Chiedimi se sono felice è la miglior commedia italiana del ventennio?

Chiedimi se sono felice

Stasera alle 21:25 su Italia 1 c’è Chiedimi se sono felice, film che per il pubblico italiano non ha bisogno di presentazioni.

Terzo lungometraggio del trio comico composto da Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti, con un incasso complessivo pari a 28.458.894 euro fu uno dei maggiori successi nell’annata 2000/2001, ed occupa attualmente l’undicesimo posto tra i film di maggior incasso in Italia. Ma a sorprendere non è tanto il successo commerciale del film, quanto il cult following che è riuscito a raccogliere da allora, assolutamente atipico per una commedia italiana degli ultimi decenni. Tra i numerosissimi estimatori del trio, Chiedimi se sono felice è diventato quasi una religione: ogni battuta del film è entrata a far parte del parlato quotidiano, ogni scena è diventata meme nell’era di internet, ogni dialogo è stato imparato a memoria. Nel periodo artisticamente buio che ha attraversato il cinema italiano negli anni 2000, non c’è stata nessuna commedia che abbia fatto innamorare il pubblico in maniera anche lontanamente paragonabile a Chiedimi se sono felice.

Qual è stata la formula vincente che ha determinato lo spropositato successo di questo film? Cos’è quel qualcosa in più che lo ha elevato da semplice commedia a fenomeno di costume? Ebbene, il merito è da attribuire a diversi fattori.

Chiedimi se sono felice
“Miii, se non mi licenziano adesso… mi licenzio io perché li capisco!”

Parliamo però prima dei due precedenti film del trio. Tre uomini e una gamba ottenne anch’esso un grande successo di pubblico, e gode ancora oggi di una fama di poco inferiore, se non pari, a quella di Chiedimi se sono felice. Ma nel film era ancora percepibile un forte attaccamento del trio alla propria impostazione teatrale: si trattava della loro prima incursione cinematografica, e perciò portarono in sala anche una parte della formula che li aveva resi famosi, ovvero i tre divertentissimi sketch che tutti ricordiamo; tuttavia, essi erano completamente slegati dalla linea narrativa, distaccandosi da un’accezione puramente cinematografica (senza però andarne a ledere in alcun modo la riuscita). E Così è la vita… Parliamoci chiaro: Così è la vita è un ottimo film, un esperimento decisamente singolare per il trio che oggi viene comunque annoverato tra i loro lavori più riusciti, ma nessuno vi biasimerà se non ricordate le battute a memoria.

Con Chiedimi se sono felice, il trio raggiunge il picco della maturità artistica, rimasto da allora ineguagliato sia da essi stessi che da altri.

Chiedimi se sono felice
“Cosa devi, scorreggiare mentre passa un treno?”

Ciò che rende unico il film è innanzitutto l’enorme efficacia del suo messaggio. I tre comici volevano fare un film che rendesse inequivocabile il valore dell’amicizia, e per farlo hanno praticamente trasposto su pellicola le dinamiche del loro rapporto in maniera totalmente incondizionata. Li vediamo interagire tra loro con la stessa naturalezza che ognuno di noi ha con i propri amici più stretti: i loro scambi colloquiali sono scanditi da continui scherzi e finte invettive; il linguaggio perfetto per rendere chiaro il tipo di rapporto che li lega. Scene come la cena fra i tre che finisce a gavettoni o l’indimenticabile partita a basket coi tre vigili ne sono un esempio perfetto. Solo un legame basato sull’affetto e sulla fiducia più totale può apparire chiaro e nitido senza bisogno di essere espresso a parole, ma al contrario, tramite la pura impostazione comportamentale. Si può affermare che il collante che tiene insieme il film sia la sensazione di familiarità e leggerezza di cui è intriso per tutta la sua durata, che rende la visione un autentico toccasana contro la malinconia.

Chiedimi se sono felice
“Giacomo ti sto ascoltando, ma tu ascolta anche un po’ la natura!”

