Carlos Santana, l’uomo che parlava a tutti

Viaggio attraverso l'uomo che è diventato il simbolo della fusione tra Sud America e rock

La storia di uno dei più grandi chitarristi di sempre inizia con poche corde e troppo da dire.

“Il ragazzo è bravo ma non si applica”, il mantra ripetuto fino alla nausea da alcuni insegnanti. Perché nella vita ci vogliono studio e disciplina, anche se noiose, e chi non si mette in riga non va da nessuna parte, dicono. Ma a qualcuno, di arrivare da “qualche parte”, non importa per nulla, eppure ci arriva, scrive indelebilmente la storia partendo dal suo piccolissimo mondo: passione, tensione emotiva, una chitarra o, in questo caso, un violino. O qualcosa che si avvicina ad entrambi

Il 20 luglio 1947 ad Autlàn de Navarro, in Messico, nasce Carlos Santana. Il piccolo Carlos è circondato da musicisti: il nonno Antonio suona il corno francese nella banda municipale, mentre il padre José è un violinista e suona con i Los Cardinales, uno dei tanti gruppi mariachi che portano in giro la tradizione messicana in musica. Prima di andare a dormire, José suona al figlio melodie che lo cullano come nessuna fiaba sa fare; ogni sera, il piccolo Carlos sente una musica diversa, sente le note raccontare il fragile equilibrio e la vita da musicista del padre. La musica, per Carlos Santana, è l’unico modo per parlare efficacemente a tutti, per narrare l’unica storia che un uomo conosce davvero: quella che ha vissuto sulla propria pelle.

Uno dei più grandi successi di Santana, Corazon Espinado, nel quale si avvertono le influenze mariachi

Non c’è una scelta, nella vita di Carlos: lui deve suonare, ne ha bisogno, deve raccontare a tutti la propria storia. Carlos è un uomo del popolo e al popolo vuole parlare, nessun altro riuscirebbe a capirlo e a credergli. Proprio per questo, l’unica musica che conosce e che fa sua è la musica popolare messicana ed è con essa che si avvicina ancora di più al suo vero, primo scopo: parlare.

La storia di Santana coincide esattamente con la storia della sua evoluzione musicale, e tutto ha inizio da… un violino.

Comunicare è un’esigenza che appartiene ad ognuno di noi, quello che ci distingue è il modo e l’intensità con la quale comunichiamo. Carlos sceglie la musica, che ha la grandissima capacità di condensare infiniti concetti e infinite parole in pochissimi secondi, ma la sua vera marcia in più sta nella forza che la sua musica acquisisce. Santana inizia come un qualsiasi musicista di strada messicano, esibendosi per pochi spiccioli nei club di Tijuana, e arriva a portare il suo mix di rock e musica tradizionale latinoamericana in tutto il mondo. Cos’ha, in più, Carlos Santana? Non lo sappiamo, ma possiamo provare ad immaginarlo.

Nel 1952 Carlos ha cinque anni e per la prima volta le sue mani provano a trasformare in linguaggio, che per il piccolo Santana significa musica, quello che gli occhi vedono. Ma le mani di Carlos non si poggiano su di una chitarra: prendono in mano un violino. Le prime corde sfiorate dalle fragili dita di uno dei più grandi chitarristi viventi non sono sei, ma quattro. Il violino ha guidato Santana per i primissimi anni della sua vita in musica, insegnandoli la delicatezza del tocco e la potenza delle note lunghe e penetranti. Il violino è una lezione di lessico: Carlos trova le sue parole, lunghissime e vibranti. Non ha maestri né libri di didattica, impara dal padre e attinge dal repertorio mariachi finchè non trova, finalmente, la chitarra.

Santana e il bassista della sua band, David Brown, sul palco di Woodstock

Popolare, aperta a tutti, la chitarra permette a Santana di fare ciò che ha sempre voluto fare: parlare.

Carlos ha undici anni quando inizia a suonare la chitarra, sempre da autodidatta. C’è qualcosa di più, nella chitarra: è più diretta, consente di essere meno delicati, e soprattutto permette a Santana di cavalcare la più devastante tendenza della seconda metà del Novecento: il rock.

Le sei corde sono le regine indiscusse del rock, sanno alzare la voce come nessuno strumento era riuscito a fare. Nel 1961 la famiglia Santana si trasferisce a San Francisco, e a Carlos si aprono le porte del grande mondo della musica. La chitarra è stata per lui una lezione di sintassi, gli ha insegnato a strutturare in maniera chiara ed efficace quello che girava nella sua testa, che altro non è che ciò che i suoi occhi hanno raccolto negli anni; Santana, ora, può potenzialmente far recapitare a tutti i suoi messaggi. Al popolo piace la chitarra, è nuova, fresca, ruggisce di distorsione e a Carlos piace l’idea di ribaltare la musica tradizionale mescolandola al rock: audace, inedito, geniale.


Negli Stati Uniti se ne accorgono subito, tanto che nel 1969 l’impresario e organizzatore di concerti Bill Graham riesce a far suonare Carlos e la sua band al festival di Woodstock prima ancora dell’uscita del loro disco. Carlos strega il pubblico con il suo particolare gusto per le note lunghe e il vibrato spazioso e pieno, tecniche inusuali per un chitarrista elettrico; la versione di Soul Sacrifice registrata durante quel live, con i suoi 11 minuti, diventa leggendaria.

La versione live del 1969 di Soul Sacrifice, registrata a Woodstock

Santana ce l’ha fatta: tutti l’abbiamo ascoltato.

Il contrasto fra rock e latin music avvertito e messo in musica da Santana ha riscosso un successo planetario. Cos’ha in più, il nostro Carlos Santana? Ha mescolato la tradizione messicana e l’innovazione del rock, ha alzato la voce e le sue fortissime note lunghe sono state così intense da scavarci nell’anima. A tutti, Santana voleva parlare a tutti, raccontare le proprie storie e avere il maggior numero di persone ad ascoltarlo; adesso tutto il mondo tiene le orecchie ben aperte ogni volta che il ragazzone messicano suona. O racconta, che poi per Santana non c’è differenza.

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