Lo scafandro e la farfalla – La recensione

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Lo scafandro e la farfalla

All’età di 43 anni Jean-Dominique Bauby ebbe un ictus. Caduto in coma, si risvegliò tre settimane dopo, scoprendo che il suo corpo aveva cessato di funzionare del tutto.

Vittima di una rara condizione chiamata sindrome locked-in. Incapace persino di parlare, mangiare o respirare autonomamente. Poteva soltanto controllare la sua palpebra sinistra. In queste condizioni, tuttavia, muovendo la palpebra sinistra riuscì a dettare, lettera dopo lettera, parola per parola, i suoi pensieri ad un’assistente, così da poter scrivere in questo modo il libro Lo scafandro e la farfalla.

Morto dieci giorni dopo la pubblicazioneJean-Dominique Bauby era un giornalista francese, capo redattore della rivista ELLE. Uomo di mondo, abituato ad ogni agio e lusso che questa vita poteva concedergli, e che gli aveva concesso. Si ritrova, a causa della sua condizione, prigioniero del suo stesso corpo.

Incapace d’ogni gesto, d’ogni parola, d’ogni cosa. 

Prigioniero di quell’armatura, di quello scafandro che lo legava ad un letto d’ospedale. Ritrovando, nonostante tutto, una grande forza nella sua debolezza. Si libera, grazie alla sua immaginazione. Libero di viaggiare, con la mente, di volare come una farfalla, librandosi tra ricordi e fantasie.

Lo scafandro e la farfalla

Nel 2007 Julian Schnabel decide di realizzare la trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico di Bauby.

La pellicola, apprezzata dalla critica, ottenne numerosi riconoscimenti. Tra i quali il premio per la miglior regia al 60° Festival di Cannes.  Lo scafandro e la farfalla va oltre l’immaginario filmico, per farsi esperienza percettivaSchnabel, grazie alle proprie doti artistiche e creative, riesce a ricreare attraverso le immagini una suggestione di profonda immersione empatica. Fin dalla prima inquadratura, lo sguardo della macchina da presa coincide con lo sguardo del protagonista, il quale si risveglia dal coma in stato, dapprima, confusionale e di panico, poi, presa gradualmente coscienza della propria situazione.

Il regista proietta sullo schermo la visione soggettiva di Bauby stesso, interpretato da Mathieu Amalric. Permettendo allo spettatore di operare un’identificazione. Attraverso lo sguardo della telecamera filtrato in modo tale da poter sembrare che la lente coincida propriamente con l’occhio di Amalric.

Lo scafandro e la farfalla

Il semplice racconto filmico lascia lo spazio per la proiezione cinematografica di una vita che si fa esperienza di vita.

Enfatizzata attraverso la soggettivazione dello spettacolo, che trova la sua forza coesiva non solo nell’immagine ma anche nel suono. L’identificazione nella coscienza percettiva di Bauby viene resa non solo attraverso l’espressione del suo punto di vista. La rappresentazione, attraverso l’uso di una colonna sonora dalle sonorità ovattate e basse. Diventa esasperante, soffocante, quasi schiaccia lo spettatore. Dandogli l’impressione di ritrovarsi chiuso, incapace, allo stesso modo di Bauby nel suo letto d’ospedale.

Immagini di uno scafandro in immersione, alternate allo scorrere delle immagini, nella parte iniziale del film, vogliono farsi rappresentazione visiva di quello stato.

Di quella condizione che Bauby prova e che Schabel cerca di ricreare sensorialmenteRicreando sulla pellicola la suggestione di una sommersione asfissiante. Immagini di uno scafandro che più avanti lasciano il passo ad immagini di farfalle, così da enfatizzare il significato del titolo dell’opera. Una volta raggiunto l’acme emotiva di Bauby rinato dal suo stato di malattia, non solo fisico, ma spirituale. Allo stesso modo le scelte registiche relative al montaggio alternano ricordi e fantasie del protagonista; le quali riescono così a prendere forma e a muoversi sullo schermo. Immagini che dal passato riaffiorano alla mente di Bauby, procedendo verso un’ulteriore e più profonda empatizzazione dello spettatore.

Lo scafandro e la farfalla

Interamente il racconto è accompagnato dalla voce di Bauby; attraverso un quasi ininterrotto monologo, si fa narratore e commentatore d’ogni evento, pensiero e fatto che costella la progressione filmica.

Tramite questa voce fuori campo si rende possibile una consapevolezza dell’evoluzione della coscienza del protagonista, attraverso i vari stati emotivi: dalla rabbia, alla pietà per se stesso, alla rassegnazione fino alla ritrovata volontà.

Schbanel regista sensibile, che aveva dato già precedentemente prova del suo talento e della sua emotiva con altre opere, quali Basquiat, dedicata all’amico artista scomparso, e Prima che sia notte, dà vita ad una pellicola dotata di straordinaria sensibilità e poetica. Un lungometraggio facilmente collocabile all’interno di un immaginario filmico di opere che danno voce a storie di grande forza; di grandi uomini caratterizzati da una profonda e straordinaria volontà di vita. 

Frammentario e discontinuo nella sua realizzazione, la pellicola prende la forma di un flusso di coscienza.

Sgorga da un’interiorità soggettiva emergendo con forza, attraverso lo schermo, proiettandosi sulla percezione del pubblico. È proprio lì dentro che Schnabel si muove, con la consapevolezza di dover rappresentare l’irrappresentabile; e riuscendo a dare forma coerente al tutto nella sua volontà di espressione di coscienza, raccontata in forma filmica.

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