Home Musica Sanremo '19: Claudio Baglioni e l'infinita celebrazione del passato

Sanremo ’19: Claudio Baglioni e l’infinita celebrazione del passato

Sanremo 2019 è Claudio Baglioni, il rimpianto per il passato e il sarcasmo verso il futuro

Guardando la seconda serata del Festival di Sanremo 2019, ci si scorda più volte che si sta assistendo ad una competizione. Gli artisti in gara vengono presentati frettolosamente, con la grazia di una breve introduzione, e altrettanto frettolosamente vengono congedati. Quello che tutti vogliono sul palco, platea e specialmente pubblico a casa, è Claudio Baglioni. Grande artista, voce fenomenale, cantante che ha emozionato più generazioni.

E Baglioni non si nega al suo pubblico: è ogni due minuti seduto al pianoforte, o con la chitarra in mano, e canta, canta, canta. Chi può dire qualcosa, di fronte ad un artista di tale statura? Certamente non gli spettatori del festival, spettatori medi di Raiuno, fascia d’età in media dai cinquanta agli ottanta. Spettatori che con le sue canzoni sono cresciuti, che sbuffano di disapprovazione vedendo salire sul palco Motta, The Zen Circus o perfino Nek. Perché quando inizia Questo piccolo grande amore, sono lacrime per tutti, e il Festival scompare nell’oblio.

Baglioni duetta con Fiorella Mannoia, duetta con Marco Mengoni, duetta con Riccardo Cocciante. Una celebrazione della bella musica italiana, quella emozionante, quella, dirà qualcuno, “vera”. E come può di fronte a questo non sfigurare un Achille Lauro, che pare messo lì apposta per rappresentare negativamente quella musica “giovane”, pretenziosamente “ribelle” e per molti incomprensibile? Invece, le ovazioni arrivano anche per Loredana Bertè, altra highlander della bella musica italiana; per lo stesso Cocciante; per Il volo, giovani ma artisticamente legittimati dalla nobiltà delle proprie voci. Insomma, quello che la platea vuole sentire, quello che la platea vuole ricordare.

Sottilmente, continuamente, la modernità viene sbeffeggiata, allontanata, guardata da lontano, mentre la direzione artistica di Baglioni preme per riportare tutto agli anni ’70 e ’80, ai “bei tempi”, in un climax di protagonismo che sfocia nella platea in visibilio che grida come allo stadio “Claudio! Claudio! Claudio!” Molti pochi, tra gli spettatori fedeli del Festival, resteranno scontenti di questa edizione.

Certo, rimane la questione della gara, della quale sembra non importi nulla a nessuno. Non che le canzoni siano particolarmente meritevoli, eccezion fatta per il capolavoro di Daniele Silvestri e Rancore, l’unica canzone il cui testo dovrebbe da quella stessa platea essere ascoltato con estrema attenzione. Il voler capire i giovani, o “fare” i giovani, non passa infatti solo dal pronunciare un paio di volte le parole “indie” e “trap”. Non passa dal dire “ho messo una foto su Instagram” come se si trattasse di un rituale esotico praticato solo in un paese straniero.

Non passa neanche dall’invitare tanti artisti della nuova “scena” e dal porli in aperto contrasto con leggende intoccabili di fronte alle quali essi svaniscono come neve al sole. Si ottiene invece, con tutti questi passaggi, l’effetto opposto: la celebrazione e l’auto-celebrazione di Claudio Baglioni e dei suoi anni d’oro non fanno altro che confermare, infine, come il Festival di Sanremo sia oggi più vecchio che mai.

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Andrea Campana
Nato a Palmanova il 26 ottobre 1989, vivo ad Aquileia. Sono autore, scrittore, critico musicale e social media manager. Laureato al DAMS di Gorizia e conseguita laurea magistrale in Discipline della musica, dello spettacolo e del cinema/Film and audiovisual studies. Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos.

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