I walked with a (Rob) Zombie

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Dalla musica al cinema, mantenendo una certa coerenza invidiabile oggi giorno. Era il 1985 ed un ragazzo con la passione per il cinema horror dava vita agli “White Zombies” (il titolo originale dell’horror del 1932 con Bela Lugosi “L’isola degli zombie”), uno dei gruppi di alternative metal più influenti della scena. Passati poco più di dieci anni (tredici per l’esattezza) il loro frontman sciolse il gruppo avviando una carriera solista ed in parallelo si buttò nella grande onda del cinema. Stiamo parlando di Rob Zombie, all’anagrafe Robert B. Cummings.

 

Dopo una vita passata con i genitori, due artisti circensi, Rob si cimenta nella musica in quell’epoca che vedeva il metal affermarsi sempre più. Con gli White Zombie inizia a sperimentare un genere molto precoce per l’epoca, a metà tra industrial e nu metal. L’influenza per band come Coal Chamber e Slipknot è evidente. Ma dopo anni passati tra palcoscenici e studi di registrazione, Rob Zombie decide di allentare un po’ la presa dagli spartiti ed avvicinarsi alla cellulosa.

Inizia il nuovo millennio e per un anno intero Rob dirige il suo primo film: La casa dei 1000 corpi. Un film sicuramente di non facile gestazione e che vide il ritiro all’ultimo momento della Universal, spaventata dal divieto ai minori di 17 anni. Per la fortuna di Rob, la Lionsgate lo distribuì nel 2003 senza averlo prima massacrato di tagli. Il film ricalca molto lo slasher più famoso al mondo, “Non aprite quella porta” ed alla figura di Ed Gein, il maniaco omicida che scuoiava le sue vittime. Ma La casa dei 1000 corpi ha anche una trama arguta, con riferimenti al cartone animato onirico per eccellenza come “Alice nel paese delle meraviglie”. Perché18 infatti, proprio l’onirismo caratterizza questo film, stracolmo di violenza gratuita e di riferimenti al cinema horror, un vero e proprio collage di qualità. Il cast vide il ritorno di vecchie icone del cinema horror come Bill Moseley e Karen Black, oltre che ad essere il battesimo di Sheri Moon-Zombie, moglie e musa del regista Rob che lo seguirà in tutti i suoi film, che si comporta egregiamente al suo esordio per poi confermarsi film dopo film.
Un esordio fortunate che fece incassare a Rob Zombie ben 17 milioni di dollari a fronte di una “misera” spesa di soli 7 milioni.

Passarono solamente due anni ed il grande schermo presentò il sequel: “La casa del diavolo”. Qui gli ammiccamenti al cinema di genere che fu si riducono a zero e la trama non si limita ad un horror-slasher pregno di citazioni. Rob rivoluziona il registro del primo capitolo, trasformando il film in un western-road movie ad inseguimento dove la folle famiglia Firefly si trasforma in vittima da carnefice. Come ammette lo stesso Rob Zombie, la sua fonte di ispirazione primaria è stata proprio Mucchio Selvaggio, ma anche Gangster Story e La rabbia giovane, film che hanno come comune denominatore una violenza quasi mai sussurrata. Anche ne “La casa del diavolo” la violenza risulta essere molto più d’impatto rispetto a quella sguaiata che caratterizza lo splatter e lo slasher. Torture psicologiche e non, come il gatto con il topo, porteranno la famiglia Fierfly ad intraprendere un gioco per la loro sopravvivenza, tematica che riprenderà più in là nella sua carriera.
La regia è ancora una volta impeccabile ma questo secondo film, molto più maturo del primo, sembra consacrarlo definitivamente come regista di genere anche grazie ad una colonna sonora che mette in luce la sua cultura musicale e la scelta più azzeccata delle canzoni.

Passano di nuovo due anni e Rob decide di portare al cinema un grande classico dello slasher movie, come omaggio al maestro John Carpenter: Halloween. Ma Zombie non si limita ad un classic remake o ad un sofisticato shoot-for-shoot. Troppo facile, troppo banale. Vuole provare a riscrivere il film, ponendo l’attenzione sulle origini del folle e brutale Mike Myers. Scena dopo scena, Halloween – The Beginning si pone a metà tra un ideale prequel ed un remake del capolavoro di Carpenter ma con la firma di Rob Zombie. Un film aggressivo e disturbante che mantiene innumerevoli citazioni al cinema di genere e che riscrive il concetto di remake. Anche perchè il sequel prende una strada tutta sua. Infatti, passano ancora due anni e Rob Zombie prosegue la storia del serial killer, allargando il punto di vista ma concentrandosi sempre su Myers e sulla sua folle mente. Anche qui troviamo scene oniriche che disegnano la pazzia di Mike alla perfezione, facendoci calare nel suo subconscio. Una curiosità: verso la fine, per la prima volta in ben 8 film, Mike Myers si toglie la maschera per parlare. L’unica parola che però esce dalla sua bocca è: “Die!, “muori!”. Inoltre, con Halloween inizia un sodalizio con il grandissimo Malcolm McDowell, la cui fama lo precede senza ombra di dubbio.

