Lolita – Recensione del film di Stanley Kubrick

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1983

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.” 

Lolita – Recensione – Sin dagli albori della sua carriera cinematografica, Kubrick si è ispirato alla letteratura per la realizzazione dei suoi progetti filmici. Grandi autori hanno fornito al regista gli input necessari per poter esprimere la propria ideologia critica nei confronti della società odierna. Kubrick adatta cinematograficamente romanzi dalla cui lettura è rimasto affascinato. La trasposizione di testi a lui cari diventa il mezzo per la rappresentazione di eventi esemplificativi e simbolici, di spaccati di umanità attraverso cui portarne alla luce gli aspetti reconditi. Sono storie di delirio personale, di eccesso di violenza, di pulsioni sessuali represse. Quest’ultimo tema in particolare lo si ritrova in Lolita.

lolita - recensione

Lolita – Recensione

Nel ’59 Kubrick, assieme a James Harris, prese contatti con Nabokov per la realizzazione di una possibile sceneggiatura tratta dal suo romanzo. Data la scabrosità dei suoi contenuti, il romanzo di Nabokov faticò a vedere la luce. Pubblicato in inglese, nel 1955 a Parigi, il libro suscitò immediatamente enorme scalpore. La storia del professor Humbert fa da sfondo al racconto di pulsioni erotiche sepolte, che emergono con virulenza nella quiete della provincia americana. Di fatto il romanzo ottenne un’accoglienza piuttosto controversa sul mercato statunitense, venendo rifiutato da ben quattro editori. La natura scandalosa della narrazione si rivela congeniale alla volontà kubrickiana di mettere a nudo le controversie della società borghese moderna.

Il rapporto semi-incestuoso e pedofilo tra il protagonista maschile e la giovane ninfetta oggetto del suo desiderio, diventa lo strumento di scoperta di una sessualità nascosta, perversa e malata. Kubrick, così come nel resto della sua filmografia si immerge a piene mani nella profondità degli abissi della coscienza umana. Ne riemerge quindi estraendo la natura più genuina ma colpevole, rimasta sepolta sotto sostrati ideologici e socio-culturali che la soffocano. Kubrick, in tal senso, va oltre la critica e la denuncia sociale, offrendo un resoconto piuttosto freddo e cinico della vicenda scabrosa; dal taglio quasi documentaristico. Oltre il narrativo per cogliere il realismo più autentico.

Lolita – Recensione

Il professor Humbert è un uomo di mezza età, annoiato e superbo. Si reca in viaggio dall’Europa agli Stati Uniti d’America, per riprendersi dal fallimento del proprio matrimonio e da un esaurimento nervoso. A Ramsdale, in cerca di una sistemazione, si imbatte in Charlotte, donna procace dal dirompente appetito sessuale. In casa di quest’ultima ne incontra la figlia Dolores, chiamata affettuosamente Lolita. L’incontro folgorerà il professore, che si riscoprirà pervaso da un sentimento di eroticità e passione travolgente. Un uomo disposto a tutto, pur sopperire il suo desiderio sessuale nei confronti della dodicenne.

La trasposizione kubrickiana del romanzo di Nabokov, trovò tuttavia ostacoli nel realizzare un’opera più fedele e autentica alle volontà dell’autore e del regista. Lolita dovette fare i conti con la censura e le dinamiche procedurali dell’industria hollywoodiana dell’epoca. Ne uscì un lavoro palesemente mozzato negli intenti. La potenza erotica e sessuale dell’intreccio nabukoviano venne soffocata dalla morale perbenista, con la quale l’opera di Kubrick dovette fare i conti e soccombere.

Non emerge con forza necessaria il rapporto di gioco-amore tra Humbert e Lolita, appena accennato, sottomesso da un’etica politicamente corretta. Lo stesso personaggio di Quilty smorza la tensione emotiva creata dal Nabukov nel suo romanzo. Quella che dovrebbe essere la figura del seduttore, colui che corrompe e strappa ad Humbert la sua Lolita, diviene una macchietta. Kubrick diede molta autonomia e spazio d’improvvisazione a Sellers, che si concede in numerosi siparietti comici; venendo meno a quello che doveva essere il ruolo di antagonista negativo.

lolita - recensioneLolita – Recensione

Tuttavia Kubrick riuscì, seppur in maniera implicita, a ricreare le dinamiche di un microcosmo latente quale aveva in mente. La rappresentazione di un corpo femminile giovane ma eccitante, permette l’emersione di un eros deviato. Lo sguardo della macchina da presa concentra la propria attenzione su dettagli dall’apparente insignificanza, ma catartici per l’espressione della sfera sessuale che Kubrick voleva portare in scena. Le gambe e i piedi della giovane femmina non ancora donna, insieme ai modi beffardi e sfacciati, inducono nello spettatore una sorta di attrazione. E così il suo sguardo voluttuoso coincide con quello della macchina da presa, o con lo sguardo di Humbert; proiettando sul corpo femminile un desiderio celato e mai confessato, diventato oggetto di perversione concettuale.

Kubrick crea un’opera controversa e coraggiosa, che riesce ad andare oltre e contro le tendenze di moda dell’epoca, nella Hollywood classica. Realizzando una pellicola provocatoria e di forte impatto, soprattutto considerando i tempi. Un racconto di autodistruzione personale, verso il quale il personaggio principale si muove autonomamente. Un vortice discendente nel quale l’uomo è risucchiato e portato alla rovina, dalle sue stesse pulsioni. Kubrick ancora una volta si fa dio cinico e misantropo, portando i suoi personaggi verso la propria fine. Un mondo spietato e violento, quello kubrickiano, in cui l’uomo è carnefice di sé stesso. Dove il desiderio di astrazione dalla società, lo conduce alla pena.

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