American Crime Story: The People v. O.J. Simpson

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Se nel giudicare le serie ci basassimo solo sui premi vinti —attività “losca” quanto il classificare e il paragonare, e che vi consiglio di non intraprendere mai— la prima stagione di American Crime Story sarebbe senza dubbio la serie dell’anno (2016). Senza appiccicarle scomode etichette posso dire che la prima stagione di questa “costola” di American Horror Story è davvero ben fatta, imponendosi come un coinvolgente legal-drama. Prima di approfondire la prima stagione bisogna fare una piccola premessa che chiarisca l’idea di fondo e la  struttura narrativa dell’intera serie.

Tra i produttori dello show ci sono anche Ryan Murphy e Brad Falchuk ideatori di American Horror Story che decisero di inserire l’idea del canale FX di portare sul piccolo schermo il caso di O. J. Simpson in un contesto più ampio. Da unica miniserie, Murphy e Falchuk decisero di farla diventare parte di una serie antologica sullo stile del loro precedente prodotto. Questa volta a fare da protagonista non sono i topos del cinema horror ma i casi giudiziari e i crimini più significativi della storia statunitense. Il progetto è già ben definito e la seconda e terza stagione hanno le loro storie e alcuni ruoli assegnati. Inoltre, queste stagioni verranno girate a distanza ravvicinata garantendo alla serie un’organizzazione granitica che offrirà al pubblico altre due storie nel giro di poco tempo. La terza stagione trasporterà sul piccolo schermo il libro dello storico  Douglas Brinkley The Great Deluge: Hurricane Katrina, New Orleans, and the Mississippi Gulf Coast, in cui si racconta la tragedia vissuta dalle vittime dell’uragano Katrina nel 2005. La storia si concentrerà sul punto di vista delle vittime e il ruolo del “criminale” sarà assegnato al Governo degli Stati Uniti, reo, secondo l’autore, di aver sottovalutato il rischio e di aver gestito la prevenzione in modo superficiale, condannando molti cittadini a subire una delle catastrofi naturali più apocalittiche della storia contemporanea. La seconda stagione, invece, si concentrerà su un fatto di cronaca ancora avvolto nel mistero, ovvero l’assassinio del noto stilista italiano Gianni Versace, avvenuto a Miami Beach nell’estate del 1997. La serie si baserà sul libro Vulgar favors : Andrew Cunanan, Gianni Versace, and the largest failed manhunt in U.S. history scritto dalla giornalista Maureen Orth. Entrambe le stagioni sono ancora avvolte da una fitta rete di misteri e del loro sviluppo si sa ancora molto poco. Possiamo dire con sicurezza che la seconda stagione beneficerà della presenza della pluripremiata Annette Bening (American Beauty, Being Julia) nel ruolo della governatrice della Louisiana Kathleen Blanco. Confermata anche la presenza di Matthew Broderick (Godzilla, Manchester by the sea) nei panni di Michael D. Brown direttore della Federal Emergency Management Agency. Inoltre, si parla, ma ancora nulla è confermato, della presenza di Courtney B. Vance anche in questa stagione, dopo lo strepitoso successo avuto nei panni dell’avvocato Johnnie Cochran nella prima stagione. Infine non è da escludere, sulle orme di AHS, che si ripropongano altri attori presenti nella prima stagione, come Cuba Gooding Jr.John Travolta e Sarah Paulson che si sono detti interessati a proseguire il progetto. Per quanto riguarda la terza stagione si sa solo che ad interpretare Gianni Versace sarà Edgar Ramirez (Carlos, Che-l’argentino), mentre per la parte del tossicodipendente e presunto assassino  Andrew Cunanan è stato scelto Darren Criss (Blaine di Glee). Anche se le notizie sono ancora poche sicuramente possiamo dire che le stagioni, sulla scia della prima, saranno fedeli il più possibile alla realtà, puntando molto sulla somiglianza degli attori con i corrispettivi personaggi. Infine, poco si sa della quarta stagione, ma probabilmente parlerà del sexgate che coinvolse l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e Monica Lewinsky.

