L’horror nel cinema – Le origini degli zombie e dei morti viventi

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La morte è difficile da accettare. La perdita della propria vita o quella di qualcuno che ci è caro ci spaventa dall’alba dei tempi. Eppure c’è qualcosa di peggiore della morte, il ritorno dall’aldilà. Gli zombie. L’apice dell’orrore. La fine del mondo così come lo conosciamo.

La più famosa storia di rinascita è quella dello straordinario Frankestein, o il moderno Prometeo scritto nel 1816 dall’appena diciannovenne Mary Shelley. Il romanzo racconta di uno scienziato, il dottor Frankestein, che spronato dal desiderio di conoscenza a cucire insieme un essere vivente con parti di cadaveri, ridandogli la vita. Il risultato non può che essere terrificante. La creatura che prende vita è deforme e orribile, lo stesso dottore realizza di aver oltrepassato i confini dell’umana comprensione, di aver raggiunto il regno divino, un luogo nel quale nessun uomo può addentrarsi senza subirne le terribili conseguenze. Per ironia del destino, nonostante spesso i racconti ci stimolano a superare i nostri limiti, le azioni di coloro che ci riescono vengono considerate insolenti, conducendoli verso la tragedia e trasformando la storia in orrore.

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“È vivo! è vivo!” Frankenstein, 1931, James Whale

Una delle motivazioni del permanente successo di Frankestein è il fatto che, da quando la sua giovane autrice ha scritto il romanzo, l’aspettativa di vita media nel mondo sia cresciuta a dismisura. Un risultato così incredibile non è così distante dal dominio della morte e dalla creazione della vita che veniva profetizzata nel racconto, e se da un lato l’aspettativa di vita continua a crescere, dall’altro storie di tale genere provano l’inconscio desiderio umano di ritornare indietro, la paura che la prolungazione della nostra esistenza e l’allontamento della morte siano innaturali, pagandone le conseguenze.

La prima versione cinematografica di Frankenstein venne girata nel 1910 da Thomas Edison, la più famosa però risale al 1931 ed è firmata dal regista inglese James Whale. Il racconto straordinario di Whale è ambientato nell’Inghilterra contemporanea, visivamente magnifico e allo stesso tempo terribilmente spaventoso per l’epoca (la rivelazione del mostro provocò svenimenti in molte sale cinematografiche). Cosa ancor più importante, il film coglieva tutti i principali fulcri tematici del romanzo. Oltre a mostrarci la classica storia “dello scienziato che va oltre i propri limiti e i cui esperimenti sono destinati ad una tragica conclusione”, il film faceva affiorare l’interrogativo che è il principio di tutti i film sui morti viventi: è meglio vivere come un mostro, come un essere meno che umano, o non vivere affatto?. Per dare forma a queste ipotesi, il regista Whale assunse Boris Karloff e i due assieme diedero vita a uno dei personaggi più famosi del XX secolo e a un’eterna icona del cinema horror, un mostro con la testa quadrata e i bulloni ai lati del collo, una figura malinconica e spaventosa, tanto da indurre gli spettatori a chiedersi se a volte non sia meglio morire.

Il film rese Karloff una star e, nonostante la pellicola finisca con la morte del mostro, il suo successo spronò il regista a girarne un seguito, La moglie di Frankestein (1935). In questo splendido film forse superiore al precedente, il mostro, sfuggito alla morte, diventa il protagonista assoluto persuadendoci a riflettere sulla sua straziante esistenza, che è poi la condizione umana. Per il pubblico è impossibile non schierarsi totalmente dalla parte del mostro, le sequenze nelle quali Karloff recita accanto all’eremita cieco (O.P. Heggie), al dottor Pretorius (Ernest Thesiger) e alla minuta Mary Shelley (Elsa Lanchester) sono particolarmente incisive, spaventose e commoventi. Il regista alterna humor, azione, pathos e meraviglie visive, con risultati superiore all’originale.

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I film che succederono i due di Whale sono innumerevoli. Tra questi è doveroso riportare il terribile The Thing That Couldn’t Die (1958, Will Cowan) e i sei film del ciclo dedicato al Frankenstein della Hammer Film Productions, interpretate da Peter Cushing. Eppure il film che ha ottenuto maggior successo è sicuramente Re-animator (1985, Stuart Gordon). Il regista ispiratosi al celebre racconto di H.P. Lovercraft (Herbert West, rianimatore), alterna commedia e horror, lo splatter e la tensione sessuale. I protagonisti del film non vengono attaccati solo da zombie, ma bensì anche da singole ma mobilissime parti dei loro corpi. Gordon, così come il grandissimo George A. Romero in Zombie (1978) o Peter Jackson in Splatter- Gli schizzacervelli (1992) mostrano di conoscere le possibili caratteristiche comiche di scene tanto disgustose e sovrabbondanti. Nella sequenza più clamorosa di Re-animator, un vecchio professore prende la propria testa decapitata usandola per leccare la giovane figlia del suo rivale. La ragazza è legata a una barella completamente nuda e si contorce istericamente, assieme a lei pure il pubblico spettatore.

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Re-animator (1985, Stuart Gordon)

Molti film si ispirano ad antiche usanze, prendendo spunto da riti religiosi e vecchie credenze per motivare il ritorno dei morti. Prima che la scienza fornisse spiegazioni razionali ai fenomeni naturali, i riti magici erano diffusi in ogni civiltà, in tutto il mondo. Ad esempio il Golem è una creatura biblica la cui vita viene infusa dalla magia rabbinica, purtroppo cinematograficamente ignorato dopo gli anni Trenta. Molteplici film sulle mummie prodotti dalla Universal negli Trenta e Quaranta (fino ai giorni nostri) sono incentrati su rituali egizi, maledizioni e reincarnazioni, che rimandavano alla presunta maledizione che colpì gli archeologi dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon, 1923. Sottintesa, in tutti questi racconti, è la concezione della superiorità della religione cristiana; i riti descritti vengono sempre da religioni ancor più antiche e tenebrose, solo l’avvento e la resurrezione di Cristo posso essere considerate manifestazioni positive di ciò che è divino.

Molti film sugli zombie non sono incentrati nè sulla scienza, alla magia o alle cause che potrebbero portare il nostro mondo verso l’estinzione. Virus, rifiuti tossici, le motivazioni per cui i morti tornano in vita nei film più recenti sono alternabili e spesso scartati con poche battute. Il racconto viene guidato dal sangue, dalle interiora e dal terrore. Basti pensare ai vari adattamenti di Io sono leggenda di Matheson: da L’ultimo uomo della terra (1964) fino a Io sono leggenda (2007), 28 giorni dopo (2002) e il suo sequel 28 settimane dopo (2007), o i film italiani sugli zombie del grande Fulci e compagni, o l’intera filmografia del maestro Romero .

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In tutti questi film viene descritta una società torchiata dall’interno. Improvvisamente il mondo cambia, precipita in un incubo in cui i sopravvissuti scoprono che nulla di ciò a cui sono preparati ha ancora senso. Sono film violenti, che violano spensieratamente e allegramente corpi, le persone vengono fatte a pezzi come è fatta pezzi la normalità nella quale vivevano. Non c’è alcun Dio. Rappresentare e raccontare un mondo tanto terribile costituisce per i registi una sfida, li induce a costruire scenari ripugnanti e a esplorare territori profondamente umani, per affrontare tematiche molto più interiori. Ci spingono a contrapporci con il nostro lato oscuro, ci mostrano la decomposizione di spaventosi zombie e quella di una società cannibale che si nutre di se stessa.

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