Mandrake, il mascalzone dal sorriso magico – Omaggio a Gigi Proietti

Per omaggiare la memoria del grande Gigi Proietti, abbiamo deciso di approfondire il personaggio di Mandrake, immortale protagonista di Febbre da Cavallo.

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Gigi Proietti in una scena di Febbre da Cavallo
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E dulcis in fundo ci sarei io, Vostro Onore, Fioretti Bruno, detto Mandrake, per via delle mie innate doti trasformistiche e per via del sorriso magico che, non per vantarmi, mi colloca per vocazione nel mondo dello spettacolo, con naturale tendenza verso la recitazione e momentanei ristagni nel mondo della moda e delle comparse. Insomma, comunque, Vostro Onore, io a Tor di Valle faccio sempre la mia figura.

Così inizia Febbre da Cavallo, immortale commedia del 1976 diretta da Steno, con protagonisti un giovanissimo Gigi Proietti, scomparso il 2 novembre 2020, insieme ad Enrico Montesano, Catherine Spaak e Francesco De Rosa.

La commedia di Steno è un film unico nel suo genere. Incredibilmente divertente, ma anche estremamente malinconico. In molte scene la risata si accosta alla pietà che lo spettatore è portato a provare per i protagonisti, così ciechi e perduti nelle loro ossessioni.

Febbre da Cavallo è un vortice che, una risata alla volta, ci porta nell’abisso della psiche di persone talmente malate da non rendersi conto di stare buttando tutta la vita.

Abbiamo deciso di raccontarvi, attraverso le gesta di Mandrake, il senso profondo di una pellicola che è molto più che semplice divertimento. Ecco la nostra analisi.

Mandrake: un personaggio unico

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Gigi Proietti in una scena di Febbre da Cavallo

Bruno Fioretti, alias Mandrake, è un giovane uomo di bell’aspetto, con una carriera nel mondo della moda, una bella fidanzata che lo ama, proprietaria di un bar. Nessun problema nella vita se non uno: i cavalli.

Insieme a Pomata (Enrico Montesano) e Felice (Francesco De Rosa), rispettivamente un disoccupato che vive sulle spalle di sorella e nonna e un parcheggiatore senza ambizioni, Bruno sogna di sbancare il botteghino degli ippodromi di mezza Italia scommettendo sulle corse dei cavalli.

La storia in realtà è frutto di un racconto, esposto in un’aula di tribunale dallo stesso Mandrake. Egli, infatti, è accusato insieme ai suoi soci di aver truccato una corsa per vincere una grossa scommessa.

Come ci spiega la stessa voce di Mandrake ad inizio film, infatti, quello delle corse dei cavalli è un mondo strano, fuori di testa, avulso da qualsiasi tipo di logica. Troviamo uomini d’alta borghesia che fanno società con netturbini, avvocati spiantati che sognano di possedere cavalli vincenti e scommettitori di ogni tipo.

Tutti con un solo obiettivo: urlare al mondo Ho Vinto!

Col passare del tempo, nonostante l’esperienza di vita, Mandrake continua a cadere vittima dei medesimi errori. Quasi 30 anni dopo infatti lo ritroviamo nel secondo film, La Mankdrakata del 2002, tentare ancora di fare il grande colpo alle corse.

Ancora una volta Bruno mostrerà tutta la sua ossessione per la vittoria, tentando di frodare una corsa, sostituendo un cavallo brocco, Come va va, con un altro pressoché identico a lui ma di ben altro valore sportivo, Pokèmon.

Per fare questo non si farà scrupoli di mettere nei guai un povero operaio napoletano e i suoi compagni di merende. Quando tuttavia arriva la fine della storia e lui viene, ovviamente sconfitto, sceglie senza problemi di restituire il denaro frodato ma non la coppa, simbolo della vittoria, così tanto agognata per tutta la vita.

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Il gioco è una cosa serissima Perché chi scherza lo fa pe divertisse, ma chi gioca punta, s’illude, s’inventa un lieto fine.. Che non arriva mai – spiega Bruno Fioretti alla fine del film

Questa è sicuramente una delle battute simbolo di quello che è il personaggio di Mandrake. Ossessionato dalla vittoria ma allo stesso tempo buono di cuore. Spavaldo ma fragile.

Nel primo film, furioso con Pomata che lo ha convinto a non dare ascolto a Gabriella, ferma la sua ira quando scopre della presunta morte della nonna. Nel secondo si approfitta ma infine aiuta il povero Faiella ad uscire dai guai nei quali lui stesso l’ha ficcato.

Mandrake è un bugiardo patologico, un mentitore professionista, eppure così legato ad un distorto concetto di amore ed amicizia che lo porta ad essere amato ed apprezzato, nonostante i continui guai.

Assolutamente esplicativo di questo concetto è il finale del primo film, quando a processo, Bruno e soci si ritrovano tutti gli assidui scommettitori degli ippodromi, presenti a fare il tifo per loro.

Gigi Proietti è riuscito a creare un personaggio negativo, pronto a mentire spudoratamente per ottenere i suoi scopi, eppure così tanto carismatico ed affascinante da non trovare mai reali oppositori. Tutti alla fine si fanno conquistare dal suo sorriso magico.

