7 minuti dopo la mezzanotte – Recensione in anteprima – No spoiler

“Questa è una storia come tante, comincia con un ragazzo troppo grande per essere un bambino e troppo piccolo per essere un uomo”

A dircelo, con una frase iniziale che è anche dichiarazione d’intenti, è la voce calda e profonda che Liam Neeson presta (ma sarebbe meglio dire “dona”) al “mostro che chiama” del titolo originale, un albero animato, gigantesco ed antropomorfo.

Il ragazzo in questione è invece lo sventurato Conor O’Malley, colto qui, proprio alle soglie dell’adolescenza, nel momento più difficile della sua vita: la mamma, malata di cancro, sta per morire, e a scuola, come se non bastasse, è vittima della quotidiana violenza di un gruppo di bulli.

L’incontro tra i due avviene una notte, quando proprio l’albero che Conor scorge dalla finestra della sua cameretta prende vita, raggiunge l’abitazione e lo afferra, cingendolo con la sua mano legnosa. Le sue intenzioni non sono però cattive come potrebbero sembrare. Vuole in realtà solamente raccontargli qualcosa: tre storie, per l’esattezza, una per ogni volta in cui verrà a fargli visita, rigorosamente sette minuti dopo le 12 (am o pm che siano, in realtà, diversamente da come recita il titolo italiano). A seguito di questi tre racconti dal valore, a suo dire, didattico, però, il mostro pretende che sia il ragazzo a racconatargliene uno, quello più importante di tutti, la verità che egli nasconde intimamente.

A monster calls è un film veramente atipico, per certi versi spiazzante se visto senza la giusta predisposizione. L’elemento fantasy che pare essere preponderante si rivela in realtà, per quanto determinante, meramente accessorio: per intenderci, difficilmente ci aspetteremmo di trovarlo nel ciclo “fantastica avventura” (ammesso che ancora esista) di Italia 1. E questo sia perché non viene intrapreso, da parte del nostro giovane eroe, alcun viaggio verso mondi straordinari con orchi, draghi o altre simili creature mitologiche-allegoriche da sconfiggere, sia perché non vi è alcun alleggerimento ironico per una pellicola che, a tutti gli effetti, si struttura e configura come un vero e proprio film drammatico.

Se il modello di riferimento partendo dall’incipit pare essere un classico del genere come La storia infinita (il bullismo a scuola, la madre qui morente e lì già venuta a mancare, la fantasia come risorsa fondamentale), pian piano lo spettatore si accorgerà di aver fatto male i propri calcoli e dover aggiustare la mira. Ci troviamo infatti più vicini ad una politica di continua dialettica tra il reale e il fantastico dei drammi fiabeschi alla Del Toro (si pensi a La spina del diavolo e soprattutto a Il labirinto del fauno), piuttosto che a una dimensione del viaggio immaginifico che dialoga sì con la realtà, ma trasfigurandola metaforicamente all’interno di un percorso dalle tappe ben definite (e qui l’esempio classico non può che essere Il mago di Oz). Di derivazione deltoriana è poi quel senso di necessità di andare oltre alle apparenze, di tutelare il diverso e ciò che solo a prima vista può apparirci mostruoso (“Gli uomini reagiscono con la violenza di fronte a tutto ciò che non capiscono” dice la madre a suo figlio mentre in tv scorrono le immagini dell’attacco degli aerei a King Kong sull’Empire State Building nel film di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack del ’33).

Non è un caso infatti che il regista, lo spagnolo Juan Antonio Bayona, abbia esordito, nell’oramai lontano 2007, proprio grazie all’egida produttiva del sopracitato cineasta messicano con l’ottimo horror The Orphanage. Anche lì, ancor più dell’atmosfera di tensione, a contare era l’indagine psicologica e lo scavo psicanalitico all’interno dell’inconscio della protagonista.

La particolare attenzione introspettiva è indubbiamente uno dei punti di forza di questo suo ultimo lavoro, in cui l’alto budget dovuto all’importante co-produzione USA-Spagna (ma l’ambientazione è inglese) per una volta riesce ad andare a braccetto con una sensibilità tipica degli europei e spesso estranea agli americani. Non ci sono dunque, fortunatamente, archi eccessivi ed invadenti nella colonna sonora né spettacolarizzazioni fini a se stesse. L’effetto speciale è utilizzato con la dovuta misura ed il mostro in CGI non sfigura affatto nel contesto in live-action nel quale è inserito. Di indubbio gusto visivo sono anche le sequenze dei racconti del mostro, realizzate con animazioni stilizzate dal fascino gotico, poiché il disegno rappresenta l’unico motivo di espressione per il turbamento emotivo di Conor (molto suggestive le inquadrature dei tratti concentrici o a spirale in divenire che la sua matita lascia sui fogli).

In definitiva Bayona riesce a delineare coerentemente il riflesso sull’esterno del turbamento interiore e dello straniamento del piccolo protagonista, riuscendo a comunicare tramite efficaci escamotage visivi: l’uso intimista della macchina a mano (in interessante contrasto con le sequenze a più alto tasso di spettacolarità), giochi di fuori fuoco (espressione di una realtà sbiadita) e di fuori campo (il volto degli insegnanti costantemente escluso dalle inquadrature, sottile accusa all’assenza della scuola di fronte alle proprie responsabilità educative; più esplicativo in questo senso il cameo della grande Geraldine Chaplin). Il regista merita poi una menzione speciale per quanto riguarda l’ottima direzione attoriale; spiccano, tra gli interpreti, l’intenso Lewis MacDougall, capace a soli 14 anni di caricarsi sulle proprie spalle l’intero film e la sempre brava Sigourney Weaver, nonna materna apparentemente fredda ed arcigna, ma allo stesso tempo devastata dal dolore per la figlia (una Felicity Jones molto misurata in un ruolo niente affatto semplice).

C’è da dire, però, che il film ha un limite non da poco, ed è evidentemente nel suo target di riferimento. In questo senso la citazione riportata qui come incipit rischia di ritorcersi come un boomerang contro gli esiti al botteghino della pellicola stessa (non un grande successo internazionale, rischio flop in Italia la cui data d’uscita è fissata al 18 di maggio dopo l’anteprima al Future Film Festival di Bologna il 2 maggio). Tradotto: troppo per bambini per un adulto e troppo per adulti per un bambino. La responsabilità principale risiede forse nella sceneggiatura di Patrick Ness, autore del libro omonimo da cui il film è tratto, e nella sua incapacità di trovare almeno un fattore “sdrammatizzante” per quello che a conti fatti risulta un percorso catartico eccessivamente doloroso e sofferto, per quanto molto ben confezionato, originale e di gran fascino, per un ragazzo.

Verrebbe da dire, un guilty unpleasure.