Netflix è il futuro o la morte del cinema? Roma di Cuarón rilancia la diatriba

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Roma di Alfonso Cuaron non è stato proiettato in alcuni cinema, rifiutatisi di scendere a compromessi con Netflix.

Per evitare inutili conflitti tra esercenti e Netflix, Roma di Alfonso Cuaron viene distibuito nei cinema dalla Cineteca di Bologna; con il colosso dello streaming che, sempre più produttore di serie e film dal valore qualitativo man mano più elevato – con qualche eccezione – si è fatto da parte. Per vederlo in sala il tempo è stato limitato, solo dal 3 al 5 dicembre, mentre per vederlo su Netflix bisognerà aspettare il 14 dicembre. Forse pochi giorni per un Leone d’Oro a Venezia e per un regista come Cuarón, ma probabilmente fa tutto parte di una mossa tutta Netflixiana; e no, non per strappare abbonamenti.

Il film ambientato a Città del Messico negli Anni 70, è uno splendore in bianco e nero, girato in 65 millimetri e di conseguenza, direte voi, un film fatto per una sala cinematografica. La scarsa presenza del film nelle sale ha rimesso in moto e alimentato ulteriormente il presunto scontro tra Netflix e il cinema, ma perchè il film è stato così scarsamente distribuito?

Netflix è davvero l’uomo nero del cinema?

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Un gigante indistruttibile, o quasi, che sembra voglia far sparire la magia della sala e la poesia per il cinefilo. Netflix spazzerà via lentamente tutte le sale in Europa, per rinchiuderci nel nostro salotto ad ingurgitare ogni piatto precotto o prelibatezza che proporrà? Oppure ci salverà dalla mediocrità cinematografica che sta dilagando nel cinema mainstream? Le opinioni sono molto contrastanti.

L’Associazione Nazionale Autori Cinematografici, insieme alla FICE, la Federazione Italiana Cinema d’Essai e all’ACEC, Associazione Cattolica Esercenti Cinema, avevano già espresso tutto il loro disaccordo durante la Festa del Cinema di Roma. L’aver inserito in concorso a Venezia dei film non prettamente creati per una visione in sala non ha fatto altro che accrescere il loro disprezzo per la piattaforma di streaming. Il motivo è semplice, la Biennale non dovrebbe mettersi in condizione di diventare una piazza pubblicitaria per il sito di streaming, che mette sempre più in una situazione precaria il mondo delle sale. Sempre secondo il loro ragionamento i film che hanno l’onore di entrare a Venezia dovrebbero essere alla portata di tutti, nelle sale di tutta Italia, non divenendo un esclusiva dei netflixiani. Tanto convinti della loro crociata al punto di chiedere al direttore Barbera di lasciare fuori questi film nella prossima edizione e chiedendo al ministro della cultura di creare delle norme per regolare l’uscita dei film, nelle tempistiche, sui diversi media.

Dal canto suo, dalla sua Venezia, il direttore Alberto Barbera non le manda certo a dire, per lui il cinema di qualità è sempre benvenuto: “Tutte le eventuali polemiche su questa vittoria sono effetto di una nostalgia che non si misura con la realtà di Netflix, la piattaforma più importante, ma che vede protagonista anche Amazon e sicuramente a breve altri soggetti. Sembra comunque che proprio Netflix stia per comprare una catena di sale cinematografiche negli Stati Uniti. Insomma il futuro sarà tra sale e questa nuova realtà streaming“.

Concludendo con un idea non da poco: “Difendere il passato oggi significa solo perdere opportunità“.

Una visione progressista del cinema che non vede però una distruzione né della fruizione nelle sale, né una distruzione del cinema vero e sentito, ma solo una distribuzione più ampia e la possibilità di mostrare il proprio film in ogni angolo del mondo. Sì, nei cinema e nelle case. Rifiutare una simile distribuzione è sicuramente un grossa opportunità sprecata. Intanto i film di Netflix al cinema non solo ci andrebbero, ma per proprio interesse devono andarci. Molti distributori, impauriti dalla vicinanza tra uscite in sala e in streaming, però non mollano la presa e lasciano che la piattaforma si arrangi con i pochi che decidono di assumersi il rischio.

