In sordina: Film – La danza de la realidad, di Alejandro Jodorowsky

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Per chi scrive è estremamente difficile parlare di Alejandro Jodorowsky (che ha da poco spento 88 candeline) in maniera completamente asettica. Innanzitutto per il cuore che ha avuto (e ha ancora) per lo Jodorowsky cineasta, ma soprattutto per lo Jodorowsky scrittoreLa danza della realtà, durante il mio primo anno d’università pendolare è un romanzo (lo si può definire così?) che ho letteralmente divorato: ogni parola, ogni descrizione, ogni virgola traspariva tutta l’essenza di chi lo ha scritto, un concetto che detto così può risultare banale, ma si sa che dopo il fatto si è tutti dottori … Quindi, sfogliai, distrattamente, il programma del 31 Torino Film Festival e vedendo tra i film in programma il succitato titolo l’anima ha doppiamente sussultato: innanzitutto per la possibilità di vedere al cinema il ritorno di un uomo che è stato definito alternativamente genio, mago e buffone: ma ancora di più perché era quel romanzo che il pendolare di cinque anni fa ha amato di un amore che fa scalare le montagne.

Quando comparvero i titoli di testa del film, vedendo il suo nome proiettato sullo schermo c’è stato un sussulto. Sussulto che, man mano che il film procedeva, si trasformava in perplessità, confusione, impossibilità di giudicarlo oggettivamente. Poi, giorni dopo la sua visione, ho incominciato a sfogliare il mio diario di spettatore e la mia mente è tornata a una scena diventata iconica del suo cinema, l’esordio di El Topo (1970) quando Jodorowsky, nerovestito a cavallo, con il Figlio piccolo nudo sulle sue spalle, lo fa scendere e gli dice: «Hai compiuto sette anni, sei un uomo, oramai: seppellisci il tuo primo giocattolo e il ritratto di tua madre»; e meccanicamente l’ultima scena di quel film, dove il Figlio, adulto, si allontana a cavallo, nerovestito come suo padre, con l’ombrello per ripararsi dal sole.

Questo ha fatto andare oltre gli evidenti difetti tecnici de La danza de la realidad (una fotografia maldestra e una evidente puzza di artefatto fin troppo eccessivo), giungendo alla conclusione di aver visto il film definitivo di un autore. Jodorowsky si mette allo specchio (letteralmente), rivede la sua vita, o meglio la reinventa, mostrando un padre (Jaime) forte e autoritario, staliniano anche nell’aspetto (così come lo descrive nel libro) che educa il figlio a sopportare il dolore e l’umiliazione, a seppellire metaforicamente la madre (Sara), che lo vede come reincarnazione del genitore che non ha mai conosciuto. Non solo, inscena pure i sogni dei suoi genitori, uccidere il presidente della repubblica del Cile Ibáñez (il padre) ed esprimersi col canto (la madre), e il sogno di riunirli in catarsi e creare una famiglia (lui).

È una autobiografia immaginaria ma si capisce pure che quanto ho amato come spettatore nei suoi precedenti film, dagli elementi barocchi, dai personaggi caricaturali, alle situazioni surreali, non erano semplicemente frutto della sua fantasia, ma anche (e soprattutto) persone che ha conosciuto nella sua vita, all’esistenza nella piccola comunità di Tocopilla dove i mutilati della miniera erano gettati in strada e affogavano il loro dolore nell’alcool puro, i clown del circo, i santoni, le donne opulente, i nani banditori, dove si credeva in una sorta di sciamanesimo cattolico (la madre guarisce il padre dalla peste orinandogli sopra, dopo aver pregato Dio). 

Non solo: Brontis, il figlio di Jodorowsky che interpretava il Figlio ragazzino che ne El Topo seppellisce il giocattolo e il ritratto della madre, ritorna qui, adulto che impone al piccolo Alejandro gli stessi gesti e la stessa educazione, e come in quel mai troppo lontano 1970 , il padre si evolve, cambia sino al sacrificio finale in una rinuncia (allora alla sua vita ora alla sua ideologia), attraverso in fondo quello che è sempre stato presente nel cinema del Nostro: una Via Crucis sciamanica taoista, con protagonista un personaggio che assume connotazioni cristologiche (in questo caso Jaime, prima di tornare a casa viene bandito nelle comunità in cui si reca e diviene allievo di un falegname) e che è costretto a rimettersi in discussione.

Giungendo alle battute finali del film, quando la famiglia abbandona Tocopilla per il Mondo, Alejandro si vede bambino, vestito da pompiere che avanza su un molo attraverso un corridoio di sagome delle figure che ha incontrato e hanno avuto un ruolo nella sua esistenza. Qua non si può non gridare al genio della semplicità. Sfido chiunque a non aver immaginato, per una volta, alla propria esistenza, come una pinacoteca di volti e sagome, in cui il proprio spirito fanciullo passa accanto, ridonandole vita, rendendo quelle sagome ancora vive e vitali. Ecco perché prima parlavo di film definitivo: perché fa sfilare il passato e la memoria per quello che sono, delle esperienze spirituali, per far sì che quelle porte percettive non si chiudano, non per essere un ricordo melanconico e meditativo del passato, ma perché esso diventi uno spiraglio di luce per il futuro. La gratitudine per ciò è una risposta fin troppo infima.

Il precedente articolo della rubrica In Sordina: Film, lo trovate qui

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