Le colline hanno gli occhi – La recensione

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Le colline hanno gli occhi

Con l’inaspettato successo del cult simbolo dei primi anni ’70 L’ultima casa a sinistra, il maestro dell’horror Wes Craven decise di dare la spinta definitiva alla sua carriera nel genere, appena cinque anni dopo, con Le colline hanno gli occhi.

Deliberatamente ispirato al serial killer Sawney Bean, Le colline hanno gli occhi narra le vicende di una più che consueta famiglia medio-borghese americana, vittima di un clan di sanguinari cannibali all’interno del desolato deserto Yucca. Inutile dire che, per la sua natura di pellicola d’exploitation e la sua voluta estetica a basso costo, il secondo lungometraggio di Craven diventò un classico istantaneo, forte di un solido successo al botteghino e una reazione ampiamente entusiastica del pubblico.

Dopo un’introduzione lenta e dai caratteri tipici del western, si passa all’horror viscerale e crudo a cui siamo abituati, mischiato ad un pizzico di ironia sottile, volta ad enfatizzare la valenza allegorica delle vicende.

Le colline hanno gli occhi

Se da un lato la sapiente commistione di generi, caratteristica peculiare di Craven, rappresenta un pregio a favore dell’originalità espressa, dall’altro risulta necessario annoverare le corrispondenze strutturali e sociali (quasi velate) presenti. La trama fa quindi da sfondo alla lotta tra la borghesia, rappresentata dai Carter, e le minoranze etniche, rappresentate dal gruppo di cannibali, brutale e poco civilizzato.

Viene così a galla l’ipocrisia e il falso perbenismo della classe sociale/bersaglio del sempre rimpianto Luis Bunuel

Una volta che questi ultimi verranno privati della loro quiete familiare, attraverso una violenza costante e implacabile, riveleranno la loro vera natura, contrapposta alla gretta organizzazione patriarcale dei selvaggi. Numerosi sono, poi, nel corso del film, i ricorsi alla simbologia. La scena in cui Big Bob viene brutalmente crocefisso con armi sgangherate e primitive, per poi essere bruciato vivo, è un esplicito e sfrontato ripudio dei valori religiosi cristiani, oltre che un sapiente accostamento tra quest’ultimo e il personaggio di Giove, divisi unicamente per le differenze etniche. Successivamente, messi a contatto con la triste realtà, i familiari del patriarca carbonizzato rinnoveranno se stessi, sfoggiando una furia omicida e un istinto acido,vendicativo nei confronti degli aggressori. Il ritmo sale vertiginosamente e il finale chiude il sanguinolento cerchio di questa implacabile battaglia ideologica e formale.

E’, quindi, in questa sottile critica e continua provocazione che Le colline hanno gli occhi si distingue e fa crollare la sua maschera da pellicola di serie B.

Le colline hanno gli occhi

La colline hanno gli occhi è la sublimazione della sfrontata creatività di Wes Craven, figura di spicco nel genere di riferimento, che successivamente darà vita al ulteriori classici e personaggi immortali rimasti nelle memorie dei patiti del brivido. Tra silenziosa colonna sonora e la sporca fotografia, la regia diventa protagonista con le numerose inquadrature e tecnicismi volti a tenere alto il livello di suspence e terrore durante tutta la durata della pellicola.

La fusione tra la cinepresa a mano, in continuo movimento, inseguendo morbosamente i protagonisti in preda al panico e allo sgomento, e il montaggio veloce e serrato creano le basi per la sperimentazione del terrore, che nei successivi lungometraggi classici di Craven troverà la sua definitiva affermazione.

E’ quindi nella quotidianità che si muovono le nostre paure più recondite, pronte ad assalire il nostro stile di vita sempre più attaccato alla ruotine, il velo che ci separa dal resto.

Le colline hanno gli occhi

Nonostante la critica si spaccò letteralmente in due all’uscita, tra sostenitori dello stile atipico e detrattori della sua forma vetusta, non si può negare il valore storico della pellicola. Il suo successo generò, in seguito, un sequel diretto dallo stesso Craven e un remake nel 2006, dotato anch’esso di un continuo. Basta anche solo questo per giustificare il suo status di cult e la sua valenza all’interno di un genere in decadenza, ora come non mai bisognoso di cineasti rivoluzionari e coraggiosi, capaci di rappresentare visivamente quello che sfugge all’occhio e attanaglia la mente. Onore al merito.

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