King Arthur: Legend of the Sword – la recensione in anteprima

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Guy Ritchie ritorna al cinema dopo Operazione U.N.C.L.E. e questa volta ci catapulta nell’universo medievale dell’Inghilterra bretone. Si parla del giovane Artù (Charlie Hunnam), della scoperta della sua vera identità e delle decisioni che poi dovrà prendere una volta scoperto di essere il legittimo erede al trono. L’Artù di questo film è stato strappato dalla sua famiglia quando era piccolissimo e vive in un bordello dell’antica Londinium, passando le giornate assieme ai suoi fidati amici Stecchino (Kingsley Ben-Adir) e Mangia Galli (Neil Maskell). Qui egli ha imparato a guadagnarsi da vivere e farsi forte da solo, combattendo a spallate e con i pugni stretti. All’opposto a queste scene si assiste alla vita “di corte” di Vortigern (Jude Law), il sovrano crudele che ha rubato il trono a Uther Pendragon (Eric Bana), padre di Artù e sovrano legittimo. Vortigern è minacciato e si sente in pericolo costante per i suoi atti e per la sua corona non legittima e decide quindi di trovare Artù e ucciderlo. Tutti i giovani dell’età giusta vengono così radunati a Camelot per provare ad estrarre la famosa spada Excalibur; è così che Artù scopre di essere il legittimo Re. Viene quindi catapultato in una vita nuova (non per forza migliore della vecchia) dove dovrà affrontare il passato e Vortigern, con l’aiuto dei suoi nuovi amici e di una maga.

L’originalità del film consta nella nuova interpretazione che Guy Ritchie gli dona.

Il regista, da amante della cultura pop , ci pone davanti ad un nuovo tipo di eroe.

Artù, infatti, appena scopre di essere il legittimo re non ne è entusiasta e anzi vorrebbe cedere volentieri a qualcuno il suo fardello per tornare alla precedente vita. Solo grazie alla spada e alla Maga egli cambierà idea. Inizialmente l’eroe è sbruffone, spregiudicato, nemmeno troppo onesto ed è proprio questo lo differenzia da tutte le precedenti interpretazioni che erano state fatte di Re Artù. Anche l’antieroe Vortigern è un po’ diverso dal solito. E’ un sovrano consapevole di stare in un posto che non gli spetta e da cui teme di essere spodestato. Allo stesso tempo è maligno, ma non estremamente crudele, ed è per questo che il ruolo calza a pennello in un Jude Law dallo sguardo ammiccante e allo stesso tempo freddo. Lo stesso Jude Law e il suo personaggio vengono però “rovinati” dall’immagine a computer che gli viene successivamente data.

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Animali e mostri fantastici popolano questa Camelot: serpenti enormi, sirene, elefanti di dimensioni assurde.

E allo stesso tempo non solo i maghi hanno il potere, ma anche i Pendragon (ovvero la stirpe di Artù e di suo padre Uther: essi traggono forza direttamente da Excalibur, forgiata proprio per la stirpe dalle mani stesse di Merlino) e Vortigern. Proprio parlando di Merlino si deve fare una nota a riguardo: se nell maggior parte delle opere che trattavano questo ciclo leggendario Merlino era quasi sempre tra i protagonisti, qua non è che un personaggio marginale che viene mostrato brevissimamente in una sola scena. Le scenografie, curate da Gemma Jackson, sono imponenti e sono lo scenario perfetto per un’interpretazione rock-pop della vicenda di Re Artù, dalla torre di Vortigern a Camelot alla grotta delle sirene, alla Londinium di porto ricca di rovine classiche romane.

Il lavoro di post-produzione al computer, come dichiarano i protagonisti, è però imponente, sia per quanto riguarda le scenografie sia per quanto riguarda gli animali e gli effetti speciali dei combattimenti (proprio in queste scene l’effetto dato dal computer è quasi esagerato e fin troppo contrastante).

La bellezza, se così si può dire, di questo film sta proprio nella nuova interpretazione che Guy Ritchie da alla vicenda bretone. Montaggi e scene dal ritmo sincopato e frenetico si susseguono in continuazione, quasi togliendo il fiato allo spettatore, a cui certo non viene lasciato il tempo di riflettere. E questo si vede in ogni scelta registica, dagli zooming dall’alto (molto simili alle riprese aeree dei videogiochi moderni) ai dialoghi dei piani di azione (e qui francamente Artù sembra Ocean alias George Clooney) tipici proprio dei film d’azione. Questi tagli velocissimi e gli effetti un poco esagerati, se all’inizio possono sorprendere per la linea innovativa di una storia ormai vista e rivista, dopo qualche scena stancano e risultano eccessivi e soprattutto ripetitivi (anche perché sono effettuati anche in scene in cui non ve ne è assolutamente bisogno). Complice qui sembra essere anche la durata del film che forse risulta leggermente allungata (126 minuti) per la trama che in realtà si deve sviluppare.

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Menzione d’onore va al compositore Daniel Pemberton che ha creato delle musiche forse un poco estreme ma che rispecchiano perfettamente le intenzioni iniziali di Guy Ritchie.  Batterie assordanti accompagnano combattimenti e scene in movimento, aiutando a dare quel ritmo sincopato e allo stesso tempo discordante che caratterizza tutto il film. Magari vi può venire una mezza idea immaginando le scene di The Young Pope dove le musiche stonano assolutamente nel contesto di ambientazione ma rispecchiano perfettamente la mentalità del personaggio e soprattutto lo stile della composizione.

Due personaggi d’eccezione compaiono nel film, uno sfigurato David Beckam e Poppy Delevingne (sorella della più famosa Cara Delevingne) nei panni della madre di Artù.

L’idea della reinterpretazione del ciclo bretone in modo innovativo era davvero buona, e anche la probabile intenzione di rivisitarlo in chiave moderna in modo da adattarlo di più alla visione per le nuove generazioni (e in questi intento probabilmente il film riuscirà a fare successo-anche di botteghino); ma il prodotto che ne esce non è all’altezza dell’idea iniziale. Probabilmente sarebbe stato interessante vedere estremizzati ancora di più personaggi ed ambientazioni.

Per capire meglio lo stile sincopato cui ci si riferisce nel testo consiglio di guardare questo trailer: