Anchorman – L’umorismo surreale e sovversivo di Adam McKay

Adam McKay ha ottenuto il plauso unanime della critica e visibilità internazionale col suo film del 2015 La grande scommessa, che rielabora in chiave ironica la crisi dei subprime scoppiata alla fine del 2006. Ma in America il suo è un nome ben conosciuto nell’ambito della commedia demenziale, avendo ideato uno schema che si è imposto come punto di riferimento per la maggioranza dei registi che a partire dalla seconda metà degli anni 2000 hanno scelto di cimentarsi con questo genere.

Anchorman
Adam Mckay assieme a Will Ferrell

McKay nasce artisticamente come autore comico al Saturdat Night Live, ruolo che ha ricoperto dal 1995 al 2001, e apparendo anche sporadicamente in veste di comico in sketch scritti da lui. Abbandonate tali vesti nasce il proficuo sodalizio col produttore e regista Judd Apatow e con il celebre attore comico Will Ferrell, il quale avrebbe ricoperto il ruolo di protagonista e cosceneggiatore dei suoi successivi cinque film. Il primo titolo a sbarcare nelle sale, Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy, è probabilmente una delle commedie degli anni 2000 più amate dal pubblico americano, rimasta indissolubilmente legata all’immaginario collettivo ed alla cultura popolare (al pari di ciò che ad esempio rappresentano i primi film di Aldo, Giovanni & Giacomo per il pubblico italiano), nonché uno dei film simbolo del gruppo di attori comici conosciuto come Frat Pack. Trattasi di uno di quei film in cui ogni battuta diviene cult, generando nel tempo una lunga serie di citazioni, e con l’avvento dell’era di Internet un numero incalcolabile di meme.

Il film si prepone di esaminare, con la vena sarcastica tipica del regista, la figura dell’anchorman nella televisione americana degli anni ’70.

Anchorman

Figura assai diversa da quella del tipico telecronista che siamo abituati da sempre a vedere nelle televisioni italiane. L’anchorman infatti era una vera e propria personalità mediatica, di fama equiparabile a quella dei presentatori di varietà. Era colui che si occupava della coordinazione dello staff (anchorman = uomo àncora, ovvero  che “ancora” la stabilità del programma) ed aveva l’incarico di convertire in comunicazioni verbali le notizie che gli arrivavano in cuffia in qualsiasi momento, potendole anche incorniciare con battute e considerazioni personali. Per questo, coloro designati a ricoprire questa carica erano personalità di grande carisma, volti dei quali il pubblico si potesse fidare ciecamente, nei quali vedesse un’immutabile fonte di certezze.

Anchorman

Quello di Ron Burgundy, anchorman al comando del notiziario più seguito di San Diego, è un personaggio comico che abbraccia questi aspetti nella loro incarnazione più estremizzata. Maschilista fino al midollo, in possesso di un ego smisurato, ignorante e antiprofessionale a livelli estremi. In ciò, una grande fonte di umorismo è rappresentata dall’illimitata indulgenza del suo capo, Ed Harken (Fred Willard), che data l’importanza esercitata da Ron e dal suo team sui rating del canale, è ben disposto a passare sopra ogni negligenza, anche quelle che metterebbero a rischio la carriera del professionista più quotato.

Il quartetto di professionisti che manda avanti il notiziario è composto da un autentico poker d’assi.

Anchorman
Brian Fantana (Paul Rudd), Ron Burgundy (Will Ferrell), Champ Kind (David Koechner) e Brick Tamland (Steve Carell).

Oltre a Ron, troviamo l’inviato sul posto Brian Fantana (Paul Rudd), tipico playboy anni ’70 dai modi di fare sofisticati ma inequivocabilmente viscidi; il commentatore sportivo Champ Kind (David Koechner), razzista, alcolizzato e dalla sessualità segretamente confusa, e, infine, il personaggio che assieme al successivo ruolo in 40 anni vergine di Judd Apatow ha contribuito definitivamente a lanciare Steve Carell nell’olimpo dei maggiori talenti comici di Hollywood degli anni recenti: il meteorologo Brick Tamland.

Anchorman

Brick è una maschera comica semplicemente da antonomasia: costantemente estraniato dal mondo reale, nulla di ciò che dice ha mai una qualsivoglia attinenza al contesto, virando invece sul nonsense più inimmaginabile. Non ha backstory, non ha evoluzione del personaggio, non ha legami specifici con gli altri personaggi se non quello di essere un loro collega. Esiste solo in funzione di spezzare bruscamente il regolare svolgimento dei dialoghi con dissacranti sproloqui. Ed è proprio nell’assurdità dell’inserimento in una testata di rilevanza nazionale di un simile soggetto, incapace di svolgere alcuna attività che possa vagamente definirsi “professionale”, che la critica sociale del film ai meccanismi dello showbiz raggiunge il suo massimo splendore.

