L’arte degli “opening titles” in 10 iconici esempi

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Dr. No (1962), di Terence Young
[007 – Licenza di uccidere]

Se in un primo momento nella storia del cinema, come già detto, i titoli di testa erano semplici scritte, mai obiettivo delle cure del regista, ma piuttosto una mera presentazione, l’avvento della televisione negli anni ’50 costrinse i produttori cinematografici a difendersi dalla popolarità di questo nuovo strumento, un po’ come in questo inizio di secolo il cinema deve difendersi da internet. La strategia scelta all’epoca fu quella di rendere in un certo senso più attraente il cinema. Così tra le  innovazioni portate ci fu anche quella di presentare i film al cinema con lunghissime fila di titoli che conferissero un senso di gravità ed importanza alla pellicola, servendo non tanto a rendere merito a chi il film l’aveva realizzato, quanto invece a meravigliare lo spettatore.
Parallelamente a questo, si capì anche quale potenziale artistico avesse il momento dei titoli di testa e per  questo si avvicinarono alle grandi produzioni designers come il già citato Saul Bass o come il protagonista del prossimo video, Maurice Binder, che lavorò a film di Stanley Donen, come Arabesque, Sciarada e L’erba del vicino è sempre la più verde.
Proprio dopo il suo lavoro in quest’ultimo film arrivò la chiamata che gli permise di mettere mano ad 14 altri film, la chiamata dei produttori di James Bond. Se per l’Aston Martin dell’Agente 007 bisogna ringraziare l’estro di Sir Kenneth Adam, per i clamorosi titoli di testa di Dr.No (in italiano: Licenza di uccidere) bisogna ringraziare il genio di Maurice Binder. Senza dimenticare tutto quel che venne dopo, con i credit titles di From Russia with love, Missione Goldfinger, Operazione Tunderball e così via per quattordici film di Bond, fino ai due interpretati da Timothy Dalton.
Nei titoli di Dr.No, per completezza realizzati in collaborazione col direttore della fotografia Trevor Bond, 007 si sposta verso il centro della scena e spara verso il pubblico come nel finale del cortometraggio muto di Edwin S. Porter, The Great Train Robbery, del 1903, che secondo lo storico dei media James Chapman presenta un’evidente analogia col lavoro di Binder. Chi ha certamente influenzato questi titoli di testa fu Saul Bass, troppo celebre all’epoca per non influenzare quello che a tutti gli effetti era un suo collega, quello forse destinato al maggior successo.

Questa famosa sequenza viene chiamata gunbarrel, poiché come tutti sappiamo la sua protagonista è la canna di una calibro .38 con rigatura a 6 solchi. La manipolazione di figure geometriche elementari era una scelta artistica in linea con alcune correnti dell’epoca, come la Optical Art. La gunbarrel negli anni ha cambiato vesti, per citare alcuni esempi il modo di sparare è cambiato più volte dal classico salto e sparo al volo dei primi film, passando per uno sparo previa flessione del ginocchio sinistro come in Thunderball, oppure lo sparo sostenendo il braccio destro col sinistro visto fino a Bersaglio mobile, per arrivare a GoldenEye in cui la canna della pistola è fatta con la CGI. Ne La morte può attendere Bond centra esattamente la canna che lo inquadra, in Casino Royale sorprendentemente la scena dei titoli di testa venne contestualizzata nella trama e 007 spara ad un uomo in un bagno. In Quantum of Solace e Skyfall la gunbarrel è posticipata ai titoli di coda. Queste e tanti altri piccoli dettagli sono cambiati nel corso dei vari film ed è curioso notare come queste modifiche siano diventate sempre più radicali col passare degli anni, come a stimolare il pubblico dei film di Bond, composto sempre più da veri e propri cultori della saga. Ovviamente tale situazione è stata anche figlia del fatto che Bond, divenuto un personaggio iconico, è stato più volte reinterpretato sia dagli attori, che dai registi, che da chiunque altro abbia partecipato al suo processo creativo nell’arco delle 24 (+3) pellicole a lui dedicate.

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