Vox Lux – Recensione in anteprima da Venezia 75

Il regista Brady Corbet, premiato nella categoria Orizzonti nel 2015 alla Mostra internazionale d'arte cinematografia di Venezia, tenta un nuovo colpo presentando una sua personalissima interpretazione della "parabola dell'artista", chiave di lettura delle contraddizioni del nostro secolo.

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Vox Lux

Vestita d’oro e di luce, Natalie Portman fa il suo ingresso sul red carpet del Lido per la prima di Vox Lux, accolta da un affetto scrosciante, sorridendo alla promessa di un successo.

Nel film interpreta Celeste, o meglio, Celeste da adulta; compare infatti solo nella seconda metà del film, facendosi carico di una storia complessa e travagliata grazie ad un’interpretazione travolgente. Vox Lux è una fiaba, raccontata dalla voce di Willem Dafoe (anche lui a Venezia per la prima di At eternity’s gate, nel quale mette in scena un Van Gogh estremamente ispirato), che intreccia motivi molto diversi in un’unica spirale dove si dissolve il confine tra bene e male.

Come ci viene spiegato nel prologo e ribadito nell’epilogo, Celeste porta con sé, nel suo nome, una vocazione ben precisa: una missione, quasi divina, che nasce però dall’inferno in terra.

Il teaser ci mostra Natalie Portman in abiti da popstar.

Nel Preludio, il primo dei quattro capitoli in cui è diviso il racconto, Celeste è coinvolta in una sparatoria nella sua scuola ad opera di un suo compagno, a cui miracolosamente sopravvive. Le ferite sono un segno indelebile nella sua vita e nel suo corpo, ed è nel segno di questo dolore che nasce il suo successo. Il bene che nasce dal male, ma che da questa matrice da cui si genera rimane inevitabilmente corrotto, in una prospettiva senza soluzioni di continuità. È la musica stessa a raccontarcelo, valore drammaturgico principale di quest’opera.

Il motivo musicale della prima canzone cantata da Celeste in pubblico, ad una commemorazione delle vittime, viene subito elaborato, traslato dalla chiave pop ad una più malinconica e profonda. Da un lato abbiamo la musica pop di Sia, che ha regalato a questo film tutte le canzoni di Celeste, la voce-luce di “rigenerazione” in un mondo complesso e violento; dall’altro abbiamo la colonna sonora che accompagna le sequenze non-musicali, costituite principalmente da grossi blocchi sonori di archi, talvolta quasi stridenti, che richiamano inevitabilmente alla mente atmosfere più chiaroscurali e feroci, come quelle del grande capolavoro di Darren Aronofski che vide trionfare la Portman agli Academy Awards.

Natalie Portman ha dichiarato: “È il film più politico che ho fatto”

Non è più Il cigno nero però, ed è la stessa protagonista a dircelo nelle interviste. Viene meno l’angoscia di un’identificazione tra opposti, perché il regista in Vox Lux tenta un paragone in cui l’identità tra la musica pop e la violenza è un’evidenza di cronaca. Nel giorno del grande ritorno nella sua città natale, nel concerto che avrebbe dovuto segnare la rinascita di una Celeste ormai in declino, un attacco terroristico su una spiaggia croata si va ad associare all’importanza che assume l’evento nei confronti del passato della star, soprattutto perché i terroristi vestono la stessa maschera che Celeste indossava nella sua prima clip musicale.

Una simbologia oggettiva e attuale nella vita di Celeste, convinta che manca agli stragisti una vera volontà di denuncia, interessati invece ad assomigliare a lei, e come lei conquistare la notorietà delle prime pagine. In realtà dall’altra parte il gesto di accusa mira sicuramente a puntare il dito contro la corruzione morale di Celeste, che per molti giovani occidentali rappresenta un modello e un idolo da amare; una corruzione che affonda le radici negli anni della sua giovinezza e della sua formazione, della vita scandalosa che la portò a soli 16 anni ad avere una bambina.

Nel rapporto con sua figlia Celeste rivive il rapporto con la sorella e con la sua giovinezza

La giovane Celeste, interpretata da Raffey Cassidy, si trova a crescere troppo in fretta e ad assumere i connotati della “star adulta” in tenera età. Ciò è anche colpa delle sue due figure di riferimento, la sorella maggiore e il suo produttore (rispettivamente Stacy Martin e Jude Law), incapaci di fornire alla piccola una guida sicura e salutare all’interno di un mondo strutturalmente perverso, nel quale Celeste fa esperienza delle sue insicurezze e delle sue debolezze.

Pagherà per tutta la vita le conseguenze delle sue scelte, sulla sua pelle come su quella della figlia, interpretata ancora da Raffey Cassidy: una scelta di continuità, simbolica, tra gli errori della giovane pop-star e le responsabilità che deve assumersi nei confronti di questi sbagli.

La vita e la carriera di Celeste è costellata di disastri, incidenti e traumi che la portano sull’orlo della crisi. È nel momento di smarrimento maggiore che la sorella Eleanor, come dopo la tragedia del 1999, le confessa di essere grata semplicemente perchè è viva. La vita, valore rimasto in bilico sul precipizio, è l’ultimo valore che rimane, a cui Celeste si aggrappa saldamente, per regalare ai suoi fans uno show memorabile. Ed è quello che riesce a fare, dopo essere salita sul palco. Vestita di luce, salutata dall’affetto scrosciante del pubblico, ci regala nella sequenza finale del film una lunga performance: vitale, fulminante, strabiliante.

“Vox Lux: a 21st century portrait”

È in questo punto che la storia di Celeste diventa un ritratto del nostro secolo. Un secolo già solcato da tragedie a cui non è possibile rispondere con un bene assoluto. Un secolo nel quale tutti i valori tradizionali, inclusi la fede, crollano di fronte all’incapacità di reagire di fronte al male. La musica pop incarna semplicemente un prodotto della società contemporanea, esattamente come lo è il terrorismo nel paragone azzardato dell’autore. Rispetto a tutto ciò la vera scelta di rinnovamento è continuare a vivere, in bilico tra tutti gli ideali di giusto e sbagliato, ma scegliendo di rispondere con la vita alla morte, come la giovanissima Celeste dopo la strage.

In conclusione, Brady Corbet tenta di esprimersi sugli eventi della nostra storia recente e sulle loro conseguenze, costruendo una storia basata su una cornice iperverosimile. Rispetto al suo esordio veneziano del 2015, anch’esso strutturato in una forma a capitoli, ha accolto pareri più discordanti. La prima proiezione per la stampa ha suscitato qualche reazione anche brusca, con fischi e “Vergogna” gridati a fine film. Nonostante questo la performance di Natalie Portman mette d’accordo tutti. Con le sue immense capacità mette in scena quel The fame monster di cui cantava, ormai diversi anni fa, Lady Gaga. Anche lei è a Venezia, diretta da Bradley Cooper, raccontando una storia che è un po’ il negativo di Vox Lux, in A star is born. Bisognerà attendere  ancora,  per l’uscita di questo film, una data di uscita ufficiale; intanto aspettiamo i suoi risultati a Venezia e di vederlo in concorso a Toronto.

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