Super Mario Bros. 2 | Recensione di un secondo capitolo atipico

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Super Mario Bros. 2 esce nel 1988: rimane tuttora uno dei giochi di Mario più particolari

Super Mario Bros. 2 è il secondo capitolo delle avventure dedicate a Super Mario. Ossia, il secondo gioco con protagonista l’idraulico più famoso della storia dei videogiochi (e, a scelta, Luigi, Toad o la principessa Peach). Il gioco esce nel 1988 e costituisce una via di mezzo interessante tra il primo e il terzo capitolo della storica saga.

Si tratta infatti di un gioco per molti versi differente e parecchio discosto da temi ed elementi ricorrenti nell’universo di Mario. E questo è dovuto ad un motivo preciso: inizialmente, non si trattava di un gioco di Mario. Il titolo infatti era noto come Yume Kōjō: Doki Doki Panic, creato per sponsorizzare i contenuti e il palinsesto dell’emittente giapponese Fuji TV.

Nel frattempo, un Super Mario Bros. 2 era già stato pubblicato: quello che poi sarebbe stato noto come The Lost Levels. Che cosa accade, tra il 1987 e il 1988? Semplicemente, ci si rende conto che quest’ultimo titolo è percepito come “troppo difficile” e fin troppo simile al primo. Per un sequel come si deve, ci vuole qualcosa di nuovo.

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Così, Doki Doki Panic viene convertito in un gioco di Mario a tempo record. I vecchi protagonisti sono trasformati in Mario e la sua combriccola. Questa la ragione, tra l’altro, della differenza d’altezza tra Mario e Luigi. Alcuni elementi vengono modificati, altri implementati: funghi, stelle, blocchi POW e le immancabili monete trovano subito il loro posto.

Viene anche subito chiamato il maestro Koji Kondo per comporre le nuove musiche. Non ci sono particolari difficoltà anche perché già nella versione originale il responsabile del progetto è Shigeru Miyamoto. Ciò nonostante, le differenze con gli altri capitoli rimangono e sono notevoli.

A partire da Strutzi (nota anche come Birdo, o Catherine): lo strano boss di fine livello, un dinosauro tutto rosa (evidentemente femminile) che sputa… uova e può comparire in varie versioni, sempre più pericolose. Comparso quasi per caso, il personaggio diventerà uno dei più noti tra gli “antagonisti” della serie, in parecchi titoli futuri.

C’è poi Wart, il boss finale. Niente Bowser: qui abbiamo un re rana che crea mostri con una macchina dei sogni e aspira a dominare sul regno di Subcon (altresì, niente Regno dei Funghi). Altra novità importante: Mario può raccogliere oggetti sotterrati, come piantine o bombe, e lanciarli contro i nemici. Questo è uno dei meccanismi più diffusi nel gameplay.

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Ambientato sulle prime in un setting ispirato al medio oriente (che ancora si può chiaramente cogliere), il gioco vede il gamer passare attraverso sette mondi diversi. Sono frequenti gli elementi puzzle (porte da aprire con le relative chiavi, o passaggi da scoprire scavando nella sabbia) e in questo senso il gioco è più enigmatico e meno “avventuroso” del precedente.

In sostanza: un gioco atipico, particolare; ma anche un piccolo gioiello di “conversione”, un bel salvataggio di un titolo, questo “2” di Mario, che sarebbe non potuto mai esistere. Invece, ne risulta un gioco originale, poco convenzionale per i platform dell’epoca e, paradossalmente, un “outsider” nella continuity dell’idraulico.

Questo proprio perché parecchi degli elementi ricorrenti in questo titolo non torneranno più, in seguito, nei giochi successivi. Ma ciò non significa che Super Mario Bros. 2 non sia godibile, anzi: semmai, tutto il contrario. Rimane comunque uno dei capitoli più particolari dell’intera saga, e perciò tanto più interessante da ripassare oggi.

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Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos, Rock and Metal in My Blood.