Capri-Revolution: recensione del film di Martone

Il film, premiato dalla critica alla 75esima Mostra del cinema di Venezia, uscirà nelle sale il 20 dicembre.

Capri-Revolution

Capri-Revolution ha strappato un consenso importante all’ultima edizione della mostra di Venezia.

Tanto da ottenere il premio come miglior film italiano in competizione e diversi altri riconoscimenti minori. Il regista de Il giovane favoloso torna tre anni dopo Pastorale Cilentana e mette a segno un bel colpo. Dalla sua ultima opera, proiettata nei padiglioni di EXPO 2015, riprende la natura, e il fascino inebriante che riesce a dipingerne.

La Capri del film è una Capri inondata di luce, che fa risplendere di mille cromatismi oro, blu e verde la rocciosa isola. Il paesaggio e l’illuminazione naturali bastano da soli a fornire all’autore decine di bellissime inquadrature, montate spesso in sequenza con un taglio piuttosto impressionistico. Sugli aspri costoni di questa cornice inizia la storia di Lucia, protagonista dell’opera, interpretata da una Marianna Fontana splendida e strabordante.

Capri-Revolution

Ed è il primo incontro di Lucia a segnare tutta la narrazione.

Su di una scogliera Lucia avvista un gruppo di ragazzi e ragazze nudi. La scandalosa visione la ossessiona e la convincerà a spingersi sempre più verso la comune di artisti guidata da un istrionico Reinout Scholten van Aschat, analogo di Karl Diefenbach, che creò un’esperienza artistica simile sull’isola di Capri nei primi anni del ‘900. Mentre osserviamo Lucia identificarsi progressivamente in questa comunità conosciamo però anche il contesto sociale da cui proviene.

La vita rurale di Capri era lontana dai tetri nuvoloni di guerra che si stavano per abbattere sull’Europa, ma anche dalla modernità. Così i principi morali sono quelli della tradizione patriarcale, fatta di subordinazione e obbedienza per la donna. La malattia e la morte del padre di Lucia fanno incontrare la famiglia e il dottor Carlo, a cui dà vita la performance teatrale e composta di Antonio Folletto. Fiero illuminato e scientista, rappresenta il momento dialettico dell’espressività sovversiva e rivoluzionaria della comune.

Capri-Revolution è la storia di uno scontro.

Tra ideali ed idealismi opposti, in cui Lucia cerca di trovare la sua personalissima strada. Allora i contrasti tra buio e luce, già stilema fortemente caratteristico de Il giovane favoloso, qui si caricano di una portata simbolica molto importante. Lucia, in fondo, è il teatro del conflitto tra primitivo e moderno. Una tensione, la sua, verso due mondi ugualmente lontani ed estremi da lei, che determineranno entrambi la sua scelta.

Così abbiamo da un lato il dottor Carlo, promotore della guerra e dell’illuminazione elettrica, e dall’altra parte Seybu, profetico artista che si lascia travolgere dalla luce del Sole, suo unico dio. Il posato medico fiducioso nella scienza e il rapsodico pittore che fa affidamento alle forze espressive dell’uomo e al loro riconciliarsi con la natura.

Qui Capri-Revolution perde un’occasione.

Un film con delle premesse così allegoriche alla fine lascia ben poco al “non detto”. Se infatti il gruppo di artisti è caratterizzato da ampie sequenze di danza rituale davvero meravigliose, la loro controparte certe volte rasenta la caricatura della cieca razionalità. Il dottore è una figura esplicativa e didascalica che danneggia l’atmosfera onirica del film, benchè la sua caratterizzazione ceda, giustamente, molto spazio a Seybu e alle vorticose esperienze artistiche a cui da vita. Il loro scontro, davvero conflitto di forze da essi solo rappresentato, alla fine si trasforma in un grande “spiegone” della verità più o meno celata della pellicola.

Lo stesso Mario Martone, nelle note di regia, parla del film dicendo: “Ogni cosa in questo film è solo e semplicemente sognata”. Purtroppo forse ha tradito questa intenzione metaforica, non necessariamente minando la qualità del film, ma certamente rinunciando ad andare fino in fondo nelle premesse artistiche che si è posto.

Capri-Revolution

Nonostante questo Capri-Revolution è un ottimo film.

Le sequenze relative a Seybu e al suo gruppo hanno un impatto emotivo notevole, sfiorando le vette dell’estrema sensualità. Attraverso l’esperienza orgiastica tra corpi nudi e natura nasce una simbiosi artistica che trasmuta nella danza. Danza intesa in senso moderno, secondo le teorie di Rudolf Laban, come espressione dell’esistenza e forma espressiva suprema.

Il motore sonoro di questi movimenti è la partitura firmata da Sascha Ring, già compositore per Il giovane favoloso, e Philipp Thimm, che con il primo collabora per il progetto Apparat. Premiati a Venezia per la migliore colonna sonora, sono autori sia della musica elettronica che accompagna il film, sia delle improvvisazioni ritmico-musicali del gruppo di artisti. Queste sono proprio in stile labaniano, basate su cellule ritmiche che si ripetono ed evolvono (metrica additiva), piuttosto che sul valore melodico o armonico della musica.

Ci è piaciuto Capri-Revolution? Sì. Un’opera valida sotto tanti profili, a cui forse è mancato un po’ di coraggio. Il coraggio di scommettere su una certa idea di cinema, avendo posto delle basi molto solide per centrare a pieno l’obiettivo. Lasciare qualcosa al mistero, al sogno, avrebbe reso questo film memorabile.

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