Il nome della rosa: la spiegazione del finale

Il 19 Febbraio del 2016 ci lasciava Umberto Eco. Per onorarlo, vi proponiamo un'analisi del film tratto da Il nome della rosa.

il nome della rosa
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Il nome della rosa è uno dei romanzi storici più noti a apprezzati dello scrittore Umberto Eco, scomparso nel 2016 a 84 anni. Nel 1986, il regista Jean-Jacques Annaud (La verità sul caso Harry Quebert) girò un film tratto dal romanzo, il quale riscosse molto successo di pubblico in Italia e Europa.

Il nome della rosa: trama.

Nel anno del Signore 1327, in un’abbazia del nord Italia, il frate inglese Guglielmo da Baskerville (Sean Connery) e il novizio Adso da Melk (Christian Slater), vengono convocati per risolvere una serie di misteriosi omicidi avvenuti nel monastero. Il luogo è freddo e imponente, misterioso come lo erano i dettami religiosi dell’epoca. Tra i monaci si diffonde la convinzione che dietro le tragiche morti ci sia l’opera del maligno, che si aggira per le stanze dell’edificio.

Non è della stessa idea Guglielmo, che ritiene che si tratti di omicidi veri e propri, quindi che debba ricercarsi un colpevole. Egli è un religioso, ma anche un uomo di scienza (iconica la scena in cui inforca degli antenati di occhiali), votato al progresso. Utilizza il metodo deduttivo per giungere a delle conclusioni, osserva le scene dei crimini, studia le salme dei malcapitati. I cadaveri hanno tutti qualcosa in comune: dita e lingua con dei segni neri. Proprio per questa presenza del colore “nero”, i monaci si sono convinti della presenza del maligno essendo quel colore, nel medio evo, simbolo delle tenebre e della paura.

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Nel film Il nome della rosa, sono presenti personaggi inquietanti e misteriosi, come Salvatore (Ron Perlman), deforme monaco appartenuto ad una setta eretica, che parla una lingua incomprensibile, e Jorge da Burgos, anziano monaco cieco e ostile. Presenza fissa nell’abbazia è anche una contadina, che in cambio di cibo offre rapporti sessuali ad alcuni monaci. Adso e la ragazza consumano un rapporto nel fienile, cosa che provoca grandi turbamenti nell’animo del novizio.

Le morti continuano a susseguirsi nonostante le indagini dei due, giunte persino nello scriptorium, il luogo dove vengono copiati e tradotti i libri che tutto il genere umano ha prodotto. La stessa biblioteca dell’abbazia è la più fornita del mondo, con dedali di corridoi e scaffali, dove riposano anche libri che non devono essere assolutamente letti. Gli stessi Guglielmo e Adso vi si perderanno dentro.

Proprio un libro, secondo Guglielmo, è la causa delle violente morti di alcuni dei monaci. Un libro che ha destato la curiosità di alcuni di loro, condannandoli a morte. Uno volato da una torre; un altro capovolto in una cisterna; uno affogato nella vasca da bagno. Non sembrano esserci segni di violenza sui loro corpi. Solo quegli strani segni neri, di cui vi abbiamo parlato prima.

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Viene convocato in abbazia l’inquisitore Bernardo Gui (F. Murray Abraham), personaggio storico realmente esistito, pronto a risolvere il caso al posto di Guglielmo, ritenuto incompetente dall’abate del monastero. Con colpi di scena continui, si giunge alla soluzione degli omicidi.

Il libro incriminato è la Commedia di Aristotele. Guglielmo e Adso scoprono che le pagine del libro sono state avvelenate da padre Jorge, il quale voleva impedire che chiunque leggesse il libro si convincesse che si potesse ridere di qualsiasi cosa, compreso ridere di Dio. I monaci, inumidendosi le dita e sfogliando le pagine, si avvelenavano da soli, tra atroci sofferenze.

Intanto l’inquisitore Bernardo ha condannato al rogo alcuni monaci eretici tra cui Salvatore, invischiati negli omicidi, compresa la ragazza con cui era stato Adso (la quale riuscirà a salvarsi), accusata di stregoneria. Guglielmo e Adso braccano Jorge nella biblioteca dell’abbazia.

