Caparezza spiega le ali, e au revoir | Recensione di Exuvia

Exuvia
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Che Michele Salvemini, in arte Caparezza, ci abbia portato gradualmente nelle dimensioni del suo caos è evidente. Una progressiva introspezione che con Prisoner 709 abbandonava definitivamente le scintillanti policromie di Museica per iniziare una vera e propria psicoterapia. Exuvia è inevitabilmente un’altra tappa fondamentale di questo percorso, e forse la più importante.

Un percorso che comincia proprio all’uscita di quel museo con dischi, tra acufene e fischi. Nel 2014 Caparezza canta praticamente una tragica profezia di quella malattia che sarà il punto di partenza dello psicodramma di Prisoner 709. L’acufene lo scinderà tra Michele e Caparezza, l’uomo e l’artista, in una prigionia fisica e mentale dalla quale riuscirà a fuggire solo imparando ad accettarlo come parte di sé.

Se Prisoner 709 era detenzione ed evasione, Exuvia è morte e risurrezione. Caparezza spiega quindi le ali, lasciando dietro di sé i resti della propria trasformazione sulle note del suo disco definitivo. Un album senza dubbio estremamente più complicato, forse il più difficile finora, ma come è lui stesso a riconoscere, il secondo album era più facile dell’ottavo.

Exuvia: morte e risurrezione

E non perché prima o poi si esaurisca l’urgenza o il bisogno comunicativo, o lo spazio di manovra per una sentita originalità. L’ottavo è più difficile del secondo perché deve misurarsi con tutto il tracciato che lo ha portato fino qui; con una storia artistica e personale della quale Caparezza porta i segni sul suo esoscheletro.

Canthology non va quindi letto in una chiave di mero autocitazionismo. L’ouverture del disco ci racconta invece proprio questo; Caparezza porta con sé tutto il suo racconto, punto di partenza per riscoprire continuamente se stesso.

Ma qui c’è l’eterno paradosso: la forza per aprire le ali e spiccare il volo emerge da una battaglia inesausta, fatta di assurdi e contraddizioni. Caparezza intraprende quindi un viaggio di separazioni: è in fuga dal suo disco precedente, che è quindi l’inizio del distacco dai resti del suo io.

Questo sentiero di dolore e allegria, che si inerpica in una notturna selva oscura, è organizzato come una successione di micro-concept album: alcuni skit introducono il tema di un set di due o tre brani, toccando miti biblici o leopardiani con la capacità che ha solo Caparezza di tenere insieme con il rap tanti riferimenti culturali.

Nonostante quindi l’impronta del concept sia meno marcata che in altre occasioni, è possibile rintracciare una coerenza musicale di fondo impressionante. La costruzione compositiva definisce davvero le atmosfere di Exuvia, che si avviluppa come un unico discorso. In questo senso è sicuramente vicino alla struttura di Prisoner 709, alle sue tinte grigie e ineluttabilmente buie, come è il mondo visto dietro le sbarre.

Spiego le ali, e au revoir

Allo stesso tempo Caparezza con Exuvia recupera la ricchezza linguistica di alcuni suoi lavori. Con Museica e Le dimensioni del mio caos l’anarchia sonora aveva permesso al rock di fondersi con il jazz più melenso, all’elettronica di convivere al fianco di magnifiche ballad acustiche, dimostrando una grande varietà stilistica.

Non ci sorprenderà quindi arrivare fino a inflessioni heavy metal, o a derive trap, nel nuovo viaggio sonoro in cui Caparezza ci accompagna. La scelta però ci ricorda la fibra più squisitamente cantautoriale di Capa, sempre aperto alle sperimentazioni, ma legato alla scuola di Sgt. Pepper’s, più che alle foto di gruppo con i rapper. E proprio con la scena sembra togliersi qualche spina di troppo in alcuni passaggi.

Dimostrando, per altro, che il rap è materia sua. Inserendosi su arrangiamenti davvero ben costruiti, il suo lavoro è tutto un gioco di metri, ritmi e tempi. L’ipnotico alternarsi di extrabeat e tempo in Canthology ne è un fulgido esempio, così come l’energico 7/8 su cui si basa il finale. Exuvia, su questo metro sbilenco, raccoglie in un solo slancio tutta la potenza latente del disco, spingendo la battuta sempre avanti.

E alla fine dell’ascolto, senza dubbio Exuvia lascia interdetti. Un’opera densa come le tenebre, ma praticamente perfetta in ogni punto. Caparezza ha davvero spinto sull’acceleratore giungendo a risultati inediti nella sua discografia, che più di una volta ha raggiunto livelli davvero altissimi. In questo caso però l’impressione che rimane è di essere di fronte ad un autentico testamento artistico. E questo rimarrà in giudizio ai posteri, ma qualsiasi cosa uscirà dopo Exuvia, sarà dopo Exuvia.

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RECENSIONE
Giudizio complessivo
Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.