Fatta questa necessaria premessa passiamo ad analizzare la prima stagione della serie, trasmessa in Italia da Rai4 e Netflix, senza avere neppure la paura di spoiler poiché quello che diremo non può essere considerato tale data la fama di cui gode la storia, inoltre gli autori danno per scontato questo e puntano a raccontare ciò che sta nel mezzo più che il finale. La vicenda che viene raccontata, ovvero il processo ai danni del campione di football americano e noto attore O.J. Simpson colpevole, secondo l’accusa, di aver assassinato brutalmente la sua ex moglie Nicole Brown e l’amico di lei Ronald Lyle Goldman, è forse uno dei casi di cronaca più discussi nella storia degli Stati Uniti. La cultura popolare, americana e non, ha accolto dentro di sé numerosi aneddoti collegati a questo processo (definito dalla stampa “processo del secolo”), uno su tutti la questione del guanto troppo piccolo, che in un certo senso scagionerà il divo. La storia è perfetta per essere portata sullo schermo poiché all’epoca (ve ne renderete conto guardandola) il processo ebbe un eco enorme, coinvolgendo l’attenzione di tutto il mondo, facendolo diventare, come sosterrà uno degli avvocati dell’accusa Christopher Darden (interpretato da Sterling Kelby Brown), un vero e proprio circo mediatico. In effetti l’intera vicenda getterà molto fango sulla procura competente nel caso e porterà a galla i numerosi limiti della giustizia americana, troppo influenzata da avvocati abili oratori e dalla selezione della giuria popolare. Lungi dall’essere un caso normale, il processo si discosta sempre di più dal ricercare la verità fino a introdurre dibattiti lontani dall’omicidio come la questione razziale (all’epoca argomento scottante a Los Angeles date le numerose rivolte dei cittadini neri contro la polizia) e la presunta intoccabilità dei divi americani.

O.J. Simpson è stato uno degli sportivi americani più amati, simbolo del riscatto di un’intera comunità, pur discostandosene largamente in stile di vita dopo l’arrivo dell’agognata fama. Personaggio controverso ma sostanzialmente amato da tantissimi, bianchi e neri. Il suo coinvolgimento nell’omicidio, la fuga in auto minacciando il suicidio, la consegna alle autorità e il conseguente arresto misero sotto shock l’intero paese (le reti televisive interruppero anche i playoff di NFL). La serie accentua molto questo aspetto della storia inserendo numerose immagini di repertorio, questo espediente è coadiuvato dalla resa perfetta della messinscena con attori somigliantissimi e ricostruzioni fedelissime. L’intera vicenda si basa sul libro dell’avvocato Jeffrey Toobin The Run of His Life: The People v. O. J. Simpson e insieme alla fedele trasposizione della realtà rende la stagione quasi come un documentario, la cui verosimiglianza viene leggermente abbandonata solo per spiegare qualche dinamica interpersonale tra i personaggi, che supponiamo vere ma non se ne può essere sicuri al cento per cento, ma ciò è davvero ai margini ed una dose di “romanzata” è più che accettabile, anzi rende più godibile la vicenda e mitiga l’approccio documentarista.

Forza portante dell’intero show è il cast. The People v. O.J. Simpson è una prova corale senza precedenti nella televisione, unire così tante ingombranti individualità e farne uscire una performance a più voci perfettamente equilibrata è probabilmente la vera ragione del successo dello show. A seconda delle parti in causa elencherò gli attori principali. Dal lato dell’accusa e rappresentanti della procura di Los Angeles abbiamo: Sarah Paulson (Marcia Clark, avvocato principale), il già citato Sterling K. Brown (Christopher Darden), Christian Clemenson (William Hodgman), Bruce Greenwood (il capo procuratore Gil Garcetti). Per la difesa, il cosiddetto Dream Team, che incarna il potere dei divi di difendersi ad altissimo livello anche in un contesto in cui un qualsiasi imputato “normale” sarebbe stato massacrato, abbiamo: Courtney B. Vance (il carismatico avvocato Johnnie Cochran), John Travolta (gigantesco nell’interpretare l’avvocato/ uomo mediatico Bob Saphiro),  David Schwimmer (che interpreta il migliore amico di O.J. nonché uno dei suoi avvocati di fiducia Robert Kardashian),  Nathan Lane (l’avvocato di esperienza F. Lee Bailey). Tutti loro, pur essendo attori di primo piano, si mettono al servizio del progetto ponendo in essere un’unica entità armoniosa. Tale armonia viene aiutata da numerosi comprimari davvero bravi, tra cui merita menzione Joseph Siravo nei panni di Fred Goldman  padre della vittima Ronald Goldman, che con alcune scene dà voce alla parte razionale della vicenda, squarciando il velo mediatico e riportando lo spettatore con i piedi per terra, facendolo rendere conto che l’oggetto del processo è un omicidio che come ovvio che sia ha distrutto delle vite, e certamente non la reputazione di un uomo famoso.