Ma questo messaggio ci viene reso nitidamente percepibile da un elemento narrativo in particolare: la commedia del Cyrano de Bergerac.

Nessuno dei tre amici, a parte Giacomo, possiede vere aspirazioni attoriali, eppure decidono di dare una fantomatica svolta alla loro vita inscenando una rudimentale commedia teatrale. Perché? Ebbene, possiamo constatare che la commedia assuma all’interno della storia un’autentica valenza metaforica. Si può benissimo inquadrare come un MacGuffin: un elemento del racconto che non esercita potere sulla trama tanto per i suoi effetti diretti, quanto per come i personaggi si rapportano ad esso. Man mano che la preparazione della commedia prende forma, la vita dei protagonisti sembra volgere in meglio; quando la sua realizzazione viene messa a repentaglio, i rapporti tra i tre cominciano a deteriorarsi. Quando infine Giovanni distrugge la scenografia della commedia, è come se distruggesse simbolicamente la loro amicizia. Fino al momento in cui Aldo non “ripara” la commedia lasciata in sospeso, ripristinando così il rapporto di affetto fra i tre amici.

Chiedimi se sono felice
“Ma cosa c’hai nel cervello, le scimmie urlatrici?”

Ma ovviamente, la riuscita del film non si limita solo al messaggio. Troviamo infatti la massima ispirazione per quel che riguarda ogni singolo comparto, che sia recitativo, registico o di scrittura.

Il fatto che il film sia scritto, diretto e recitato dalle medesime persone, con l’aggiunta di alcuni cosceneggiatori (tra cui Massimo Venier che ha aiutato a curarne anche la regia), gioca un ruolo fondamentale nell’omogeneità tonale del film. La scrittura dei personaggi ruota attorno alle loro singole caratterizzazioni: risulta infatti assai arduo scindere l’efficienza di molte battute dalle circostanze e dai personaggi a cui vengono assegnate. Ad esempio, una battuta come “Cosa sentono le mie orecchie?!” non sortirebbe alcun effetto se proposta come semplice freddura in un film di diverso stampo; ma diventa iconica se tessuta attorno alla veracità di un personaggio sopra le righe come Aldo, che per farla funzionare deve fare affidamento unicamente alla propria pantomima. Stesso discorso per la scena in cui a cena Giovanni risponde alla storiella di Silvana con “Vero: anche mia nonna quando doveva mettermi le supposte da bambino, me le spalmava sul sellino della bicicletta”: a pensarci bene non è una battuta di per sé esilarante. Ma il contesto e la risata spontanea e fragorosa con cui Giovanni la incornicia ancor prima di finirla diventano motivo stesso di esistenza per la battuta, rendendo per lo spettatore quella di non unirsi alla sua risata un’impresa impossibile.

Chiedimi se sono felice
“Che anno di mmerda!”

La scrittura del film unisce la continua ricerca di gag e battute assolutamente geniali ad un perfetto equilibrio tra commedia e dramma.

Questo grazie ad un’ottima gestione del surrealismo, elemento che nelle opere successive del trio si rivelerà invece la prima causa di rovina. La commedia è un’opera di finzione, e non sta scritto da nessuna parte che debba seguire alla lettera le regole della realtà (anzi, in molti casi può essere controproducente). Noi sappiamo perfettamente che nella realtà non sarebbe possibile fare un lungo discorso alla persona sbagliata senza che questa abbia occasione di interrompere, trovando persino il tempo di preparare un tè, o che due persone non potrebbero ricordare alla perfezione le battute di una commedia preparata tre anni prima, ma ciò non ci importa. Perché quando è l’impostazione del film a rispecchiare la realtà, e i personaggi accettano gli eventi che si trovano a vivere come ordinari, ecco che abbiamo creato un universo in cui il mezzo di connessione con lo spettatore è veicolato dalla risata. Allora saremo ben disposti ad accettare ogni deriva surrealista, purché ciò che vediamo non perda completamente il contatto col mondo che conosciamo.

