Revenge – La risalita del cinema di genere francese

Lo stupro e la vendetta di Jennifer. Revenge è più che un semplice omaggio al rape and revenge. È un film che vuole rinnovare e rilanciare un cinema troppo bistrattato.

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Una delle battute finali di Revenge è abbastanza significativa rispetto quello che vuole raccontare il primo film di Coralie Fargeat:”Perché le donne devono sempre opporre resistenza?“.

Già, perchè mai dovrebbero? La svolta femminista che sta prendendo la società odierna, con il movimento #MeToo, vorrebbe, tra le altre cose, far sì che questa domanda retorica sparisca dalla mente della collettività. Questo però non è il luogo per addentrarci in certe questioni sociali. Basti sapere che questo film vuole lanciare un messaggio forte attraverso l’uso di scene forti. E riprendendo un genere quasi del tutto svanito, quello del rape and revenge. Un genere che ha visto i suoi fasti negli anni ’70 con film come I Spit On Your Grave (Non Violentate Jennifer) e L’Ultima Casa a Sinistra, di marca Wes Craven.

Revenge presenta la medesima struttura, suggerita dal nome del genere in questione. Una prima parte dove viene messo in scena lo stupro ed una seconda dove la vittima decide di vendicarsi a suo modo. Cambiano le modalità ma il fine è sempre lo stesso. Portare gli stupratori alla morte. Il plurale non è usato a caso giacché non si parla mai di una persona sola a compiere il vile gesto. Ed anche qui, la trama in pillole è possibile raccontarla in questo modo. Volendo approfondire con i particolari, possiamo aggiungere che Jen e Richard sono amanti e si trovano in una magione in mezzo ad un deserto roccioso. Passano una notte di passione ed ecco che al mattino arrivano i due soci di lui, Stan e Dimitri. Pochi secondi e gli occhi visicidi dei due cadono sulle sinuose forme di Jennifer. Si noti l’omaggio al film sopracitato.

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Richard si allontana per delle commissioni e Stan decide si sollazzarsi senza chiedere permesso sul corpo della giovane. Qui però subentra la prima modifica di Revenge ai canoni del genere. La violenza ha un apparente e profondamente stupido motivo. Una ragione che oggi si sente troppo spesso usata come infame giustificazione. Secondo Stan, Jennifer se l’è cercata. Come? Facile, ha ballato con lui. Un gesto che nel mondo animale significa essere predisposti all’accoppiamento, nella maggioranza dei casi. La parola specifica “animale” non è messa a caso. Richard prova a sistemare la cosa offrendole dei soldi ed un lavoro lontano da lui, come se fosse un oggetto. E se l’orgoglio di Jen era già stato violato, adesso è definitivamente compromesso.

Durante una fuga, Richard la lancia giù da un dirupo e Jen rimane brutalmente ferita da un ramo. Sembrerebbe morta ma non è così. Jen rinasce metaforicamente (e non solo) dalle fiamme, come l’araba fenice. E poco dopo l’angelo sterminatore che è in lei viene battezzato dentro un fiume di acqua e sangue. Inizia così una caccia all’uomo da parte di una donna assetata di vendetta. E la brava Fargeat non risparmia di certo il sangue, come accaduto in Inside, quella perla firmata Bustillo e Maury. Il sangue sparso è tanto e necessario per portare a compimento la vendetta. E la telecamera non si tira indietro. Mostra tutto, si sofferma sui particolari, sui corpi mutilati come in un film di Cronenberg.

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Ci sono moltissimi virtuosismi, come il lunghissimo piano sequenza che porta allo scontro finale dal carattere prettamente primordiale.

Due corpi mutiali e nudi alla resa dei conti. L’istinto, l’Es, dominano su ogni cosa. Dall’inizio alla fine. I ruoli si scambiano costantemente, tra vittima e carnefice, tra inseguito ed inseguitore. In questo gioco al massacro non ci sono ruoli fissi e le due parti si intersecano armoniosamente. Quelli che possono sembrare storpiature sono in realtà rivisitazioni del rape and revenge. Jen non è una fredda e calcolatrice assassina come la sua omonima degli anni ’70. È impacciata, non ha un piano preciso. Lei vuole solo vedere morti e martoriati quei corpi che hanno violentato il suo. Ricambiare la vomitevole penetrazione non richiesta con un gesto analogo ma nel quale è un proiettile o una lama a penetrare l’uomo in questione.

Ciò che rende ottimo questo film è anche la riflessione che la Fargeat vuole proporre. Si potrebbe anche essere d’accordo con la meschina giustificazione rispetto lo stupro subìto. Tuttavia, attraverso un semplice sillogismo aristotelico, è possibile anche giustificare la follia vendicativa e omicida di Jen. Perché se Jennifer si è cercata lo stupro con il suo comportamento, di conseguenza possiamo affermare che la repellente comitiva si sia andata a cercare la brutale vendetta della bellissima e spietata Matilda Lutz.

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Impossibile non empatizzare per lei e per la sua ricerca di vendetta. Impossibile non appassionarsi al film, soprattutto per chi è amante del genere. Il gore viene spiattellato senza chiedere permesso e la musica dallo stile carpenteriano si fonde alla perfezione con le immagini, che da sole danno un senso di ansia e sudata oppressione. Un plauso va fatto senza dubbio alla regista di Revenge che esordisce col botto. C’è solo da sperare che questo sia l’inizio di una brillante carriera che vada a confermare lo stato di salute del cinema di genere francese.

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