Mean Streets – Recensione

0
994

Mean Streets – “Avevo appena finito di confessarmi, ok? Il prete mi aveva dato la solita penitenza: dieci Ave Maria, dieci Padre Nostro, dieci di quelle cose là. Ora, sai che la prossima settimana tornerò e mi darà altre dieci Ave Maria e altri dieci Padre Nostro e… Voglio dire, sai come la penso. Queste cose non significano niente per me, sono solo parole! Andranno anche bene per gli altri, ma per me non funzionano. Se faccio qualcosa di sbagliato, voglio pagare a modo mio. Quindi faccio penitenza a modo mio per i miei peccati.”

Prima di Quei bravi ragazzi, Martin Scorsese aveva già proposto una sua visione autobiografica e giovanile del mondo della criminalità organizzata con Mean Streets. Suo terzo lungometraggio del 1973, che rappresenta sotto molti aspetti una versione preliminare del film sopracitato. Nonostante i limiti imposti dal basso budget, è già possibile riconoscere nitidamente il genio e la maniacale cura estetica del regista; ma soprattutto la sua straordinaria capacità di dar vita a situazioni e personaggi estremamente credibili, per appartenenza a determinati ambienti e fasce sociali. Tuttavia, si tratta indubbiamente di un film in parte oscurato dalla lunga lista di pietre miliari firmate dal regista.

Il film segue le vicende del giovane italo-americano Charlie Cappa, magnificamente interpretato dal futuro feticcio Harvey Keitel.

Charlie “lavora” principalmente come esattore per suo zio, il potente boss Giovanni Cappa, nel quartiere italiano di Manhattan. Questi possiede una personale forma di etica morale, conseguenza diretta della sua fervente fede cristiana; fede i cui metodi di purificazione, consistenti nella confessione, non incontrano la piena convinzione del giovane. Tenta perciò di nobilitare la propria anima attraverso vari atti di magnanimità verso le persone che gli stanno attorno, nei limiti che la sua delicata attività gli impone. In questo aspetto del film Scorsese anticipa il tema della fede religiosa, un soggetto caro al regista approfondito in Silence. Charlie è, a conti fatti, il collante della sua piccola cerchia di amici, l’elemento stabilizzante che impedisce a frequenti situazioni rischiose di degenerare.

Il suo migliore amico è lo sbandato Johnny Boy. Personaggio che ha contribuito a creare la figura iconica di Robert De Niro.

Johnny Boy ricorda sotto molti aspetti una versione giovanile di Louis Gara, il personaggio interpretato da De Niro in Jackie Brown di Tarantino. Costui è la perfetta incarnazione del rifiuto della società. Uno scansafatiche, impulsivo, accattone, scommettitore incallito, inadeguato in qualunque situazione e totalmente privo di etica lavorativa. Johnny si lascia semplicemente travolgere dalla scia degli eventi senza muovere un dito per provare a cambiare le proprie sorti. E’ indebitato fino al collo con un piccolo malavitoso di nome Michael, e Charlie, in nome della profonda amicizia che lo lega allo sciagurato soggetto e dei principi morali sopra citati, gli fa da garante con il creditore a suo rischio e pericolo.

Cameo di David Carradine: è l’ubriaco che viene ucciso nel bagno del locale di Tony a circa metà film. L’attore che interpreta il suo assassino è il fratello Robert Carradine.

Johnny, consapevole della propria bassissima posizione sociale, si comporta costantemente senza apparenti criteri logici nelle azioni e nelle parole; rendendo estremamente arduo a Charlie il compito di aiutarlo. Eppure, dentro di sé un ultimo bagliore di amor proprio è ancora presente da qualche parte. Pronto a risalire a galla qualora la portata delle angherie subite diventi insostenibile, con esiti irrimediabili. A peggiorare ulteriormente la situazione di Charlie c’è lo zio Giovanni, il quale, profondamente legato ai vecchi codici d’onore malavitosi, non vede di buon occhio la famiglia di Johnny e della cugina Teresa; ragazza con dei problemi di epilessia con la quale Charlie ha una relazione segreta.

Immagine correlata
Lo zio Giovanni Cappa, interpretato dall’attore italiano Cesare Danova, con Harvey Keitel.

