Focus Musica: il sitar nella popular music

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Il sitar: lo conoscete tutti, ma forse non sapete quanto è stato usato.

Il sitar è uno strumento classico della tradizione musicale indiana. Sviluppatosi tra il sedicesimo ed il diciottesimo secolo, assume una forma simile alle chitarre occidentali e può avere da 18 a 21 corde, più altre di risonanza. Il suo utilizzo è accompagnato spesso da strumenti simili come il tanpura (o tambura), o le percussioni simili a piccoli tamburi dette tabla.

Il sitar è stato reso universalmente noto, a metà del ventesimo secolo, dal musicista Ravi Shankar, il quale è diventato una celebrità mondiale nell’uso di questo strumento. Universalmente nota è la sua amicizia con George Harrison, il quale, appreso dal maestro l’uso dello strumento, lo introdusse negli anni ’60 nella popular music occidentale. Sono notissime le canzoni dei Beatles che fanno uso del sitar: Norwegian Wood (1965) è la prima. Seguono Love You To (1966) e Within You, Without You (1967).

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Tramite i Beatles, lo strumento acquistò particolare fama presso i musicisti rock, e molti si affrettarono ad utilizzarlo per conferire un’atmosfera più “psichedelica” alle proprie canzoni. Quella era infatti l’epoca, attorno al 1967, in cui la musica psichedelica andava più di moda.

Ecco quindi il sitar in Paint It Black dei Rolling Stones (1966), Paper Sun dei Traffic (1967), Fancy dei Kinks (1966), Winds of Change degli Animals (1967) e Three King Fishers di Donovan (1966). Uso esteso del sitar venne poi fatto dai gruppi psichedelici di minor statura ma maggior dedizione al genere, come Strawberry Alarm Clock, Chocolate Watch Band, Tomorrow e First Edition.

Uno strumento che quasi per caso andò a segnare un’epoca.

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Anche band non immediatamente attinenti all’ambito psichedelico ne fecero uso: per esempio i Jethro Tull, nella canzone Fat Man (1969); i Procol Harum, in In Held ‘Twas In I (1968, nella sezione Glimpses of Nirvana); e i Moody Blues, diffusamente nell’album In Search of the Lost Chord (1968). Tale fu il successo del sitar che persino un giovane Stevie Wonder lo utilizzò in ambito soul (quindi, in territori del tutto distanti) per il suo singolo del 1970 Signed, Sealed, Delivered I’m Yours.

Passata la febbre psichedelica, l’utilizzo del sitar è diminuito notevolmente. Ravi Shankar ha goduto ancora un pò di fama, suonando specialmente al Concerto per il Bangladesh (1971) organizzato dall’amico Harrison. L’utilizzo del sitar è rimasto come simbolo della musica psichedelica, venendo rispolverato ogni volta che è necessario rendere una caratterizzazione dell’epoca. Basta guardare, e ascoltare, questo segmento dei Simpson (S12E14), e si sentirà chiaramente il suono dello strumento in questione, associato agli hippie.

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Simbolo di una cultura, oltre che di una musica.

In ogni caso, anche dopo gli anni ’60 il sitar ha trovato sempre un uso diffuso, nella musica rock e non. In ambito prog, per esempio, nel famoso successo dei Genesis intitolato I Know What I Like (In Your Wardrobe) (1973); oppure in Siberian Khatru degli Yes (1972). Negli anni, si è diffusa una variante del sitar chiamata sitar elettrico, più facile da maneggiare e più simile alle chitarre della musica rock. Il sitar elettrico viene suonato per esempio nel famoso successo Do It Again del gruppo soft rock/fusion Steely Dan (1972).

Per quanto non troppo suonato in tempi recenti, si trovano ancora artisti che di tanto in tanto decidono di riprendere le sonorità di questo strumento. Anche in un contesto non psichedelico. Un esempio può essere l’intro di Wherever I May Roam, dal Black Album dei Metallica (1991). Un altro esempio, meno noto, la canzone Who You Are dei Pearl Jam, dall’album No Code (1996).

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