Triple Frontier – Recensione del nuovo film di Netflix

Triple Frontier

Triple Frontier è la nuova scommessa del colosso dello streaming.

Al triplo confine tra Brasile, Paraguay e Argentina, Netflix schiera l’armamentario pesante. Oscar Isaac, Ben Affleck, Charlie Hunnam e Pedro Pascal tra i protagonisti di Triple Frontier, progetto raccolto dopo anni di gestazione da Jeffrey McDonald Chandor. Discostandosi completamente dagli ottimi 1981: Indagine a New York e Margin Call, Chandor firma una regia molto più vicina ai gusti contemporanei, nonché affine a certi altri prodotti targati Netflix. Basti pensare all’esplosiva sequenza iniziale, che inizia con il protagonista che si prepara all’azione sulle note dei Metallica. Le inquadrature aeree riportano alla mente il recentissimo Soldado di Stefano Sollima; a queste si aggiungeranno dei picchi di azione alla Narcos con persino un pizzico di Micheal Bay. Purtroppo tutto questo ha un po’ il sapore del “già visto”.

Triple Frontier non è però un film d’azione.

Nonostante le premesse, prende completamente un’altra strada dopo l’introduzione. Triple Frontier non è l’ennesima caccia al signore della droga, ma il ritratto di un grande dramma umano, il cui ritmo è dettato dal conflitto tra la cupidigia e la sopravvivenza. I cinque amici si imbarcano infatti in una complessa operazione che ribalterà le loro concezioni di giusto e sbagliato. L’obiettivo è Lorea e i suoi milioni di dollari. Il verde delle banconote si estende a tutte le palettes cromatiche del film, rendendo il comparto visivo globalmente piuttosto unitario e coeso. In un paio di occasioni si ha l’impressione che siano state forzate alcune dominanti per compattare ulteriormente la fotografia.

Questa sensazione viene smentita dalla sequenza dello scontro sui bianchi costoni rocciosi. Qui si esprime al meglio la potenza dei luoghi scelti per le riprese, punto forte della regia, che riesce a sfruttarli al meglio delle proprie possibilità.

Il grosso problema di Triple Frontier è però la sceneggiatura.

Nonostante il soggetto sia piuttosto interessante, il copione non ha molta consistenza. I personaggi non vivono il conflitto tra i loro valori e il loro lato malvagio, e l’assenza di questo contrasto indebolisce la caratterizzazione. I cinque protagonisti sono mossi esclusivamente dall’avarizia esplosa di fronte all’enorme quantità di denaro, che rimane il reale protagonista per gran parte del film. L’impresa di salvaguardare quanti più soldi possibile di fronte alle asperità delle giungle andine è l’unica struttura narrativa che regge l’intero film. L’assenza dell’antagonista, eliminato con facilità nelle prime battute, si fa sentire parecchio, né i personaggi riescono a diventare davvero antagonisti di se stessi. Le loro decisioni riguardo gli imprevisti e la gestione del bottino hanno sempre un andamento lineare e dettato dal caso. La reale svolta narrativa, che avviene nella sopracitata sequenza, sembra arrivare troppo tardi oltre ad essere priva di un’adeguata tensione emotiva.

triple frontier

Triple Frontier è un film riuscito a metà.

Da una parte bisogna lodare Chandor per non aver cercato di fare due film in uno, concentrandosi invece su un’idea coraggiosa ed originale di caper movie. Rinunciando al lato più action, il regista imposta dei buoni punti di forza senza le necessarie premesse. Triple Frontier sembra un po’ mutilato di quel realismo magico di opere come Narcos o dello stesso Sicario, fratello maggiore di Soldado. La capacità di indagare quella linea sottile e confusa che separa i buoni dai cattivi è mancata a questo film, e ne avrebbe tratto sicuramente beneficio. Da quel nucleo magmatico di contrasti e paradossi la scrittura ne sarebbe riemersa sicuramente rafforzata. Insomma, un film sufficiente, ma di certo non il nuovo gioiello di Netflix.

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