Questi due Halloween hanno fatto un po’ da spartiacque nella carriera di Rob, condita anche da un fake trailer con Nicholas Cage nel progetto Grindhouse scritto dalla coppia TarantinoRodriguez. I puristi del genere non videro le scelte stilistiche di Zombie con buon occhio, come se fossero quasi un oltraggio a John Carpenter. Non sopportavano il fatto che un novello regista si fosse spinto tanto in là, troppo, nonostante il beneplacito del creatore della saga originale.

Rob Zombie ha sempre voluto una certa libertà espressiva che gli permettesse di fare ciò che reputava meglio per i suoi film. Ma si sa, le logiche di mercato comandano tutto ed il terrore, quello vero, delle case di produzione è il divieto ai minori di 18 anni. Soprattutto laddove si parla di cinema di genere a tinte splatter.
Ed è qui che arriviamo al 2012, l’anno del contestatissimo “Le streghe di Salem”. Prodotto da Oren Peli, l’ideatore di Paranormal Activity, e Jason Blum, produttore con la sua Blumhouse di film come The Purge, Whiplash e Insidous 2, “Le streghe di Salem” è il suo film più contestato in assoluto. Visivamente potentissimo, come solo Rob sa fare, una spirale di immagini disturbanti tra lo psichedelico e l’onirico che toccano quasi la blasfemia, soprattutto nell’aggressivo finale caratterizzato anche da una musica che esalta il disturbo delle immagini. La tematica si può evincere facilmente dal titolo e come ha ammesso Rob Zombie stesso, questo film è “Ken Russel che dirige Shining”. Perchè le analogie, solo su un piano visivo, con quell capolavoro contestato de I Diavoli, sono praticamente servite. L’ultima, delirante sequenza, è costata molto caro a Rob. Una volta uscito nelle sale, Le streghe di Salem non riscosse il successo sperato proprio a causa delle forti critiche mosse che lo accusavano di essere un film blasfemo nonce pericoloso per l’emulazione di eventuali sette sataniche. Un film senza dubbio difficile da vedere ma che meriterebbe una seconda visione per essere apprezzato.

Dopo il contestatissimo ultimo film, Rob si ritirò negli studi di registrazione per incidere due album. Nel frattempo attivò un crowfounding per autoprodursi il suo ultimo film, uscito in italia in direct-to-video, 31. La tematica legata alla festa di Halloween è tanto cara a Rob: ogni suo film è contestualizzato proprio nella notte della festa dei morti. Ed anche 31 non è da meno e lo si può notare già dal titolo. Stavolta Rob abbandona la psichedelia e l’onirismo tornando alle origini e costruendo un film dalla trama scarna che funziona da espediente per mettere in scena uno spettacolo granguignolesco. Perché, in fin dei conti, 31 è così. Un pretesto per esaltare il buon vecchio splatter. Non si sa perché accade quello che si vede. Accade e basta. E la nostra Sheri Moon dovrà fuggire o combattere per evitare morte certa. Non sappiamo il perché, non sappiamo come è iniziato ed il finale aperto non ci farà sapere nemmeno quale sarà l’epilogo. Un esercizio di stile fine a sé stesso che però riesce perfettamente nell’intento di intrattenere. E considerata la storia che c’è dietro l’autoproduzione, va anche bene così. Perché ormai Rob l’ha capito: se vuoi che una cosa sia fatta bene, fattela da solo.

Rob Zombie ha ricevuto molte critiche con il passare del tempo. Accuse di essere un po’ troppo fine a sé stesso e di essere diventato scontato nella sua cattiveria visiva. Il che è anche possibile ma non è necessariamente un dramma se questo suo ammorbidirsi è legato ad una costante maturazione stilistica. La sua firma è palpabile in ogni suo film ed ha dato linfa vitale ad un genere che molto spesso ormai cade nel banale, dove lo stupore e le buone idee sembrano sempre venir meno. L’unico suo vero problema è legato più alle logiche di mercato che continuano il gioco al massacro portato avanti nei film tagliando a suon di colpi di cesoia metri e metri di pellicola. Rob ci mette la faccia e tutto il suo coraggio. Sarebbe bene che le case di produzione facessero altrettanto. 

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