RomaFF13, Baird omaggia Stanlio e Ollio con un film struggente e bellissimo

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Stanlio e Ollio

Basta una sequenza, la prima, per capire l’omaggio di Jon Baird a Stanlio e Ollio. Sarebbe doveroso addentrarsi nelle definizioni di Bazin circa il piano sequenza e il montaggio proibito per comprendere a pieno la scelta estetica del regista del remake di Hooligans. Per essere sintetici, basta dire che Baird ci trascina nel suo processo di umanizzazione di due icone del cinema comico come Stanlio e Ollio. E per farlo vuole mostrarci prima il loro lato meno conosciuto e poi gli anni della fine del sodalizio durato circa 150 film. I titoli di apertura ci mostrano una breve didascalia circa l’importanza della coppia nel mondo del cinema, a livello di pubblico e critica. Si apre il sipario e si entra in scena. Dietro le quinte, dove Stanlio e Ollio diventano Stanley e Oliver, uomini ancor prima che attori, persone ancor prima che icone.

I due discutono del più e del meno, davanti alla telecamera che li segue sul set. Parlano, disquisiscono di come dovrebbero detenere loro i diritti dei film, come fanno Charlie e Buster. Di come non dovrebbero più sposarsi per l’ennesima volta, di come l’ex moglie chiede ancora alimenti ed un autista personale. Discorsi normali, senza gag, senza scenette che fanno da contorno, senza equivoci. Vita vera, quella che molte non viene considerata. Ridi, pagliaccio. Anche quando non è tutto rosa e fiori. Siamo nel 1937 e Stanlio e Ollio hanno raggiunto il loro apice. Stacco. Ci troviamo sedici anni dopo quella discussione sul set che verso la fine coinvolge anche il loro tirchio produttore. La coppia si è spezzata, qualcosa che all’apparenza sembra insanabile.

I conti bancari piangono, le idee non sembrano più essere buone. C’è la televisione, ci sono Gianni e Pinotto che spopolano. Ancora una volta, si sento emarginati, eterni secondi. Prima Chaplin e Keaton, ora Gianni e Pinotto. Tentano il teatro ma anche lì i risultati scarseggiano. Pochi biglietti venduti e l’ansia che il Robin Hood che sta scrivendo Stanlio possa essere un progetto cinematografico destinato al naufragio. Le tentano tutte. E quasi ci riescono ma ormai il tempo passa. E più scorre, più l’oblio inizia ad inglobare Stanlio e Ollio. Come ogni coppia che si rispetti, nel miglior stereotipo familiare, inizia il gioco di accuse alla ricerca di una colpa che non esiste. Stanlio non doveva andarsene via. Ollio non doveva fare il film con l’elefante insieme ad un altro attore. I rancori vengono fuori e vengono raccontati in un modo struggente come non mai.

Stanlio e Ollio

L’intera sequenza della cena di gala dove una discussione accesa diventa una gag per gli altri invitati forse racchiude a pieno parte dell’essenza del film. La malinconia, il rancore. Sentimenti negativi che sembrano aver distrutto quell’affinità tra Stanlio e Ollio che tanto li caratterizzava. Mentre loro facevano ridere, in realtà la malinconia la faceva da padrona nei loro cuori. I progressivi decadimenti fisici, umani e artistici viaggiano di pari passo fino alla malattia di Ollio. E lì, di fronte ad una quasi morte certa, le priorità vengono ridiscusse, i rancori messi da parte. Perché l’affinità e l’amicizia non può e non deve sparire per un pugno di soldi.

Baird mette la firma ad una vera perla del cinema biografico con un film struggente. Paradossale che il film in questioni, tra i più tristi dell’anno, riguardi proprio una coppia di comici come Stanlio e Ollio. John Reilley e Steve Coogan perfezionano ancor di più un omaggio già perfetto di suo, complice anche un trucco di pregevole fattura e fedele a quegli anni. L’alchimia tra i due è perfetta e complice la somiglianza, rende tutto molto più veritiero rispetto quanto possa fare un film di finzione seppur biografico. Gli appassionati del cinema classico (e non solo) dovranno obbligatoriamente vedere questo film. E rimarranno tanto soddisfatti quanto col cuore a pezzi.

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