A Classic Horror Story, la Recensione del film horror italiano su Netflix

Raccontare l'orrore al cinema oggi. A Classic Horror Story è ben più di un "semplice" film. Ecco la recensione.

Condividi l'articolo

Sono moltissimi i grandi film che dividono sia il pubblico che la critica. E per sua fortuna, A Classic Horror Story rientra di diritto in questa categoria. Ossia un grande film che divide. Dopo l’interessante cortometraggio Ice Scream e il recente The Nest (qui la nostra recensione), Roberto De Feo, coadiuvato da Paolo Strippoli, ritorna con un interessante horror. A partire dalla sua essenza metacinematografica.

A Classic Horror Story, la Trama

Sofia, Mark, Elisa e Riccardo si trovano su un camper guidato dal vlogger Fabrzio. Un carsharing che li porterà in Calabria. Tuttavia, un improvviso incidente li trascinerà in un incubo senza fine. Un incubo fatto di torture, rituali e sacrifici, in un luogo dove sembra impossibile uscire.

A Classic Horror Story, la Recensione

Stereotipi, derivazioni ma anche e soprattutto ribaltamenti. Il duo De Feo – Strippoli confezionano un film che va oltre il concetto stesso a cui eravamo abituati fino ad ora. Più che un “semplice” film, A Classic Horror Story è una riflessione sul cinema di genere orrorifico di questi ultimi anni. Dei suoi pregi, dei suoi limiti, della sua fruizione. Un film metacinematografico come non mai, che discute sul mezzo cinema stesso e della sua inevitabile rivoluzione in base alle tecnologie che modificano tutto il macchinario industriale.

Non è un caso che dietro al progetto ci sia Netflix, ribattezzato in maniera a dir poco macabra come Bloodflix sul finale del film, una fantomatica piattaforma di snuff movie presente nel deepweb. Accortezze e dettagli che rendono A Classic Horror Story un film geniale dall’inizio alla fine. Un vero e proprio punto di incontro (e scontro) tra vecchio e nuovo. Tutto parte da una leggenda folkloristica calabrese, quella dei padri fondatori della mafia. Tre demoni, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che continuano a chiedere sacrifici per portare benessere tra le foreste calabresi.
Una leggenda chiaramente edulcorata e modificata per essere la base su cui A Classic Horror Story poggia le sue radici più profonde. E quindi una casa come “quella di Sam Raimi“, una tavola imbandita dove i commensali fanno il verso alla bravissima Matilda Lutz (Revenge), come accade in Midsommar. Un pupazzo pronto alle fiamme, come in The Wicker Man. Telecamere ovunque volte ad osservare il male, come un altro film manifesto teorico dell’horror quale Quella Casa Nel Bosco. Apparenti e semplici omaggi che andranno poi via via a delinearsi come significanti del cinema horror in toto, del presente e del passato.
A Classic Horror Story recensione, recensione
L’incipit del film incarna tutto ciò che di classico si può richiedere da un film horror. Giunti a metà però, tutto cambia. Il folklore edulcorato di una leggenda diventa quindi strumento per iniziare il processo di antitesi del film, mostrando come il cinema di genere sia capace di saper raccontare la realtà. A Classic Horror Story non si limita dunque al facile compitino citazionista, confezionando un prodotto ad hoc per i fan.
Sebbene l’inizio possa dare questa impressione, il ribaltamento dell’ultima parte trasforma il film in una vera e propria opera-manifesto che vuole far riflettere sulla condizione contemporanea dell’horror e della sua forza rispetto il racconto. Non un mero esercizio di stile ma il perfetto risultato di chi conosce il cinema horror e tutte le sue dinamiche.
A Classic Horror Story, recensione, cast
Dinamiche legate alla produzione ma anche all’industria cinematografia, alla distribuzione, alla ricezione del prodotto-film. Dinamiche raccontate attraverso il film stesso, che incarna di fatto un ideale dietro le quinte che coinvolge l’intero apparato cinematografico, al di qua e al di là del set. Novanta minuti che trasformano A Classic Horror Story in un manifesto cinematografico contemporaneo, critica e discussione che sfrutta il genere per poi travalicarlo e parlare di cinema nella sua complessa totalità.
Il gore, la violenza, il sangue versato, assumono quindi contorni e sfumature precise e delineate. L’immagine shock è necessaria per catturare l’attenzione e insinuarsi nello spettatore, come in fin dei conti tutto il cinema d’horror fa da sempre e non sempre con risultati ottimali. Fortunatamente non è questo il caso e noi tutti spettatori non possiamo che esserne contenti.

Cast

  • Matilda Lutz: Elisa
  • Yuliia Sobol: Sofia
  • Will Merrick: Mark
  • Francesco Russo: Fabrizio
  • Peppino Mazzotta: Riccardo
LEGGI ANCHE:  Peaky Blinders: le 3000 sigarette di Cillian Murphy

Trailer