Sarebbe inutile soffermarsi su ogni singola prova, ma permettetemi di esprimere la sorpresa di ritrovare un David Schwimmer, l’amato ma mono espressivo Ross di Friends, in grandissima forma che ha regalato un personaggio onesto e incorruttibile (meraviglioso il discorso a tavola con i figli), un migliore amico esemplare fino alla fine pur nutrendo dei fortissimi dubbi sull’innocenza delle’amico. Gran riscatto per questo attore, bisogna dirlo.

Infine, pure essendo l’attore meno somigliante con il corrispettivo personaggio reale, Cuba Gooding Jr. regala un O.J. magnetico, la cui presenza si percepisce anche quando non è in scena (e sono molte le occasioni). Verso il finale di stagione l’attenzione converge tutta su di lui, e va detto che, anche grazie a lui, la stagione viene conclusa in maniera perfetta.

Gli attori esprimono al meglio le qualità e i limiti delle due squadre. L’accusa forte delle sue prove schiaccianti nella prima parte è presuntuosa e quasi odiosa, ma poi, grazie all’abilità della difesa nel sfruttare i media, la questione razziale e alcuni colpi di genio (vedi scena del guanto) inizia ad auto distruggersi esprimendo sfortuna e sostanzialmente una lieve incompetenza nel gestire un caso così complesso. Ogni prova contro l’imputato (paradossalmente anche molto solide) viene smontata dalla difesa che riesce a dribblare anche il problema di essere composta da tutti uomini alpha. In tale clima di confusione e abile oratoria trascinano la già spossata giuria in un vortice frustrante. Questa si pronuncerà a favore di O.J., ma non perché credono totalmente nell’innocenza di quest’ultimo (cosa impossibile da credere) ma perché l’accusa non riesce a convincerli che il divo sia “colpevole oltre ogni ragionevole dubbio”, e i giurati concludono che in fondo non è che la difesa abbia vinto ma semplicemente è l’accusa che ha perso. Tutto ciò fa nutrire davvero profondi dubbi sulla giustizia americana, e tali dubbi prendono forma nel monologo finale della bravissima Sarah Paulson.

La serie è stata sommersa da numerosi premi e altrettante nominations. Nove sono stati gli Emmy portati a casa tra cui quello di miglior serie, miglior attrice protagonista (Sarah Paulson), miglior attore protagonista (Courtney B. Vance) e miglior sceneggiatura. Inoltre, vorrei citare anche il premio per il miglior missaggio, dato grazie ad un singolo episodio, ma bisogna dire che l’uso incalzante delle musiche dona alla serie un ritmo molto piacevole. Vanno citate anche le tredici nominations sempre agli Emmy, i due Golden Globe alla miglior serie e a Sarah Paulson (se avessero potuto le avrebbero dato anche l’Oscar) accompagnati da altre tre candidature. Un trionfo.

La serie si chiude con un O.J. Simpson libero ma circondato da persone che non lo credono, ritto davanti alla sua statua che gli ricorda i suoi tempi migliori e fanno prevedere un lento declino (sarà poi condannato, incredibilmente, per una controversa rapina armata a trentatré anni di carcere). Non si può biasimare questo finale, poiché la domanda che assilla lo spettatore alla fine è sempre quella: se O.J. è innocente, chi ha commesso l’efferato delitto?

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