Quello che fu Predator di John McTiernan

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”Laggiù c’è qualcosa in agguato… e non è un uomo.”

L’originalità di Predator sta anche nella rappresentazione dell’alieno nemico, appartenente alla razza yautja. In un mondo dove tutti sono abituati alla visione dell’alieno grigio, dai grandi occhi e il corpo esile, qui vediamo una geniale rivisitazione della specie. Il predator inizialmente sarebbe dovuto essere interpretato dall’iconico Jean-Claude Van Damme, scartato poi per divergenze a causa dell’altezza e della sua mancata voglia di recitare in un costume senza la visibilità del suo volto. Venne curato successivamente da Stan Winston e interpretato poi da Kevin Peter Hall. 

Indimenticabili, quindi, la capigliatura dell’alieno, simbolo avanzato di un’evoluzione aliena e dello stato selvaggio attinente al luogo di ”atterraggio”. Il fattore più importante della pellicola è la tecnica utilizzata per il punto di vista da parte del Predator. Lo straniamento dello spettatore è seguito da una visuale a infrarossi che destabilizza e inquieta, mettendolo al corrente del pericolo imminente. Un pericolo che viene anticipato e scandito da un’angosciante colonna sonora firmata da Alan Silvestri. 

Pericolo da cui non c’è scampo.

Un metodo disagiante che mostra in maniera d’impatto che, a detenere il controllo, è proprio lui: il Predator.

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Predator
L’alieno, il Predator.