Chiedimi se sono felice
“Un bacio… è solo un apostrofo rosa tra le parole franco e forte!”

Risulta davvero arduo pensare che la regia di Chiedimi se sono felice provenga dagli stessi che hanno diretto Il ricco, il povero e il maggiordomo e Fuga da Reuma Park. Verrebbe da pensare che il merito sia da attribuirsi alla presenza di Massimo Venier, ma non è che questi singolarmente in seguito abbia diretto nulla di memorabile. Nel caso di questo film, lasciando perdere tutto il resto, possiamo parlare tranquillamente di una regia di ferro, in grado di trarre il massimo del potenziale comico da ogni scena grazie all’enorme quantità e funzionalità delle inquadrature girate ed abilmente montate e a un eccellente uso della steady cam. Sembra quasi che in certi momenti il film dimentichi di essere una commedia, offrendo autentici momenti di grande cinema. Tra questi, è impossibile non citare la scena in treno composta da sole due inquadrature incrociate in cui Giovanni osserva l’anello di Marina e si lascia andare ad uno spontaneo sorriso, che dura giusto il tempo di essere ricambiato da lei prima di dissolversi, il tutto sulle meravigliose note di Replay: probabilmente uno dei momenti più intensi della filmografia italiana degli anni 2000.

Chiedimi se sono felice

Ma è inutile negare che il film non sarebbe mai stato la stessa cosa senza quella che può essere considerata la sua autentica marcia in più: la colonna sonora interamente composta dal cantautore riminese Samuele Bersani. I brani del suo album L’oroscopo speciale offrono la perfetta cornice a diverse scene prive di dialogo. Senza ombra di dubbio, la perfetta simbiosi di queste due componenti ha contribuito in maniera determinante al successo del film, oltre a dare visibilità ad uno dei maggiori talenti musicali italiani degli ultimi decenni.

Chiedimi se sono felice
“No caro, chi sa fare sa capire!” “Ma che cazzo di proverbio è?” “Non è un proverbio, è la vita Giacomo!”

E infine ci sono loro tre, i grandi protagonisti della pellicola: Aldo, Giovanni e Giacomo, mai così affiatati e ben assortiti come in questo film. Il loro livello recitativo raggiunge vette di eccellenza: quella che vediamo è un’immedesimazione totale nei personaggi,  tanto che viene da chiederci se per tutta la durata i tre stiano effettivamente recitando. Il culmine viene raggiunto nella scena in cui Giacomo confessa la propria colpa a Giovanni, in cui la recitazione di quest’ultimo riesce a creare una tensione narrativa equiparabile a quella di una qualsiasi opera di stampo drammatico, mantenendo però una dolceamara ironia di fondo generata dalla paradossalità della situazione.

Chiedimi se sono felice
“Acqua gassata a garganieeella!”

Cosa è andato storto in seguito?

Cos’è che ha portato gli autori di un’opera talmente profonda e delicata ad abbassarsi agli infimi livelli degli ultimi film? Riteniamo che a volte avere un numero limitato di idee vincenti sia una triste realtà. Questo vale sia nel cinema che nella musica che in ogni altro campo. E’ evidente che Chiedimi se sono felice sia stato un film profondamente voluto dal trio, che aveva a cuore il messaggio e vi ha messo tutto il proprio impegno per farlo giungere allo spettatore. Con i loro film successivi si è purtroppo denotato un calo di idee sempre più desolante, fino a giungere a quelli che sono veri e propri raschiamenti di barile. Che il successo della loro opera più amata sia stato determinato nient’altro che da una serie di fortuite circostanze?

Sinceramente non ci interessa, perchè Chiedimi se sono felice verrà per sempre ricordato come una magnifica anomalia nel repertorio comico italiano di inizio secolo.

Un film pieno di cuore che può essere rivisto all’infinito senza mai stancare, a testimonianza di quel periodo d’oro in cui i tre comici milanesi fecero innamorare più di una generazione col loro umorismo fresco, gioioso e travolgente.