Hot Space: come i Queen decisero gli Anni ’80

L'album Hot Space del 1982 fu il più criticato e incompreso di tutta la discografia dei Queen. Un orrore per le orecchie, una conquista per la musica.

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Queen + Hot Space = The 80’s

1980. I Queen sono la band più potente del mondo. L’ultimo disco The Game ha portato un cambio di stile, una conferma delle basi musicali, e sopratutto, Another One Bites the Dust. Roba da far confondere gli afroamericani: band mai sentita prima, gli afro credevano che Bites the Dust fosse un prodotto della Black Music.

Un album composto a cavallo di due epoche musicali dei Queen: quella con e quella senza baffi. Quella con Save Me, e quella con Coming Soon. Quella con, e quella senza sintetizzatori.

Freddie & Co. venivano ricevuti “in udienza” da gente come Michael Jackson, papa Wojtyła, Maradona, e poco ci mancò che perfino la Lady di Ferro si mettesse a cantare Crazy Little Thing Called Love.

Per far capire a che livelli si spinsero i musicisti britannici, proprio papa Wojtyła ebbe delle conversazioni organizzative con l’entourage della band, per organizzare un concerto in Piazza San Pietro. Non se ne fece nulla a causa dell’intransitabilità del luogo. Le uniche date italiane con Mercury all’attivo rimasero Sanremo e Milano, nel 1984.

Il mondo ai piedi, in tutti i sensi. Per capire meglio quali fossero le premesse degli anni a venire, vi invitiamo a prendere un attimo di tempo, e ripassare questa canzone.

I tempi cambiano per tutti

“Avevamo sempre amato cambiare pelle e vivere il presente musicale che ci circondava. Non sono mai stato uno da scelte sicure, in questo sono più bravi i miei compagni. Io preferisco rischiare” F.M.

The Game è stato un album molto legato alle dinamiche del passato, ma già intrinsecamente legato al futuro. Fu la dimostrazione che ci si poteva fidare delle intuizioni agli antipodi del proprio io musicale. Cosa che i Queen fecero dal 1971 al 1991.

John Deacon ebbe la meglio su tutti. Il bassita/contabile della band produsse in un ventennio canzoni a ritmo di circa una all’anno. Un conteggio misero, per un repertorio fatto di quasi duecento canzoni originali.

Misero, ma fondamentale: Deacon scrisse tra le altre You’re My Best Friend, I Want to Break Free, Spread Your Wings, Back Chat, Friends Will Be Friends (con Mercury), e appunto, Bites the Dust.

La canzone fu discriminata dalla fazione rock/classica del gruppo, quella delle “cariatidi” May e Taylor, e non fu nemmeno considerata un candidato da inserire nella scaletta ufficiale dell’album. Come si dice in certi casi: il destino.

Quello fu l’anno zero della musica. I Queen piantarono bandiera negli USA, dopo anni di Rock Opera inadatto a quel mercato, e dagli USA trassero linfa vitale per le produzioni seguenti.

Da lì prese il via Flash Gordon, perfettamente sorvolabile sul piano critico, ma non sul piano tecnico: Mercury stava plasmando la band, e ciò che li attendeva era rischioso per l’equilibrio del gruppo.

Qualcosa di eccessivo, perfino per loro

Pensando a quel periodo, chi l’ha vissuto intensamente, e chi se ne fosse appassionato, focalizza principalmente due concetti: gay club, e disco music.

La rivoluzione capeggiata da Gloria Gaynor e Barry White stava cedendo il passo ad un più aggiornato Michael Jackson, e ad un più annacquato modo di concepire la dance. Non c’era più la motivazione sociale, l’abbattimento di barriere e tabù, di vivere all’insegna del “ora possiamo, ora dobbiamo”.

