Leaving Neverland: era davvero necessaria un’accusa così feroce a Michael Jackson?

Diretto nel 2019 e presentato in anteprima al celebre Sundance Film Festival, Leaving Neverland è un documentario che, a partire dal momento in cui è stato annunciato, ha fatto subito parlare di sé.

Michael jackson

Un documentario che osserva prevalentemente una sola faccia della medaglia.

Riesumare la salma di Michael Jackson e iniziare a condurre una feroce e cieca accusa ad hominem ad un uomo che, da dieci anni, ha lasciato all’interno del panorama musicale mondiale un vuoto difficile da colmare. Questa è l’operazione condotta da Dan Reed con il suo controverso documentario, Leaving Neverland.

Totalmente interessato ad ascoltare e a raccontare la storia delle vittime dei presunti abusi di Michael Jackson, il regista britannico si pone, quindi, a servizio di James Safechuck e Wade Robson, i due uomini che sostengono di essere stati sessualmente molestati dalla popstar, i due protagonisti assoluti della produzione che, cercando di far luce ancora una volta su quell’oscuro periodo della vita di una delle personalità più importanti della musica contemporanea, ha sconvolto il mondo intero.

Leaving Neverland

Una risonanza incredibile.

Diretto nel 2019 e presentato in anteprima al celebre Sundance Film Festival dello stesso anno, Leaving Neverland è un documentario che, a partire dal momento in cui è stato annunciato, ha fatto subito parlare di sé. E non è difficile immaginarsi il perché: si sta parlando di Michael Jackson, un pilastro della musica mondiale, un uomo che, da sempre, è stato al centro di numerose polemiche, partendo dal discusso cambio del colore della pelle fino arrivare alle ultime – e più importanti – accuse di molestie sessuali e pedofilia.

Incentrato sulla vita e sul racconto di Wade Robson e James Safechuck, oggi trentenni, che sostengono di essere stati abusati sessualmente dal cantante quando erano ancora dei bambini, Leaving Neverland dovrebbe testimoniare un lungo periodo che, partendo dai primi anni Novanta, si estende fino al più recente 2013, anno in cui il sopracitato Safechuck presentò alla famiglia Jackson una richiesta di risarcimento miliardaria. Privi di prove ufficiali che dimostrino gli abusi di cui si parla per circa quattro ore, i due protagonisti raccontano senza alcun filtro il loro rapporto con Michael, cercando di parlare anche di quelle che sono state le ripercussioni psicologiche che hanno subito anche durante le loro vite da adulti.

Non serve specificarlo, ma la distinzione è netta: c’è chi sta dalla parte delle vittime, emozionati dal loro racconto raccapricciante, e chi difende ciecamente la celebre popstar.

Tra sensibilizzazione e sentenza pubblica.

Nonostante tutte le critiche, è bene specificare che, sotto sotto, Leaving Neverland era un documentario necessario, specialmente in quest’epoca, un’epoca che potrebbe essere definita senza troppi giri di parole l’era del #MeToo, movimento che ha costretto il mondo ad aprire gli occhi. Si potrebbe parlare, quindi, del lungometraggio di Dan Reed come un’efficace opera di sensibilizzazione che, attraverso una sapiente esplicitazione e coinvolgente estremizzazione del dolore, porta lo spettatore a sentirsi sporco, ad empatizzare con i protagonisti, a piangere con loro. Eppure si tratta pur sempre di un’opera di sensibilizzazione che sta assumendo ogni giorno di più i tratti di una testimonianza deviata, manipolata e, proprio per questi motivi, falsa.

Leaving Neverland

Certo, attenersi alla realtà non sarà sicuramente uno dei suoi maggiori pregi, però Dan Reed ha saputo far parlare di sé e del suo, a quanto pare, inutile prodotto, caratterizzato da un’estremizzazione del dolore che ha deviato lo spettatore, riuscendo efficacemente nei suoi perversi intenti. Decidendo di non dar spazio nemmeno per un secondo ad un punto di vista avversario, il regista decide di sua spontanea volontà di offrire allo spettatore un mosaico in cui mancano numerosi e importanti tasselli, un mosaico irrealistico e falsificato.

Leaving Neverland è, infatti, a tutti gli effetti, un attacco ad hominem che, anche in seguito ad un’occhiata superficiale, va contro ogni presupposto della credibilità, essendo privo delle fonti oggettive di cui una critica di questa portata necessita. E non servivano le dichiarazioni di Mike Smallcombe, il biografo di Michael Jackson che ha segnalato ed elencato le importanti discrepanze tra la realtà e quanto narrato all’interno del documentario, per capirlo.

Privo di ogni attendibilità e spacciato per un’opera totalmente imparziale, Leaving Neverland è tutto quello che un documentario non dovrebbe mai essere.