Nel tentativo di fuga del monaco cieco, una lampada caduta appicca fuoco nella biblioteca, che si diffonde nel resto dell’abbazia, distruggendola. Il mistero è risolto, il colpevole è stato scoperto.

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Il nome della rosa: la spiegazione del finale

Il titolo stesso del film è abbastanza criptico: alla fine della pellicola intuiamo che “il nome”, sia il nome sempre celato della ragazza di cui si infatua Adso, che rimane innominata per tutta la durata della storia. Rappresenta lo spartiacque della vita del novizio: lei gli chiede di restare con lui, rifiutando la proposta per seguire la via che gli ha indicato il suo maestro Guglielmo: la saggezza e la conoscenza.

Il “nudo nome” della fanciulla rappresenta l’essenza delle cose a cui noi vogliamo necessariamente dare un nome, tralasciando la carica emotiva che esse lasciano e immortalano nella nostra memoria. Non è fondamentale il nome, ma il ricordo e l’esperienza che il loro amore lascia nel cuore di Adso, minando la sua scelta di vita e gli insegnamenti che aveva profuso il suo maestro, andando in netta controtendenza con i dogmi imposti dal medioevo, che vedeva sentimenti e passioni distrazioni sulla retta via dell’uomo.

Lo stesso Guglielmo da Baskerville rappresenta un unicum nel contesto storico in cui viene collocato: non è un timorato di Dio, segue le se vie ma utilizza la ragione e il suo intuito per lasciarsi guidare nelle sue azioni, nonostante un passato da inquisitore. La sua figura si ispira in modo chiaro alla figura dell’investigatore Sherlock Holmes, figura portante del metodo deduttivo. Il personaggio di Sean Connery si contrappone all’epoca in cui vive: un mondo dominato dalla religione e timorato delle passioni carnali.

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Il libro di Aristotele è l’emblema di questa paura: un mondo dove la paura può essere combattuta con una risata non è concepibile per padre Jorge (conservatore e esatto opposto di Guglielmo). Senza timore delle conseguenze non ci sono regole infrangibili, non esiste il dovere che tutti gli uomini di chiesa hanno verso Dio. Lo stesso Jorge è cieco, simbolo della cecità che affligge l’uomo quando non riesce più ad andare oltre il proprio sguardo. Al contrario, Guglielmo, utilizza degli occhiali per andare oltre quello che riesce a vedere, perché l’unico modo per saziare la curiosità dell’uomo è proprio assecondarla.

La morte dei monaci, avvenuta per avvelenamento con le pagine, è lo stratagemma di Jorge per simboleggiare come la curiosità porti alla fine dell’uomo, sia nello spirito che nella materia.

Il fuoco nelle scene finali de Il nome della rosa compare in due scene contemporaneamente: il rogo dell’inquisitore Bernardo e la biblioteca dove il criminale viene smascherato. Il primo rappresenta l’ignoranza con la quale avvenivano i processi nel medioevo, senza indagini accurate e basate sulla superstizione. Il secondo è il lume della ragione che trionfa sull’oscurità del bigottismo. Il rogo inquisitore non sortisce effetto sulla fanciulla, che si salva e conferma allo spettatore la sua innocenza (come se ce ne fosse bisogno). L’incendio della biblioteca purifica dal male scatenato da Jorge, ma cancella tutti i libri custoditi al suo interno, segno che l’ignoranza trova sempre il modo per dilagare.

Il film diverge molto dal romanzo originale. Lo stesso Umberto Eco, comunque, non si oppose a tali differenze, accettandole di buon grado, affermando che “Annaud non va in giro a fornire chiavi di lettura del mio libro e credo che ad Annaud spiacerebbe se io andassi in giro a fornire chiavi di lettura del suo film“. Eco vide in anteprima il film, e acconsentì con serenità alla sua distribuzione.

Se non avete mai visto Il nome della rosa, vi consigliamo di recuperalo assolutamente. Agli altri diciamo, invece, di scriverci nei commenti cosa ne pensano della spiegazione del finale appena letta.

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