L’altro volto della speranza – recensione senza spoiler

“Forse i miei film non sono capolavori, ma sono documenti del loro tempo. Questo è abbastanza per me.
Non sono in grado di girare capolavori, nonostante ci provi”

Cosi’ Aki Kaurismäki descrive i suoi film e non si può che dargli ragione.
Sicuramente L’altro Volto della speranza è un documento del suo tempo che vuole sensibilizzare il pubblico sul tema dell’immigrazione da paesi nel caos come Siria e Iraq e non manca di criticare l’approccio da Ponzio Pilato di molti paesi, tra cui anche la sua Finlandia. Ma veniamo alla pellicola.
Definire un film capolavoro è esercizio effimero, quasi impossibile a poche settimane dall’uscita di un film, che non spetta a chi vi scrive. Quello che si può affermare senza timori è che siamo nel cru del grande cinema, come dimostrano la nomination all’Orso d’Oro come miglior film e l’Orso d’Argento vinto da Kaurismäki per la miglior regia .
Il film è costruito con maniacale cura del dettaglio, che emerge dalla composizione pittorica di certe scene, i dialoghi jazzati e le tempistiche magistrali che sfruttano a pieno i novantotto minuti dando la giusta intensità senza appesantire.
Oltre al talento per la regia, da bravo nordico Kaurismäki ha anche ricevuto carrettate di eccentricità, che lo porta a nascondere la meticolosa lavorazione del film dietro ad un velo di leggiadro surrealismo.

L’opera si basa su due storie ben distinte, quasi due film indipendenti, che ad un certo punto si fondono.
Khaled sbarca clandestinamente in Finlandia dopo una lunga fuga dalle bombe di Aleppo che gli hanno portato via la famiglia e la fidanzata. Nei numerosi passaggi di frontiera ha pure smarrito la sorella, unica persona cara rimastagli. Appena sbarcato si reca alla polizia dove fa richiesta di asilo politico, che purtroppo gli verrà negato. Nel mezzo dell’iter burocratico il lungo racconto delle sue tristi peripezie alle autorità, la bella amicizia con un profugo iracheno e le variegate reazioni dei filandesi alla vista di un immigrato, dalle aggressioni xenofobe di improbabili gruppetti neonazisti al supporto dell’infermiera del centro di accoglienza, fredda solo nell’aspetto, che lo aiuta a fuggire prima di essere rimpatriato.
Wikström è un signore di mezz’età che vende camicie all’ingrosso. Appesantito dalla vita ad un certo punto lascia la moglie e il lavoro. Svuotato il magazzino delle rimanenze prende i soldi e corre alla sala da poker dove, dopo una partita lunga una notte intera, moltiplica il personale tesoretto. Il malloppo viene investito per rilevare “La Pinta d’oro”, ristorante molto profittevole cha ha solo bisogno di una rinfrescata alle pareti…e al menu.
I due episodi presentano due stili ben distinti. La storia di Kahled ha i toni realistici di un documentario, quella di Wikström è cinicamente ironica e surreale.

La fusione avviene quando entrambi i protagonisti si trovano sull’orlo del baratro. Khaled, in fuga dalla polizia, dorme sotto il cassonetto dove Wikström butta gli avanzi di una cena di sushi organizzata nel tentativo di ravvivare il menu del locale, che stenta ad andare oltre la vendita di birra. I due all’inizio hanno uno scontro violento, ma subito dopo che Wikström ha steso il malcapitato rivale con un destro capisce la sua condizione e decide di aiutarlo.
Da qui il film sterza bruscamente e prende la forma di un inno alla fratellanza e alla speranza, con un happy ending che inonda il pubblico di buoni sentimenti dopo una prima parte piuttosto asettica. E questo sembra essere un tratto distintivo del cinema di Kaurismäki, come lui stesso afferma:

“Decido sempre di dare un finale triste ai miei film, ma poi mi dispiace per i miei personaggi e all’ultimo minuto metto l’happy ending”.

Come tutti i grandi registi Kaurismäki è prima di tutto uno studioso della materia cinematografica, che dichiara apertamente di ispirarsi a Melville e Bresson e ha chiamato la propira casa di produzione Villealfa in omaggio ad Alphaville di Godard. E difatti nel film troviamo chiari elementi attribuibili ad altri cineasti illustri, come l’utilizzo della musica, un rock finlandese d’ispirazione americana anni ’50, alla maniera di Kusturica e Jarmusch e il surrealismo delle scene ambientate nel ristorante che evoca situazioni da film di Wes Anderson.