Ciò che rimase degli Anni ’70 fu la sensazione di qualcosa di saturo. La società musicale, e i loro fruitori, ebbero a disposizione materiale da leggenda come Cirrone, Moroder, Donna Summer, ma anche Led Zeppelin, Deep Purple, Electric Light Orchestra. E aggiungiamolo pure, anche A Night at the Opera.

Raggiunto l’apice, o lo mantieni, cosa difficile, infatti non accadde, o precipiti, o modifichi il tuo modo di stare sempre in vetta. Fu così che la rivoluzione della disco si trasformò in qualcosa di grottesco, eccessivo, kitch, e quando andava bene barocco. La gente si era modificata, confondendo la disco con l’eccesso.

Perché gli Anni ’80 furono principalmente questo, un tracotante decennio di eccessi, dove la qualità del cinema, della moda e della musica dovette imparare a difendersi coi denti, nel gerbido del kitch. Quindi se il pubblico vuole questo, che gli venga dato e con gli interessi.

Fino a quel momento i Queen non ebbero difficoltà ad adattarsi alle tendenze. Furono la band che più di ogni altra riuscì nell’impresa di restare fedeli alla loro idea di musica, mentre assorbivano gli stimoli portati dalle novità.

Dopo Flash Gordon però le cose si fecero difficili. Il pubblico di riferimento si era diviso tra quello delle origini, e quello di The Game. Si instaurò un alto tasso di conflittualità, e si crearono gli schieramenti: May e Taylor difendevano le origini della band, mentre Deacon e Mercury volevano tuffarsi nella black music, cavalcando l’eredità di Bites the Dusta costo di rinunciare agli assoli di Red Special.

A spuntarla furono i secondi. O meglio, a spuntarla fu Monaco di Baviera.

Un suicidio discografico

“Credo che pubblicare quell’album fu sostanzialmente un errore di valutazione: ai tempi il termine disco music era considerato una sorta tabù per dei musicisti rock. Ci crocifiggemmo da soli” R.T.

Dal 1980 in particolare, Mercury divenne una macchina da sesso e droga senza freni inibitori. Incarnava già perfettamente ciò che la musica di quel decennio, ed Hot Space, avrebbe rappresentato per la storia della musica.

Le tendenze si erano invertite al punto da rendere la Germania, paese sull’orlo del Crollo del Muro, il centro nevralgico della produzione musicale Anni ’80 in Europa.

Nessuno dei musicisti dell’epoca, desideroso di produrre qualcosa di meravigliosamente fruibile, poteva pensare di produrlo lontano da città come Monaco di Baviera.

La città pullulava di gay club e quant’altro, luoghi che vennero prosciugati da Mercury e Deacon. Il sound a cui i due si riferivano era quello delle sale da ballo, assorbito con un’assatanata vita notturna, lontana dalle abitudini di May e Taylor.

La band si stava sgretolando. Il palazzo stesso dove si tenevano le registrazioni incuteva una fastidiosa sensazione lugubre, che May tollerava a malapena.

Furono giorni di intense litigate, prese di posizione, sperimentazioni tecnologiche folli per dei puristi del suono strutturato come i Queen, e sopratutto furono giorni di eccessi fuori dalla sala di incisione, premonizioni di Living on my Own.

Il disco prodotto da questa sensazione di disagio sconvolse l’opinione pubblica e i fan. Ci si sentì pugnalati al cuore, per colpa di sintetizzatori messi ovunque, drum machine, assoli di chitarra praticamente assenti, e testi senza alcuna utilità.

Quando la band portò l’album in tour promozionale, Mercury dovette urlare al microfono che era “solo un fottuto album, chi cazzo se ne frega”. Nessuno voleva Hot Space. Nessuno, in nessun luogo del mondo, nonostante le vendite dimostravano il contrario.

Tutti volevano dimenticarsi in fretta dell’album. Tranne gli anni a venire, e i musicisti che ci videro lungo.

Nel bene e nel male, precursori infallibili

“Fui soprattutto io ad insistere per incidere un album come quello, probabilmente fu sbagliato solo il momento: da lì a poco in molti avrebbero suonato quella roba. Moltissimi” F.M.