E’ possibile individuare in quest’opera ancora acerba tutte le caratteristiche che in seguito costituiranno il marchio di fabbrica del cinema di Scorsese.

La contestualizzazione ambientale è iperrealistica, dalle curatissime scenografie all’uso onnipresente dello slang di strada, del quale il film rappresenta un autentico glossario. Scorsese per la prima volta ci accompagna per mano nella giungla urbana che ha scandito i suoi anni di gioventù. Una giovinezza fatta di estorsioni, mazzette, bugie e pareggiamenti di conti, nella quale il tuo migliore amico potrebbe accoltellarti alle spalle da un giorno all’altro.

La sottile e dissacrante coltre di umorismo nero che caratterizza ogni successivo film gangster firmato Scorsese, avvolge generosamente ogni scena relativa ai battibecchi tra i protagonisti. In particolare quelle che vedono protagoniste le improbabili giustificazioni di Johnny Boy riguardo i suoi mancati pagamenti, rese esilaranti dalla recitazione di De Niro. Assistiamo a repentini capovolgimenti di situazione, causati dai più insignificanti input da parte di singoli soggetti. Dialoghi interamente composti da frasi di convenienza, necessarie a mantenere stabili gli equilibri e la costante assenza di sincerità nelle azioni di tutti verso tutti.

Seppur prematura, l’inconfondibile mano del regista è ben visibile.

La sua autorialità espositiva è riconoscibile soprattutto nelle scene che vedono i protagonisti lasciarsi andare all’euforia alcolica più distruttiva nel locale di Tony. Immagini accompagnate da accese tonalità monocromatiche e da brani classici della canzone napoletana, che guadagnano lentamente il monopolio della scena. Anche nei movimenti di macchina Scorsese dimostra già la sua eccezionale capacità di sperimentazione.

Il regista, forte della sapiente ottimizzazione del budget, mantiene l’andamento della trama focalizzato su sprazzi di quotidianità, evitando svolte importanti che avrebbero necessitato un maggior dispendio di risorse, cosa che gli sarà invece concessa nei titoli successivi dello stesso genere. Proprio per questo motivo, il film subisce inevitabilmente alcuni rallentamenti di ritmo e passaggi eccessivamente lunghi; concentrati soprattutto nel secondo atto e che costituiscono probabilmente il principale limite del film. Ma si tratta di rallentamenti solo temporanei, dato che nel terzo atto il film si ravviva repentinamente, avviandosi verso il movimentato finale che vede il picco recitativo da parte di De Niro.

Martin Scorsese sul set del film.

Mean Streets è un film sicuramente acerbo e leggermente datato, ma fondamentale nella formazione artistica di uno dei più grandi registi attuali. Una pellicola dotata di un valore collezionistico incommensurabile per ogni fervente cinefilo.

CONSIGLIATO IN ITALIANO?

Assolutamente no. Il doppiaggio del film è semplicemente da dimenticare, eseguito in maniera palesemente frettolosa, disattenta e con disponibilità ristrette. A partire dal lato puramente tecnico, data la scarsa qualità del sonoro che spesso rende i dialoghi incomprensibili, fino ad arrivare a quello artistico. All’epoca non c’erano ancora le competenze necessarie per adattare efficacemente dialoghi che in originale presentano pesanti cadenze dialettali; difatti gli adattatori devono aver pensato che il modo migliore per ovviare a ciò fosse mantenere nel doppiaggio espressioni come: “alright”, “c’mon”, “let’s go”. Con risultati ovviamente allucinanti.

Vengono inoltre, inspiegabilmente, saltati interi monologhi interiori di Harvey Keitel. Ci sono i soliti cambiamenti relativi a ogni riferimento degradante verso l’Italia, come: “Ecco perché l’Italia ha perso la guerra” adattato in “Con gente come voi si perdono le guerre”. E’ un doppiaggio che costituisce per lo spettatore un’autentica fonte di distrazione e rende il film noioso e cacofonico, difficile da reggere per più di venti minuti. Consigliata la visione con i sottotitoli, oltretutto disponibile sul catalogo Netflix.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here