Netflix killed the cinema stars

Il 1 agosto 1981 alle 00:01 i The Buggles cantavano Video Killed the Radio Stars nel primo videoclip lanciato su Mtv, annunciando il timore della scomparsa della radio. Come ben racconta il testo della canzone e come mostra il videoclip dove gli apparecchi radiofonici esplodono disperatamente in un clima di festa, la radio come mass medium subì un contraccolpo non indifferente. Oggi, con Netflix, lo stesso timore insegue i vari proprietari di cinema sparsi per il mondo, lasciando che un brivido percorra la loro schiena al solo pensiero che una “Ngigante rosso fuoco possa piombare sul loro cinema facendolo esplodere in mille pezzi, tra Narcos, demogorgoni e cavalli depressi

Si scherza ovviamente, meglio stemperare; ma Netflix può davvero distruggere la magia del cinema? Quella per noi rimane invincibile, ma alcuni cinema, intesi come strutture legate ai loro esercenti, potrebbero in parte risentirne. Roma per l’appunto è stato al cinema solo per 3 giorni, ma dal 14 sarà disponibile sulla piattaforma a tempo indeterminato, per una visione libera (nei termini del mese gratuito di prova offerto da Netflix) con alcuni esercenti che potrebbero però decidere di riproporlo nei loro cinema indipendenti. Tutto per accontentare una fetta di pubblico esigente, che vorrà ancora ammirare il capolavoro sul grande schermo. Sempre se questa fetta di appassionati ci sarà ancora. Ma gli esercenti che accontenteranno Netflix, cercando di far felici se stessi vedendo un cinema pieno, andranno contro il volere dei loro colleghi così decisi a boicottare questi titoli; anche fossero il nuovo Quarto Potere

Come d’altronde è accaduto anche al Festival di Cannes, dove Roma non è andato in concorso, così come il film dei fratelli Coen, The Ballad of Buster Scruggs, per il quale non ci sono state proposte di distribuzione nelle sale; e qua ci permettiamo di dire che è ridicolo. Non lanciare un film dei fratelli Coen nelle sale per andare contro alla casa di produzione che propone i film in streaming è deleterio per tutti, ma soprattutto per il cinema stesso. Il problema delle tempistiche è reale e il nuovo decreto, che lascia andare i film italiani in streaming già dopo 60 o 10 giorni a dipendenza dei guadagni e del budget promozionale, giustamente non fa stare tranquilli gli esercenti; anche se i grandi incassi dati dai film stranieri non saranno vittime del decreto. Rimane quindi da chiedersi quanti andrebbero volentieri in sala, se questi colossi di hollywood, per cui ora si aspetta 105 giorni dall’uscita nelle sale, andassero immediatamente in streaming. 

Cronenberg sicuramente non sarà tra questi: “la differenza tra il cinema e la visione domestica si sta sempre più assottigliando“.

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Secondo il regista gli schermi televisivi stanno diventando sempre più grandi e il cinema non è già più lo stesso da tempo. “Il cinema ormai è come il vinile, come chi si ostina a usare la macchina da scrivere”. Durante la sua masterclass a Venezia non si è trattenuto e si è lasciato andare a diverse considerazioni sull’attualità cinematografica. Il regista ha poi confessato che da anni non va al cinema: “La prima volta che ho visto La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro, l’ho visto in Blu-Ray sul mio televisore al plasma da 50 pollici. Poi l’ho rivisto con un amico al cinema. E devo dire che ho avuto un’esperienza migliore a casa. In sala l’immagine era scura, forse perché il proiezionista voleva risparmiare sulla lampadina oppure a causa di impostazioni sbagliate”.