Più che Jackson, ci si aspetterebbe una foto con Bowie, ma tolto l’impegno del Duca per produrre Under Pressure, di cui qui non parleremo, perché la canzone è totalmente a sé stante, è proprio di Jackson che si dovrebbe parlare.

MJ dichiarò una cosa in particolare, sulla quale si potrebbe scrivere un articolo veramente lungo. Disse che “senza Hot Space non ci sarebbe stato Thriller”. E’ impossibile dargli torto. In primo luogo perché basta ascoltare consecutivamente Staying Power e I Wanna be starting Something. L’esempio parlerebbe da solo.

Volenti o nolenti, e nel dirlo ci rivolgiamo ai fan che possono ritenersi puristi della band, Hot Space è stato un album di una portata artistica equiparabile ad A Night at the Opera e Innuendo. Anzi, oseremmo ancora di più, e azzardiamo affermare che probabilmente è stato l’album innovativamente più riuscito di tutta la discografia dei Queen.

Sia chiaro, la qualità della musica in questo disco resta altissima, ma è pattume se considerata firmata dai Queen, su questo non si discute. Ma val la pena aprire di più la mente, decontestualizzare il disco da quello che è, da chi ne sono i creatori.

La portata di Hot Space è stata epocale. Ha fatto di più questo album per gli Anni ’80 di qualsiasi altro prodotto. Come affermazione sembrerebbe da lancio dei pomodori, per aver oltraggiato Thriller, ma non è così. Perfino l’album degli zombie deve tutto ai Queen. Ha creato più di uno stile, come possono aver fatto Somebody to Love e Killer Queen, ha decretato un’influenza, stabilendo cosa sarebbe stata la musica Anni ’80.

A loro insaputa, i Queen partorirono un manifesto perfettamente ricopiabile alla portata di tutti gli artisti meno capaci bisognosi di un riferimento a cui ispirarsi. E qui ne esaltiamo sia l’importanza, che la piccolezza: quel decennio è ricordato come quello della musica tecnicamente peggiore di tutti i tempi, se considerata come madre della dance Anni ’90.

Quel che resta di Hot Space

L’album di per sé ha lasciato principalmente una diffusa disapprovazione, passata alla storia come il risultato diretto del livello artistico del disco.

Venendo considerato il passo falso dei Queen, è stato messo nel dimenticatoio, troppo abituati come siamo ad ascoltare i pezzi da novanta del loro repertorio, o soffermandoci solo su Under Pressure.

Per il gruppo l’album ha significato l’inizio di una crisi interna protrattasi fino al Live Aid, dove la band decise di ripartire da zero, sfruttando al meglio ciò che la musica dell’epoca voleva, esaltando alla massima potenza le sonorità di quel decennio (ascoltiamo un certo A Kind of Magic).

La crisi interna si manifestò con la corsa ai ripari di The Works, dove Radio Gaga e It’s a Hard Life hanno ristabilito l’ordine tra passato e presente musicale del gruppo, per poi finire quasi ufficialmente divisi con l’inizio delle carriere soliste.

Ciò che resta di più, è l’ennesima dimostrazione, in questo caso lampante più che mai, di come i Queen siano sempre stati un passo avanti a tutti, restando saldamente in testa alla gerarchia della musica, in quanto principali portatori di novità e maggiori maestri nella fusione degli stili musicali.

Bisogna voler bene ad Hot Space. Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, una volta premuto play ci si rende conto in maniera più critica e razionale di quanto l’album in fin dei conti sia una pietra miliare della storia della musica, senza il quale non avremmo avuto le migliori produzioni musicali di un’epoca di eccessi e di diverimenti.

In chiusura, consigliamo l’ascolto della seconda traccia dell’album, fulcro di uno studio ancora a metà tra la Red Special e il sintetizzatore. Ascoltate, sentite, rivalutate.

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