Logan – la recensione (NO SPOILER)

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Una cavalcata al tramonto per Hugh Jackman e il suo Wolverine, per l’ultima pellicola che vede l’attore australiano nei panni di Logan. Un’immagine che ci riporta ai classici western come Il cavaliere della valle solitaria, a cui si fa riferimento più volte nel film. Proprio Wolverine, in questo ultimo atto, incarna perfettamente il mito del cowboy sul viale del tramonto.

È il 2029 e non c’è più alcuna speranza per i mutanti. Da più di venti anni non nasce nessun mutante, mentre Logan e Charles Xavier, sempre interpretato da Patrick Stewart, sono gli unici X-Men rimasti; ma i due non sono più gli stessi delle eroiche imprese vissute. Wolverine è invecchiato, malato e il suo fattore rigenerante non funziona più come un tempo. Da supereroe è diventato autista di limousine e mentre cerca di racimolare qualche soldo deve occuparsi del Professor X. Charles ha superato la soglia dei 90 anni ed è più che malconcio; una malattia degenerativa affligge il suo straordinario cervello, obbligando Wolverine a nasconderlo in un luogo dove non possa arrecare alcun danno. La svolta avviene con l’arrivo della piccola Laura (Dafne Keen), una mutante alla quale Wolverine finirà per fare, sebbene riluttante, da protettore e mentore. La piccola si trova in fuga da una task force governativa capitanata da Donald Pierce (Boyd Holbrook) che darà filo da torcere all’insolito trio. È da questo momento in poi che il film si trasforma in un violentissimo e sanguinolento road-movie per portare in salvo Laura.

Mai nessun altro film della Marvel è risultato così cruento e feroce. Ma nonostante il sangue, gli arti amputati e le teste mozzate, il regista James Mangold è riuscito ad usare in dose ridotta il CGI rendendo il film, per il suo genere, quasi minimalista. Le coreografie dei combattimenti sono fluide e dinamiche, soprattutto quando è la piccola Laura a mostrarsi pericolosa quasi quanto il suo protettore. Una violenza ispirata al fumetto Vecchio Logan scritto da Mark Millar e da cui James Mangold ha preso ispirazione per la creazione del film. Solo ispirazione perchè se il carattere della storia è molto simile, la trama è stata completamente rivisitata e avvicinata ad un prototipo western; con ottimi risultati.

Proprio come i grandi personaggi western, Wolverine si trova messo a confronto con la sua leggenda e il suo passato, attraverso vecchi albi a fumetti che ritraggono le gesta degli X-Men. Un Logan mai apparso tanto fragile come in questo film, dove la sua inusuale debolezza fisica diviene anche mentale. Non mancano infatti momenti meditativi, fatti di quieti viaggi in auto attraverso paesaggi sterili, pronti a scavare sotto la corazza di adamantio per mostrare il lato più umano del supereroe. Il tutto conseguito grazie ad una prova recitativa di Hugh Jackman tra le migliori nel suo genere, che ci ricorda quanto ci mancherà vederlo sfoderare questi artigli.

Fin dalla prima scena il tono del film è ben definito, con Logan che inizia a mietere vittime senza esclusione di colpi e senza alcuna censura. L’implacabile sete di sangue del personaggio, viene giustificata soltanto dall’inarrestabile desiderio di Charles di portare avanti, fino alla fine e a tutti i costi, i principi che avevano reso gli X-Men una famiglia. Uno spirito in cui non sembra più credere Logan, che considera ormai finito il tempo dei mutanti. Uno spirito di inclusione passato di generazione in generazione e che sembra possa però avere una flebile speranza in un’immagine finale.

In definitiva il film ha rispettato le aspettative e forse le ha persino superate. Perchè Mangold, che ci aveva in parte deluso con Wolverine: L’immortale, questa volta ha fatto centro, dirigendo un film che può essere considerato come una vera e propria pietra miliare del cinema supereroistico. Pellicole che mai prima di Logan avevano raggiunto questa maturità e soprattutto un tale livello di drammaticità. Un’atmosfera quindi diversa da quella respirata fin’ora grazie alla Marvel, rafforzata soprattutto dalla grande presenza dell’ immaginario western americano. Persino nei titoli di coda dove una azzeccatissima The Man Comes Around di Johnny Cash  accompagna il congedarsi di Hugh Jackman da un personaggio interpretato per ben 17 anni (per chi non la conoscesse si consiglia subito un ascolto qui). La pellicola soddisferà tutti i fan ansiosi di vedere un Wolverine più agguerrito e spietato che mai, riuscendo comunque nell’impresa di rimanere un buon dramma e ad essere perfino toccante. Si aspettava da tanto tempo che Wolverine potesse sfogare in tutto e per tutto la sua indole animalesca sul grande schermo, ma è proprio quando non estrae gli artigli che il film ci regala i momenti migliori. Oltre ad essere un degno finale per Hugh Jackman e il suo Wolverine, è un film portatore di freschezza ad un mondo che ne aveva bisogno, capace di mostrare quello che i supereroi al cinema possono realmente dare.

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