C’era una volta a Hollywood | Recensione del primo romanzo di Tarantino

C'era Una Volta a Hollywood
Brad Pitt e Leonardo DiCaprio in C'era una volta a ... Hollywood
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Dal 1 luglio 2021 è disponibile anche in Italia il primo romanzo di Quentin Tarantino. Grazie a La nave di Teseo, C’era una volta a Hollywood è arrivato nelle nostre librerie in uno splendido adattamento italiano in contemporanea con il resto del mondo.

A due anni di distanza dal suo decimo lungometraggio, Tarantino ci conduce di nuovo in quella Hollywood sospesa nel sogno. Trasportandola su carta, ha donato nuovi contorni alla fiaba di Sharon Tate. La principessa di Cielo Drive viene salvata nuovamente da un cinema capace di raccontare un’altra storia, ma sembra non essere più questo il fulcro dell’opera.

Tarantino ci riporta nelle sue incantevoli fantasie espandendo il microcosmo formato dalla triade Rick Dalton-Cliff Booth-Sharon Tate. Si è concentrato sulla caratterizzazione dei personaggi e ha approfondito il loro background, restituendoceli in tutta la loro magnifica complessità. Esemplare è il caso della piccola Trudi, che da semplice comparsa diventa protagonista della ormai celebre scena tagliata della telefonata con Rick Dalton.

L’immaginario di C’era una volta a Hollywood

Sembra però essere Cliff Booth, in questa occasione, il perno centrale della vicenda. Da un lato scopriremo infatti molto di più sul passato sanguinoso dello stuntman, tornando su alcuni momenti chiave della sua vita. Allo stesso tempo Tarantino sembra eleggerlo a suo alter-ego: potremo riconoscerlo nell’amore che lo stuntman prova verso le opere di Akira Kurosawa.

Ancora più che nel corrispettivo filmico, in C’era una volta a Hollywood riscopriamo quindi una fucina di volti e racconti, reali o solo immaginati, che hanno incantato e formato il Tarantino-cinefilo. Una grande enciclopedia filmica, in cui si mischia la storia del cinema con la pura invenzione. Il gioco citazionistico risulta meno stratificato che nel film, ma sicuramente più ricco e variegato.

Tarantino sembra essersi concentrato decisamente su questa dimensione, tratteggiando le forme di un gigantesco affresco. È ancora più marcata l’aperta dichiarazione d’amore alla Settima Arte e al suo tempio, una Los Angeles in cui la sua penna si addentra a scavarne intrighi, culti e dogmi.

Grattare il fondo oro, affrescare

L’opera non è però il frutto di un semplice adattamento. Le immagini non sono state semplicemente versate sulla carta in un processo che cercasse di renderne l’equivalente letterario. Secondo le dichiarazioni di Tarantino, C’era una volta a Hollywood era effettivamente nato come romanzo, per poi diventare il film che abbiamo amato.

La stessa natura anfibologica di Teorema, il capolavoro di Pier Paolo Pasolini. Allo stesso modo, quindi, C’era una volta a Hollywood è nato come su fondo oro, dipinto con la mano destra, mentre Tarantino con la sinistra lavorava ad affrescare, appunto, una grande parete: il film omonimo.

Si riconosce in ogni caso lo sguardo registico di Tarantino. Si avverte inevitabilmente la dimensione dell’appunto, del trattamento, rintracciando nelle didascalie e nei dialoghi le forme della sceneggiatura. Sicuramente è complice l’immaginario filmico che ha creato il film prima del libro. Non potremo non associare i volti di Di Caprio e Pitt a quelli di Rick Dalton e Cliff Booth. D’altronde questa complementarietà è praticamente ribadita dalla copertina-réclame che troviamo nelle prime pagine del libro.

Quentin Tarantino non è però solo uno dei migliori registi della sua generazione: è anche, e forse soprattutto, un incredibile storyteller. Ed è in questo senso che si può cogliere il valore di questo romanzo, geniale non solo nella restituzione dell’intreccio delle vicende.

Cinema, musica, letteratura

Dai polverosi set dei vecchi western televisivi alle strade perdute di Los Angeles, tutto sembra esistere al di là della pagina. Ciò è il risultato di una narrazione capace di definire un’atmosfera sommando dettaglio su dettaglio. Tarantino però va ben oltre gli schemi letterari, mirando ad un’opera davvero totalizzante.

Dimostra un’attenzione particolare alla dimensione musicale, già determinante nell’opera filmica, rendendo la sua opera quasi una ricerca multimediale. Tarantino espande la colonna sonora di C’era una volta a Hollywood, indicandoci nuove coordinate sonore che si legano ancora più intimamente al clima dell’opera. Dalle pagine del romanzo sembrano emergere le voci dei cronisti della KHJ, pronti ad annunciare il singolo in alta rotazione di turno. Avere Simon & Garfunkel o Paul Revere in cuffia è l’inevitabile passaggio che completa il quadro.

C’era una volta a Hollywood è quindi più di un semplice romanzo, o di una novellizzazione. Vive certamente in un rapporto di interdipendenza con il film, ma entrambi restano opere che, nonostante la genesi comune, sono completamente autonome. L’una arricchisce l’altra, allargando gli orizzonti di questo universo che è ormai parte centrale dell’opera di Tarantino. È senza dubbio superfluo sottolineare che sia una lettura obbligata per chi ha amato il film candidato a 10 premi Oscar.

È però essenziale consigliare il libro a chi ha trovato in C’era una volta a Hollywood un film lontano dalle proprie aspettative. Nel romanzo troverà una nuova via a quest’opera che contiene l’anima più profonda dell’arte cinematografica secondo Quentin Tarantino.

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Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.