Love, la recensione

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Era il 2015 ed il Festival di Cannes e “La Vita di Adele” scandalizzava e vinceva la Palma D’Oro. In contemporanea, il pubblico del Festival veniva smosso ancor di più dalla proiezione di un film del regista argentino Gaspar Noé. In film in questione era “Love” ed adesso sbarca impavidamente su Netflix, tanto per rimanere nel tema della polemica tra Cannes ed il portale streaming del momento (diatriba Netflix-Cannes).

Sesso e sentimento si uniscono in queste due ore che sanno come sconvolgere lo spettatore, scavalcando tutti i tabù legati alla sessualità. Murphy (Karl Glusman) è un uomo infelicemente sposato con Omi (Klara Kristin), costretto alle nozze dopo che lei era rimasta incinta. La mattina del primo gennaio, Murphy riceve una telefonata che gli sconvolgerà l’esistenza e lo riporterà indietro nel passato: Electra (Aomi Muyock), la sua ex fidanzata, è scomparsa ormai da mesi. Questa notizia porterà Murphy a rivangare quel passato che ormai non c’è più, fatto di sesso sfrenato e libertà, ed a logorarsi poco a poco a causa dei sensi di colpa che sopraggiungono ogni volta che la nostalgia avanza.


Presente e passato si mescolano costantemente, trascinandoci in un turbinio di passione nuda e cruda, che sa incantare ma allo stesso tempo infastidire. Perché in fin dei conti Gaspar Noé è questo quello che vuole fare sempre. Le immagini, studiate meticolosamente come se fossero quadri, sanno come impressionare, divorando lo schermo e colpendo lo spettatore direttamente nello stomaco. Il tempo non è lineare ed il passato si insinua senza chiedere permesso, divorando tutto ciò che è intorno a Murphy e relegandolo in una prigione dorata di ricordi che poco a poco lo costringe a fare i conti con il suo vecchio Io e con tutte quelle scelte sbagliate che l’hanno portato ad essere l’uomo insoddisfatto ed incatenato che è adesso.
Noè aveva disturbato con il suo “Irreversible” e con quella lunga scena di stupro, aveva incantato con il magnifico “Enter The Void“, in cui giocava con la psichedelia e la famigerata quarta parete, ed anche qui riesce nel suo intento. Ma qui entra in gioco anche quella componente autobiografica, caratterizzata da moltissima autoreferenzialità (il modellino dell’Hotel Love di Enter the Void o dal fatto che Murphy, come Noé, è uno studente di cinema americano a Parigi), che dona al film un’intimità particolare rispetto ad altri film erotici e/o biografici.

Qui Noé mette in scena una storia d’amore reale, vera, che non bada a troppi fronzoli e che mostra la realtà di coppia nella sua integrità. I rapporti sessuali, pur non essendo sempre davvero espliciti, non sono simulati e sono profondamente crudi. La macchina da presa risulta essere anche troppo invadente e la pulsione voyeuristica di chi guarda il film viene ampiamente soddisfatta. Ma Love non è solo questo, Love è molto di più. Love è introspezione, come ci suggerisce il costante parlare fuori campo che dà voce ai pensieri di Murphy, che sottolinea ogni suo errore nel rapporto – abbastanza malsano con più bassi che alti – con Electra e la noia che è costretto a scontare con Omi, come se il karma o una qualche punizione divina lo avesse messo all’angolo. Un rovesciamento di ruoli che può accadere a chiunque e che per questo probabilmente disturba. La solitudine di Murphy, insieme al suo deprimente nichilismo, lo trascinano in questa sua triste vita fatta ormai di soli ricordi che, il più delle volte, lo trascinano nella malinconia e nell’impotenza nei confronti di una situazione che quasi lo porta a rinnegare sé stesso, come sembra accada nella toccante scena in cui si trova da solo nella vasca da bagno.


Si potrebbe tentare anche un’analisi ma risulterebbe troppo prolissa e probabilmente non riuscirebbe comunque a descrivere la potenza nascosta dietro il film del regista franco-argentino. Noé riesce ancora una volta ad impressionare con le sue immagini disturbanti proprio perché reali. La realtà dei rapporti umani è il leitmotiv che accompagna il film ad un finale che lascia molte domande a cui forse è meglio non rispondere.

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