I migliori 20 “spaghetti western” di sempre

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Tanti anni fa, in una galassia lontana lontana, alcuni produttori con un pizzico di follia, decisero che i paesaggi spagnoli (soprattutto in Almeria, nel sud della Spagna), ma anche italiani (Abruzzo e Sardegna) e inizialmente addirittura quelli della Germania e della ormai Ex Jugoslavia (dove ad esempio ci fu girato uno dei primi western italiani, Massacro Al Grande Canyon di Sergio Corbucci), fossero adatti per ambientarci film Western.

Analizzata oggi questa scelta sembra una pazzia, considerato che un genere come il Western è fortemente legato al territorio e soprattutto fortemente americano; fu proprio negli Stati Uniti che venne girato il primo Western (The Great Train Robbery di Edwin S. Porter, 1903) e fu proprio il Western il genere che prevalentemente accompagnò (tra i suoi alti e bassi) tutto il periodo della Hollywood Classica, resistendo faticosamente anche nel periodo della New Hollywood.
Lo Spaghetti Western (termine usato con un’accezione negativa dalla maggior parte della critica del tempo, così come il successivo termine Poliziottesco) è fortemente legato al nome di uno dei più grandi registi della Storia del Cinema, Sergio Leone (tra l’altro fu proprio suo padre, Roberto Roberti,  a girare il primo film italiano ambientato nel west, La Vampira Indiana nel 1919). Leone rinnovò il genere e ne fissò gli archetipi, discostandosi subito dai tentativi (spesso maldestri) di copiare il Western Classico americano, con il celebre Per Un Pugno Di Dollari nel 1964. Il film è uno pseudo remake del capolavoro La Sfida del Samurai di Akira Kurosawa, visionato da Leone sotto consiglio di un’altra figura che successivamente rivoluzionerà lo stesso Spaghetti Western, Enzo Barboni. Durante le riprese di Le Pistole Non Discutono di Mario Caiano, titolo di punta della Jolly Film e secondo Western prodotto in Italia, i produttori diedero la possibilità (con pochissimo budget) a Leone di girare il film (inizialmente intitolato Il Magnifico Straniero) nel solito set occupato da Caiano, durante le pause di lavorazione, usufruendo spessissimo anche degli stessi costumi e della stessa troupe del film di punta. Per Un Pugno Di Dollari fu un successo e inaspettatamente lanciò i nomi di Sergio Leone e di un certo Clint Eastwood (protagonista del film) nell’olimpo del Cinema.
Da lì in poi le caratteristiche del genere furono definite. Sulla scia dei film di Leone, videro la luce centinaia e centinaia di pellicole in un arco di più di quindici anni.  Ebbe inizio l’era dello Spaghetti Western (1963 – 1978).

Il genere si contraddistinse dal cugino americano attraverso alcune novità: un uso più esplicito della violenza; nichilismo imperante; personaggi meno stereotipati che sopprimono il dualismo del bene e male, gli eroi lasciano il posto agli anti-eroi (la morale diventa praticamente assente, i personaggi nelle loro azioni sono sintomaticamente spinti dal denaro o dalla vendetta); prerogative del Western all’italiana.
In pochi cercarono di allontanarsi dallo stile leoniano, Sergio Corbucci (a mio avviso uno tra i più sottovalutati registi di genere italiani, l’unico che si avvicinò qualitativamente ai film di Leone) spinse il genere verso forme più grandguignolesche, mostrando scene con un uso della violenza raro per l’epoca (Django, 1966) e usando come protagonista l’Eastwood italiano Franco Nero.
Un altro che non fece mai veri e propri western leoniani fu Duccio Tessari (regista che non amo particolarmente, ma che sicuramente riuscì a diversificare il genere, insieme al protagonista di alcuni suoi film, Giuliano Gemma). Da subito i suoi Western puntarono più sul versante ironico che sulla violenza (Una Pistola Per Ringo, 1965).
Il lato ironico dei film di Tessari fu estremizzato, nel momento più buio del genere, da Enzo Barboni, riportando il genere al successo. Riuscendo a giocare intelligentemente con gli stereotipi del genere, tirò fuori dal cilindro, Lo Chiamavano Trinità… (1970), vera Commedia Western (in realtà, già nel 1968, ci provò Ruggero Deodato con I Quattro Del Pater Noster), con Bud Spencer e Terence Hill come protagonisti (chi non è cresciuto con loro?).
Ci fu poi lo spaghetti western “rivoluzionario”, chiamato così poiché le pellicole erano ambientate durante la rivoluzione messicana. Spesso i registi che si cimentarono in  questa variante, tentarono di aggiungere al genere quei lati politici appartenenti al cinema d’autore (perfino Gillo Pontecorvo fu vicino a girarne uno, Il Mercenario, 1968, soggetto infatti scritto da Franco Solinas e poi affidato a Sergio Corbucci). Il film più riuscito di questo filone è senza dubbio Quien Sabe? di Damiano Damiani, 1966, con Gian Maria Volontè (già antagonista nei primi due western di Leone e attore simbolo del cinema “politico” degli anni ‘70 di Elio Petri, Francesco Rosi e Giuliano Montaldo), come protagonista. Altri registi autoriali si avvicinarono al genere: Carlo Lizzani, Florestano Vancini, Giulio Questi, Tinto Brass.

Come non ricordare poi quei compositori, fondamentali nell’aver donato sempre quel qualcosa in più alle immagini. Anche loro si differenziarono dai colleghi americani, componendo pezzi dai toni molto più cupi.
I grandi nomi più ricorrenti nelle colonne sonore furono: Luis Bacalov, Bruno Nicolai, Riz Ortolani, Franco Micalizzi, Guido e Maurizio De Angelis, Armando Trovajoli, Piero Umiliani, Piero Piccioni… E poi c’è lui, un mondo a parte, un altro livello, l’immortale Ennio Morricone (finalmente premiato con l’oscar per la OST di The Hateful Eight di Quentin Tarantino).

Il genere ormai ha avuto i giusti riconoscimenti (anche se diversi film e registi non sono ancora stati rivalutati a dovere) e così come il Giallo all’italiana, l’Horror nostrano e il Poliziottesco, si sta diffondendo sempre di più tra i cinefili, sperando che qualche produttore coraggioso, prima o poi,  provi a riproporlo. Le premesse per fare cinema di genere in Italia  ci sono tutte, Lo Chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, per certi versi anche A.C.A.B. e Suburra di Stefano Sollima e Il Racconto Dei Racconti di Matteo Garrone lo hanno dimostrato.
Un ringraziamento in particolare va a quei registi che lo hanno fatto rivivere, in primis Quentin Tarantino ( promotore tra l’altro della retrospettiva sullo Spaghetti Western al Festival di Venezia del 2007 ), Robert Rodriguez, Kim Jee-woon, Takashi Miike, Hélène Cattet e Bruno Forzani (che dopo aver omaggiato il Thriller o Giallo all’italiana con Amer e Lacrime Di Sangue, stanno girando proprio un Western) e Clint Eastwood (che ogni volta che da regista si è cimentato col western, si è sempre posto a metà tra il cinema dei suoi 2 maestri, Don Siegel e Sergio Leone, Lo Straniero Senza Nome ad esempio ha tutte le caratteristiche dello Spaghetti Western).

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