L’arte degli “opening titles” in 10 iconici esempi

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Vertigo (1958), di Alfred Hitchcock
[La donna che visse due volte]

Il primo e più famoso interprete di questa arte fu senza dubbio Saul Bass, il designer che tra il ’54 e il ’66 curò i titoli di testa di più di 30 film, di registi come Kubrick, Hitchcock, Wilder, Scorsese, Preminger e Aldrich, oltre agli immortali Ocean’s Eleven e West Side Story. Il suo più grande merito era quello di riuscire a catturare l’essenza del film e sintetizzarla nei titoli di testa con soluzioni grafiche assolutamente straordinarie. Ecco perché in questa lista non può assolutamente mancare uno dei suoi capolavori, anche se, a dirla tutta, per Saul Bass ci sarebbe da fare una lista a parte. Ecco alcuni suoi lavori.

In Vertigo (in italiano La Donna che visse due volte, anche se citare il titolo tradotto è una bestemmia e per tutte le recriminazioni del caso vi suggeriamo questo articolo), di Alfred Hitchock, Saul Bass scelse di ispirarsi al surrealismo di Bunuel e presentò subito uno dei motivi principali del film: la spirale, che ricorre non solo nei titoli della pellicola, ma in vari momenti e dettagli della narrazione, come nello chignon di Madeleine o negli incubi di Scottie. I titoli mostrano infatti il volto tagliato di una donna e, dopo aver indugiato sulla bocca, si spostano su di un occhio dal quale emerge appunto una spirale. Per tutta la durata dei titoli di testa spirali diverse, più o meno geometricamente complesse, si alternano nascendo e morendo l’una dentro l’altra, fino a “rientrare” dentro l’occhio, ricordando ancora una volta la duplicità e la circolarità protagoniste dell’opera di Hitchcock.
I nostri occhi oggi, viziati dalla CGI, non vengono più sorpresi da una soluzione grafica del genere, ma per il 1958 si trattava di una novità assoluta, affascinando lo spettatore come fosse sotto ipnosi, suggerendo la vertigine e lo scivolamento in un oblio, dove non ci sono punti di riferimento, anticipando ancora una volta le tematiche di Vertigo.
Un dettaglio ancor più suggestivo è che nel 1953, solo 5 anni prima dell’uscita del film, Watson e Crick scoprivano il più grande segreto biochimico dell’uomo, ovvero la struttura del DNA, che per l’appunto si compone di una doppia elica, una doppia spirale se vogliamo. La notizia fu un autentico evento per l’epoca e influenzò fortemente scienziati e artisti del tempo. Probabilmente anche Hitchcock non rimase indifferente di fronte a tale scoperta e richiamare il DNA, per mezzo di una spirale, in quella che è una vera e propria presentazione del film e del suo leitmotiv significa, in un certo senso suggerire, che tutto ciò che vedremo nella pellicola è legato intimamente alla natura più profonda dell’essere umano.
Oppure le spirali erano semplicemente molto fighe.

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