Oscar 2017: la recensione di Hell Or High Water

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Il vecchio Texas sa raccontare le storie come un anziano cowboy pieno di ricordi e cicatrici. Sono tanti i registi e gli sceneggiatori che lo stanno ad ascoltare. Stavolta Taylor Sheridan ci ha tirato fuori una sporca storia contemporanea. Un messaggio terribilmente moderno vestito con le atmosfere del western. Chris Pine e Ben Foster interpretano le parti di due fratelli messi alle strette, economicamente parlando. Il primo è un padre divorziato, il secondo è da poco uscito di galera. Nelle terre desolate e disperate tentano insieme di riscattare loro stessi e i loro parenti più giovani, rompendo un incantesimo di povertà e miseria che da generazioni incatenava la famiglia. Con questo ideale si trasformano in rapinatori seriali; attaccano solo filiali di una stessa banca con lo scopo di riscattare la fattoria di famiglia sotto la quale hanno appena scoperto il petrolio. Un vecchio detective (Jeff Bridges) solo e prossimo alla pensione, si mette sulle loro tracce assieme al suo vice.

 David Mackenzie e lo sceneggiatore Sheridan [Sceneggiatore anche di Sicario, penultimo film di Denis Villeneuve. Insieme ad un terzo film -diretto da lui stesso-  che uscirà nel corso di questo anno rappresentano la “trilogia del confine”, ndr.] ci presentano così un ritratto della disperazione contemporanea. Una disperazione silenziosa, che non conosce tregua o consolazione, se non nella stretta sfera dei rapporti più intimi. Ogni descrizione, azione o comportamento, viene resa in una nota di crudo realismo che esorcizza, per quasi tutta la durata del film, il pericoloso presupposto hollywoodiano della sceneggiatura. Non c’è nulla di spettacolare nelle loro rapine, non c’è nulla di romantico. Persino gli apici della violenza nel film vengono raggiunti attraverso una triste inesorabilità, che mettono lo spettatore con lo spalle al muro quando si tratta di scegliere se condannare o compatire i due fratelli.
Bridges e il suo collega, dall’altro lato della narrazione, confermano questo senso di solitudine e staticità che viene presentato in ogni scena della storia, condito con una buona dose di ironia caustica, che non disturba mai l’ascolto. I paesaggi sono lineari, le cittadine seguono tutte le polverose strade di asfalto bollente che raccolgono sprazzi di vita ai loro bordi. La vicenda dunque, non poteva che essere così cinicamente ed inesorabilmente lineare, espressione principale di una disperata corsa contro la fine.

Regna sovrano un certo stile “alla Coen”, sia nelle atmosfere che nel messaggio finale, in cui ci troviamo ancora davanti ad un paese che “non è per vecchi”. D’altronde, è quasi inevitabile ricalcare lo stile di quel capolavoro cinematografico a meno che non si riesca a creare un altro capolavoro ma, nonostante l’ottimo esito, non è il caso di Hell or High Water.
Accanto alle scelte narrative e stilistiche, le ottime prove di tutti gli attori confermano un eccezionale Jeff Bridges, meritatamente candidato all’Oscar e un Pine in stato di grazia, forse nei suoi panni perfetti.

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