismo. La trasposizione nel ‘71 permise all’autore di poterlo condire anche di allusioni alla guerra del Vietnam, vero e proprio emblema degli errori di calcolo dei generali americani e dello spreco di vite di giovani spediti impreparati in una giungla infernale.

Ma di cosa parla questo film così unico e particolare, pur nella sua universalità? Ebbene, il soggetto è uno dei più potenti e memorabili mai visti sul grande schermo, uno di quei high concept movie la cui idea alla base vale da sola più di quanto possa poi effettivamente rendere, tradotta in immagini: un soldato che ha perduto gambe, braccia, vista, udito e parola a causa di una granata, creduto irrecuperabilmente incosciente, è tenuto in vita, per interessi puramente scientifici, in una clinica militare. Egli è però sveglio e pian piano capirà qual è la condizione in cui si trova, sospesa tra una realtà orribile e una dimensione onirica in cui sogni e ricordi si mescolano senza quasi possibilità di scinderli. Riuscirà a comunicare con l’esterno e a trovare un senso alla propria esistenza? Vi invito caldamente a scoprirlo.

L’idea filmica alla base della trasposizione è molto semplice ed efficace: il bianco e nero è utilizzato per fotografare il presente, tristissimo, oscuro e percettivamente limitato del protagonista; il colore è, invece, contrariamente a ciò che vorrebbe la prassi, riservato ai ricordi del passato, unica possibile fuga dalla realtà, assieme, come detto, alle visioni del sogno. La voce del fu soldato, in continua e disperata richiesta di aiuto che solo noi possiamo sentire, è ovviamente quella interiore.

L’incipit vede delle immagini d’archivio in cui l’esaltazione del potere e della gerarchia dell’esercito verranno completamente capovolte dal prosieguo della pellicola, sorta di commento amaramente ironico, pregno di una consapevolezza aberrante sulle perdite umane che la guerra porta inevitabilmente con sé. Non è un caso che la suddetta sequenza si apra e si chiuda rispettivamente con l’immagine della bocca di un cannone puntata verso lo spettatore e con l’esplosione di una bomba, che, con ogni probabilità, è proprio quella che costringerà il nostro eroe, l’ex panettiere Johnny, alla più radicale delle mutilazioni.

Il nero è decisamente il (non) colore predominante, ciò che più ci avvicina ad una ipotetica ed impossibile soggettiva di Johnny. La prima scena dopo l’incipit è introdotta proprio da un’insistita permanenza nell’oscurità, la cui assolvenza sul bianco delle tre figure che paiono scrutarci (si veda l’immagine in basso) non fa altro che assolvere un duplice compito: farci capire sia che la nostra ottica è quella dell’uomo che ci verrà poi presentato, tronco umano costretto in un lettino ed impossibilitato a muoversi, sia però che tale uomo, al contrario di ciò che ci dicono i medici, avrà la capacità di percepire ciò che accade attorno a lui, sentire vibrazioni, avvertire presenze, provare inquietudine, paura e, di conseguenza, la sensazione di essere in qualche modo osservato.

Merita una parentesi a parte il passaggio, a mo’ di processione, dei militari nel corridoio a scacchiera della clinica. I mutilati presenti nei lettini di fianco alle pareti paiono un’evidente simbolo della natura freddamente raziocinante della guerra: le battaglie sono partite a scacchi, le perdite umane dei pedoni sacrificabili. Stesso presupposto, bene o male, della rappresentazione del processo nel capolavoro di Kubrick Orizzonti di gloria. Vedere per credere le due immagini a confronto.

Altro leit motiv tecnico è la dissolvenza incrociata, usata sia per rappresentare il lungo viaggio per il trasporto del corpo da un tendone militare all’ospedale, sia come espediente per catapultarci all’interno dell’inconscio. Nel primo di questi passaggi, il ricordo cioè della tenera notte passata con l’amata prima di partire per il fronte, è ancora una volta il nero a mediare questa transizione, avvolgendo i corpi dei due amanti, monito sepolcrale reso ancora più evidente dal lenzuolo-sudario che, di lì a poco, li avvolgerà nel talamo.

I vari incontri che Johnny esperisce all’interno della propria mente forniscono l’occasione a Trumbo di scrivere alcune tra le pagine più amare sulla falsità della politica e sull’ineluttabilità, per l’uomo, della sofferenza e della morte. Tra tutti, degno di nota è il dialogo col padre: “cos’è la democrazia?” chiede il bambino, “è come una specie di governo, riguarda però i giovani che si uccidono tra di loro se non sbaglio. […] Per la democrazia ogni uomo deve dare l’unico figlio che ha” risponde il padre (lo straordinario Jason Robards). Impossibile non citare poi, lo scambio di battute col Gesù Cristo – carpentiere interpretato da Donald Shuterland, intento a costruire tombe e colto alla sprovvista dalle incalzanti domande del giovane: “(io) sono come tutti i sogni che non diventano realtà”, asserisce, come pietra tombale su qualsiasi tipo di speranza. Pare che la scrittura proprio di quest’ultima scena sia frutto di una collaborazione col maestro del surrealismo Luis Bunuel (personalmente non stento a crederci).

Essendo questa una rubrica riguardante film poco conosciuti, mi guardo bene dal rivelarvi il finale. Basti sapere che esso costituisce una delle più lucide ed incisive critiche alle istituzioni americane e all’orrore che la guerra porta inevitabilmente con sé.

Vincitore del Grand Prix speciale della Giuria al 24° Festival di Cannes e molto amato da Truffaut che ne scrisse una recensione entusiastica, E Johnny prese il fucile venne, in seguito alla sua uscita, totalmente dimenticato. Fu grazie al celebre pezzo dei Metallica, One, nel 1989, che il film venne riscoperto: la band ne utilizzò infatti diversi spezzoni all’interno del videoclip, scatenando una certa curiosità.

In definitiva, al netto di una regia a tratti forse un po’ didascalica, di una sceneggiatura che alterna lampi di genio a ridondanze evitabili, l’opera prima (ed unica) di Dalton Trumbo, uomo di cinema tra i più importanti ed influenti del XX secolo, è tuttavia imprescindibile. Un manifesto sull’antimilitarismo e sull’eutanasia ed uno dei più coraggiosi attacchi al patriottismo made in USA.

Segnalo l’ottima edizione DVD, purtroppo difficilmente reperibile, edita dalla Dolmen, che include un preziosissimo – come sempre – contributo video del grande Enrico Ghezzi.

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