La ruota delle meraviglie – La Recensione

Come di consueto, si rinnova a cadenza annuale l’appuntamento con Woody Allen al cinema.

Il prolifico regista statunitense, al suo quarantanovesimo lungometraggio, decide ancora di gettarsi a capofitto nell’analisi della psicologia dell’uomo moderno, con il suo inconfondibile stile. Non è di certo la stessa persona che scriveva Manhattan ed Io e Annie sul finire degli anni ’70, ma il cambio di direzione intrapreso nel corso degli anni ha conservato ancora qualcosa del suo genio innato. Si provi a pensare ad opere come Basta che funzioni e Blue Jasmine, valide anche al di fuori della sua filmografia, nonostante l’usuale sfiducia della critica specializzata.

Solo provando a suddividere il “vecchio” Allen dal “nuovo”, unicamente per i parametri formali, è possibile analizzare con giusta oggettività il recente La ruota delle meraviglie.

E per essere una semplice premessa, può bastare.

Siamo nel pieno degli anni cinquanta. Sullo sfondo dei paesaggi senza tempo di Coney Island, Ginny, un ex attrice ancora legata alla sua vocazione, lavora come cameriera in un modesto ristorante. Il resto della giornata viene trascorso con la famiglia, composta da Humpty, il secondo marito violento e alcolizzato, e Richie, il figlio piromane avuto dal primo matrimonio. La routine verrà però stravolta da Mickey, un bagnino che vive sognando un futuro da commediografo, e con cui condivide una relazione promiscua, e l’arrivo della figlia di Humpty, in fuga dal marito dedito alla criminalità.

La prima cosa che salta con piacere all’occhio, fin dal primo minuto, è la differenza nella fotografia rispetto alle precedenti produzioni di Allen. Dopo una serie di pellicole composte da una palette cromatica scialba ed eccessivamente minimalista, La ruota delle meraviglie rappresenta la perfetta eccezione alla regola. Il tocco magico di Vittorio Storaro, storico direttore della fotografia italiano, già noto per aver collaborato con registi del calibro di Francis Ford Coppola e Bernardo Bertolucci, dona un’estetica sopraffina ad ogni singola scena. I colori si alternano con precisione analitica e rispecchiando le emozioni dei personaggi che fanno da sfondo alla vicenda con una fedeltà impressionante. Tutto questo non fa altro che amplificare l’apporto scenico e l’immedesimazione dello spettatore, all’intero delle ambientazioni colorate ed effimere di Coney Island.

La ruota delle meraviglie è la rappresentazione della vita dei protagonisti, in un continuo alternarsi di emozioni e situazioni contrastanti.

In questa nuova proiezione, anche il regista sembra finalmente ringiovanito, mostrando scorci interessanti e rendendo più dinamica la regia. Insomma, dal punto di vista puramente tecnico siamo davanti ad un affresco delizioso e pieno di vita, di una passione creativa che mancava da fin troppo tempo. Stranamente, l’unico parametro che mostra più di una volta gli acciacchi è la sceneggiatura.

I dialoghi, sempre splendidamente orchestrati dal buon vecchio Woody, risultano però fin troppo dilatati e tirati per le lunghe, rischiando di non giovare al ritmo del film, già sistematicamente lento e riflessivo. Inoltre, se da un lato i personaggi principali, con la loro psicologia complessa e variegata, rappresentano la punta di diamante del film, dall’altra fanno sfigurare il resto dell’organico, meramente abbozzato.

E’ quindi la poca attenzione riposta nello sviluppo caratteriale delle figure di contorno a rendere il tutto meno piacevole, per poi chiedersi perché non aver scelto un minutaggio superiore, magari togliendo qualcosa dagli interminabili dialoghi. Giudicandoli come un organico omogeneo, invece, funzionano alla grande, rappresentando degli ottimi supporti per la trama e l’evoluzione dei veri protagonisti della vicenda.

Un’ennesima nota di merito va riconosciuta alle interpretazioni del cast, dove brilla di luce propria Kate Winslet, finalmente accolta nel cast di Woody Allen. La sua versatilità emotiva eleva e mette in risalto il carattere contraddittorio e disilluso della quarantenne Ginny, in continua ribellione verso il suo stile di vita antitetico.

Tra triangoli amorosi e sguardi melanconici sulle rive della penisola americana, gli intrecci si susseguono fino ad arrivare al finale, un freddo epitaffio sulla vita sbandata e decadente dei personaggi.

I colori si spengono e, ancora una volta, a risaltare sono le debolezze dell’uomo, chiuso eternamente in una gabbia di illusioni, di sogni infranti sorretti unicamente dalla loro nevrosi instabile. Solo la disfatta e il fallimento riportano agli occhi la realtà, cruda e terribilmente vuota. Ma, nonostante tutto, la ruota continua a girare, come in un incubo senza fine.