La qualità secondo Cronenberg la bisogna avere in mano propria, d’altronde a tutti può capitare di vedere al cinema, con grande disgusto, un film proiettato malamente. Pensate sia finita qua la sua crociata, e invece no: “Io odio la pellicola in realtà… la stampa che andava al cinema non era mai esattamente uguale a quella che usciva dal tuo negativo. Cambiava il colore, la grana. Prima del digitale eravamo analogici, ma dentro il nostro sistema nervoso siamo sempre stati digitali, perché con il digitale puoi spostare le cose e riorganizzarle all’istante come nel tuo cervello. La pellicola era frustrante, era come fare un quadro e poi far vedere alla gente una brutta foto del tuo dipinto”.
E anche Cronenberg come i Buggles ricorda con affetto la radio e i suoi sceneggiatori che con l’arrivo della televisione sono scomparsi; e a chi gli dice che bisogna piangere il cinema lui risponde così:” ci sono tante cose da rimpiangere. Le cose cambiano e si evolvono”.

Un Netflix da Oscar per gli Oscar

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Dove sta la verità? Da una parte troviamo le sale che chiedono esclusiva, come Anteo nel post che trovate nell’articolo, dall’altra Netflix che chiede visibilità per i suoi film; mentre vari artisti si siedono da un lato o dall’altro. Opposto a Cronenberg troviamo infatti Spielberg che si è schierato fortemente a favore del cinema vecchia scuola: “Una volta che ti metti al lavoro per un formato televisivo, sei un film televisivo. Tu certamente, se è un buon film, meriti un Emmy, ma non un Oscar. Non credo che i film a cui vengono date qualifiche simboliche in un paio di sale cinematografiche per meno di una settimana debbano qualificarsi per la nomina all’Academy Award“. Lo stesso Spielberg quando rilasciò il suo Duel per la televisione vinse un Golden Globe e un paio di premi agli Emmy, senza puntare agli Oscar.

I film di Netflix se ambiscono alle dorate statuette usciranno sempre al cinema negli Stati Uniti, essendo necessari sette giorni in fila di programmazione nei cinema per poter essere presi in considerazione dall’Academy, rimarrà da vedere se i cinema accetteranno di mandare i loro film. Anche qui potranno farlo le sale indipendenti, come lo faranno per Roma. A questo punto diviene chiara la vera problematica dove risiede: nessuno ha il potere di ostacolare Netflix nel fare prodotti di qualità, di cui siamo tutti grati finché si parla di film come Roma, ma solo l’Academy ha il potere di evitare che questi vadano agli Oscar. Come? Cambiando delle regole che per interessi potrebbero essere poco inclini a cambiare, senza oltretutto avere la certezza che Netflix non trovi una soluzione, avendo già intenzione di acquisire una catena di sale cinematografiche. 

Una verità assoluta non c’è, ma forse nel mezzo c’è una realtà da accettare per cui si può mediare per il bene del cinema e di tutti i suoi fruitori.

Netflix sarà sempre più grande e spaventoso, ma forse farà molta meno paura finché potrà regalarci prodotti di qualità e dare la possibilità a grandi registi di realizzare delle opere valide. Non accettare il progresso nei mezzi di fruizione di Netflix vorrebbe dire rinunciare sì a tanta mediocrità, ma probabilmente anche a molte produzioni audiovisive,  attuali e future, di spessore narrativo e artistico. Come dice Cronenberg tutto cambia e si evolve, ma non per forza dovranno rimetterci le sale, con qualche accordo più ferreo e forse con l’avvento delle sale targate Netflix, i cinema potrebbero avere per molto più tempo l’esclusiva di molti film marchiati con la spaventosa “N” rosso fuoco, per la gioia degli esercenti e dei cinefili, felici di potersi gustare i film in sala. Per i fedeli Cronenberghiani, per passione o ideali, basterà aspettare un pochino di più, per godersi il film sul proprio divano, con un’ottima qualità assicurata dai propri minuziosi accorgimenti.

Netflix in fondo non è il male del cinema, anche se spaventa. Ne sono la prova questi ultimi film. Se i prodotti che ci regalerà potranno essere più vicini a Roma e distribuiti con senso più nelle sale che sulla piattaforma, allora saremo felici di farci spaventare sempre di più dalla “N” gigante.