Questo perché è circondato da fessi? Assolutamente no. Mandrake sbaglia, sapendo di sbagliare, ma risulta talmente focalizzato sulla sua ossessione che non appare mai realmente come un personaggio cattivo.

Per quanto sbagliata nei modi, la sua continua ricerca della vittoria non può che far suscitare empatia in chiunque lo guardi e in coloro che lo circondano, sempre pronti a seguire la sua bizzarra leadership.

La sua aura di eterno sconfitto, mai scalfito dalla disfatta ma sempre pronto a sfoderare il suo micidiale sorriso, riesce a trainare e motivare chi si trova sempre in bilico, continuamente in procinto di cedere alle troppe difficoltà.

La ludopatia della quale soffre Bruno è ovviamente un grave problema ma la sua persistenza e resilienza e il suo modo unico di coinvolgere tutti nelle sue avventure, rendono Mandrake un personaggio unico ed impossibile da odiare.

Febbre da Cavallo e la Vanagloria

febbre da cavallo 1

Emblematica, parlando di vanagloria, la scena che ci racconta la prima vittoria di Soldatino. Si tratta “der cavallo più rincoglionito d’Europa“, di proprietà dell’Avvocato De Marchis, che non ha mai vinto una corsa.

Quando, dopo essere stato messo a digiuno a causa dei debiti del suo proprietario, l’animale finalmente vince, l’avvocato incredulo, afferma “C’ho un cavallo che ha vinto!“. Non sono i soldi il vero problema dunque, ma la vanagloria, come sempre.

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La storia ci mostra quindi tutti i sotterfugi e gli inganni di Bruno Fioretti e soci, inventati quotidianamente per raggranellare soldi da scommettere. Uno su tutti, quello emblematico ai danni del povero Macellaio Manzotin.

Tuttavia, tra una battuta e l’altra, Febbre da Cavallo ci mostra anche la parte oscura della vita di chi è ossessionato del gioco, persone che rischiano costantemente di perdere tutto.

Mandrake ha una fidanzata che vorrebbe sposare ma con la quale non riesce a condividere i piaceri del sesso a causa di un problema psicologico causato dalla sconfitta alle scommesse.

Sarebbe facile, basterebbe smettere di scommettere e vivere una vita felice e passionale con la sua Gabriella. Invece no, Bruno preferisce inventare balle sempre più irreali solo per poter superare la notte e non ammettere mai la verità.

Pomata, indebitato fino al collo con un colosso di nome Ventresca e con lo stesso Mandrake, preferisce inscenare la morte della povera nonna e impegnare il corredo della sorella per procrastinare i pagamenti, piuttoso che trovarsi un lavoro vero per pagare i suoi debiti.

L’inevitabile fine

febbre da cavallo 1

Ovviamente, dalle piccole truffe è un attimo passare ai crimini veri e propri, quelli che mettono in guai seri Mandrake e soci. I tre amici, in società con l’Avvocato De Marchis, decidono infatti di rapire un fantino invincibile, Jean-Louis Rossini, che somiglia vagamente a Bruno.

Il fantino avrebbe dovuto guidare la cavalla Bernadette in un’importante gara, alla quale è iscritto anche Soldatino. Il loro scopo? Sostituire Rossini con Mandrake, in maniera tale da truccare la corsa e far vincere Soldatino. Cosa che, ovviamente, non accadrà. Perché, come detto, è la gloria che li acceca, non i soldi.

Le scommesse sono solo il dito che indica la Luna. Bruno vuole vincere, non essere ricco. Per questo, durante la corsa, quando si trova primo, non riesce a fermare il cavallo. Inebriato dalla sensazione della vittoria taglia per primo il traguardo, mettendo nei guai tutti, lui stesso compreso.

Il film ha il merito, oltre quello di far ridere in ogni scena, di mostrare anche un lato dell’animo umano così oscuro e disturbato: la continua ricerca della vanagloria, anche momentanea, rischiando di perdere ogni cosa cara.

Mandrake a fine film riesce a farla franca, grazie ad un giudice anche lui ossessionato dai cavalli, e sposare Gabriella. Tutto è bene quel che finisce bene? Ovviamente no.

Bruno abbandona in viaggio di nozze la moglie per andare all’ippodromo con Pomata e scommettere anche i regali appena ricevuti per il matrimonio. Molti anni dopo, nel 2002, all’uscita del secondo film, La Mandrakata, ritroviamo Bruno Fioretti fidanzato con un’altra donna, che sta subendo le stesse bugie di Gabriella e che, nel frattempo, lo ha lasciato.

Una di quelle opere da vedere e rivedere, per cercare di capire come lo stesso uomo, Mandrake, Gigi Proietti, possa in un solo film farci ridere col Whisky maschio senza rischio, commuoverci per la triste sorte a cui lui stesso si sta condannando, e infine farci riflettere sulla vanagloria dell’essere umano, come neanche l’opera più filosofica riuscirebbe a fare.

Grazie di tutto Gigi.

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