Anchorman

Il film è ambientato in un’epoca in cui la parità dei sessi in un ambiente lavorativo prestigioso come quello televisivo era una chimera ancora lontana (Ron pensa che per “diversificazione” si intenda una vecchia nave di legno usata ai tempi della guerra civile). Ecco perché l’arrivo della reporter Veronica Corningstone (Christina Applegate), determinata e molto più scaltra dell’intero team che si culla sul proprio successo mediatico, metterà a repentaglio il perfetto equilibrio tra Ron e la sua ciurma. Ma il progredire degli eventi porterà Ron su un percorso di maturazione che rivoluzionerà la sua concezione delle reali abilità del gentil sesso, diverse da quello che la società lo aveva sempre indotto a credere.

Breve apparizione di Tim Robbins, fresco dell’Oscar per Mystic River. Tanti i camei di personalità illustri del cinema comico e non presenti nel film.

La scrittura comica di McKay trova il suo punto di forza nell’accumulo compulsivo di battute.

La sua è una direzione degli attori molto sciolta, che accoglie di buon grado le loro fenomenali capacità di improvvisazione, le quali danno vita alla stragrande maggioranza del girato che arriva in sala. Infatti è altrettanto immane la quantità di materiale scartato: quello di avere in sala di montaggio il maggior numero possibile di scene da valutare e selezionare opportunamente in base alla qualità delle battute è un ottimo sistema per garantire a questo tipo di umorismo una sua omogeneità tonale, che non stanchi dopo breve tempo. E ciò è possibile solo grazie ad un perfetto affiatamento tra regista e cast (ricordiamo che Ferrell partecipa anche alla scrittura, ha perciò la massima libertà sulle derive della stessa). L’aria di ilarità e leggerezza che si respira sul set dona valore aggiunto all’atmosfera del film, dalla quale lo spettatore molto difficilmente non potrà esserne contagiato.

Anchorman

McKay modella gli eventi della trama su un’impianto puramente assurdo, quasi totalmente privo della causalità presente in una qualsiasi sceneggiatura (anche comica) di stampo tradizionale, e si diverte a sovvertire continuamente le aspettative dello spettatore, il quale in più occasioni verrà colto con le braghe calate. Come nel caso di quella, situata a metà film, che è probabilmente la sequenza più memorabile, nella quale assistiamo ad una repentina escalation di violenza che nel giro di una manciata di minuti infrange consapevolmente tutti i crismi imposti dalla logica umana, al termine della quale Ron pronuncia una battuta che oggi nel gergo americano è divenuta una sentenza quasi obbligata per apostrofare situazioni che degenerano in brevissimo tempo:

Anchorman

Nonostante lo stampo volutamente ed esasperatamente farsesco, McKay riesce molto efficacemente a far riflettere attraverso la risata sugli aspetti sociologici dell’epoca che vuole descrivere. Si intuisce che sotto la costruzione dei dialoghi comici c’è uno studio approfondito e dettagliato del contesto storico, senza il quale molte delle situazioni mostrate verrebbero a mancare dell’input necessario a dar loro un fine che vada oltre la semplice risata di pancia, ovvero quella generata dalle commedie con poche pretese. Questa sua abilità verrà modellata sino ad approdare su territorio più drammatico con La grande scommessa, che gli frutterà l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

A questo, faranno seguito diversi titoli comici anch’essi dissacranti (incluso il seguito del 2014, Anchorman 2 – Fotti la notizia) in cui McKay avrà modo di affinare i tempi comici e la sua abilità registica, che in Anchorman appare ancora a tratti un po’ grezza e acerba. Ma nessuno di essi ha equivalso l’importanza che Anchorman ha esercitato alla sua uscita nel panorama del cinema comico americano, né l’affetto incondizionato che il pubblico continua tutt’oggi a riservargli. Il genere di commedia demenziale che riesce a far riflettere con leggerezza su temi dalla risonanza sociologica tramite il linguaggio dell’assurdo è quello che prediligete? Se questo è un titolo che manca ancora alla vostra collezione, allora è decisamente giunto il momento di recuperare.

CONSIGLIATO IN ITALIANO?

No. O meglio, si può anche vedere, ma con la consapevolezza che si va a perdere una grande fetta di divertimento, e che se il film non sarà di proprio gradimento con molta probabilità ciò sia da imputare al doppiaggio. Questo non tanto per le voci scelte quanto per l’adattamento dei dialoghi, frutto di un lavoro non in sintonia con lo spirito del film e che si prende parecchie libertà sulle battute anche dove non necessario, facendo nella migliore delle ipotesi appena sorridere in diverse scene che dovrebbero sortire ben altro effetto. Inoltre Pino Insegno, che in seguito diventerà il principale marchio di riconoscimento di Ferrell per il pubblico italiano entrando in completa simbiosi con l’attore, qui appare ancora un po’ titubante e incerto in alcune occasioni. A dimostrazione di ciò, il film in Italia gode di una fama neanche lontanamente equiparabile a quella che ha invece riscosso in madrepatria (da notare inoltre che da noi è uscito direttamente in home video). Su Netflix il film è disponibile con una traccia sottotitoli tradotta fedelmente dai dialoghi originali, per cui la scelta più saggia se si vuol godere del suo vero potenziale è quella di approcciare tale versione.