Billy Lynn – Recensione

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E’ un film anomalo Billy Lynn, eppure allo stesso tempo così facilmente inquadrabile e prevedibile. Anomalo già in partenza: è il primo lungometraggio girato in 120 fps (fotogrammi al secondo), quando prima d’oggi nessuno aveva superato i 48 de Lo Hobbit: un viaggio inaspettato. Se il film di Peter Jackson, però, esaltava una dimensione fiabesca extra-ordinaria, in un tripudio di scenografie in CGI e personaggi fantastici, al contrario l’ultima fatica di Ang Lee, il più occidentale tra i registi orientali, si gioca la carta del puro realismo. La quintuplicazione abbondante dei 24 fps di un prodotto standard è da leggersi come espediente narrativo, dunque: rendere più efficace l’immersione dello spettatore nella vicenda e, soprattutto, la sua identificazione col protagonista, un soldato americano fortemente turbato dall’esperienza in Iraq. Peccato che, di fatto, sono appena 6 i cinema al mondo attrezzati a proiettare il film con questi settaggi e che, di conseguenza, il 99,9% circa degli spettatori – me compreso- potrà limitarsi ad apprezzare tale sperimentazione solo “sulla fiducia”, privato della possibilità di esperirla a pieno.

Uscito nelle sale italiane il 2 febbraio, oscurato dall’ingombrante concomitanza col blasonato Hacksaw ridge di Gibson (curiosamente anch’esso un film sul difficile rapporto uomo/guerra), Billy Lynn vede al centro della scena il suo omonimo e diciannovenne protagonista (interpretato dal convincente Joe Alwyn al suo esordio sugli schermi), occhi azzurri e languidi, soldato della squadra Bravo distintosi in una pericolosa azione di guerra nel tentativo di salvare il proprio sergente dal nemico. Ciò a cui assistiamo è la giornata durante la quale, assieme ai suoi commilitoni, deve presenziare al tradizionale Halftime Show della partita di football del Giorno del ringraziamento. Accolti come degli eroi, ma vittime dei propri traumi, i militari vivranno l’evento come fosse nient’altro che l’ennesima missione di guerra, addestrati come sono nel risultare altro da sè: macchine spietate in battaglia o eroi dal viso pulito in pubblico.

Il susseguirsi di incontri, più o meno formali, tra stampa, spettatori, impresari e imprenditori (forse un po’ azzardata la scelta di Steve Martin nel ruolo del capitalista senza scrupoli), è intervallato da continui flashback riguardanti il passato di Billy: il rapporto con la sorella (un’ottima Kirsten Stewart sfregiata in volto), il ricordo del sergente assassinato (un Vin Diesel insolitamente misurato) e il costante rimbombo delle granate irachene. Fa da filo conduttore la contrattazione tra l’agente Albert (un Chris Tucker dagli occhi perennemente strabuzzanti) e i produttori cinematografici hollywoodiani interessati ad una  trasposizione su grande schermo della storia di Billy; da contorno la superficiale (volutamente?) storiella sentimentale dello stesso Billy con una cheerleader.

Il tutto è giostrato sul parallelismo continuo tra la violenza della guerra e la superficialità con la quale essa viene percepita da chi non l’ha vissuta; non c’è però una vera progressione drammaturgica e il procedimento risulta più per accumulo. La conseguenza inevitabile è l’eccesso, retorico, nel quale il film gradualmente finirà per naufragare. Una successione senza soluzione di continuità di dialoghi desolanti che esprimono, sì, il vuoto e l’inadeguatezza di chi li pronuncia, ma sono nello stesso tempo incapaci di scavare realmente a fondo nella psicologia dei personaggi.

Molti sono infatti, nel film, i ruoli secondari stereotipati, privi di una vera tridimensionalità e facilmente dimenticabili:i pari grado di Billy, tutti – come si suol dire -“tagliati con l’accetta”, il sergente Shroom di Vin Diesel, tanto interessante quanto poco approfondito, la cheerleader, tanto poco interessante quanto troppo – per quanto, per fortuna, poco – approfondita, l’agente di Chris Tucker, quasi macchiettistico, e il già citato Steve Martin decisamente fuori ruolo, più per un discorso di riconoscibilità nei confronti del pubblico che per demeriti veri e propri dell’attore (non gli riesce la magia che invece riuscì ad un altro grande Steve comico, Carrell, con Foxcatcher). Fa eccezione, oltre alla convincente prova della Stewart, l’ottima interpretazione che Garrett Hedlund dà del cinico sergente Dime dalla battuta sempre pronta.

Nonostante tutto la regia di Ang Lee si rivela a tratti molto efficace, soprattutto quando, al culmine della cerimonia, i militari marciano in direzione del palco al centro dello stadio (preceduti dalle Destiny’s child), più che mai straniati da un’atmosfera festante e chiassosa, in cui i fuochi d’artificio non possono che far riaffiorare alla mente il ricordo delle bombe, e il rullo di tamburi il suono dei colpi delle mitragliatrici. E’ qui che i movimenti di macchina si fanno più spettacolari, seguendo, aggirando e avvolgendo Billy e i suoi compagni, mentre il volume della musica e dei rumori si fa sempre più assordante: il tutto concorre nel metterci nella stessa situazione di disagio dei protagonisti, traghettando il nostro percorso emotivo con lo sguardo allucinato ed impotente del nostro “eroe”.

Altri punti su cui insiste molto la regia di Lee sono infatti i primi piani e le soggettive continue degli sguardi di Billy, spesso tradotte in violente panoramiche a schiaffo nelle quali le informazioni visive tendono a perdersi (chissà se nella corretta visione a 120 fps l’effetto percepito è lo stesso); i personaggi che si rivolgono a lui guardano dritto in macchina, violando una regola che nel cinema classico è ancora sostanzialmente un tabù. Parecchio stranianti sono inoltre le impostazioni dei dialoghi: anche qui il rispetto della linea del campo/contro-campo tende a venir meno, facendoci perdere le coordinate spaziali e mettendoci nella medesima situazione di inadeguatezza del protagonista.

Nel complesso il film si rivela però un’occasione persa e per molti versi incomprensibile, più sperimentale ma cinematograficamente meno riuscita di altri film sul tema (penso a American Sniper di Eastwood o ad Hurt Locker della Bygelow). Chissà però se in un prossimo futuro non se ne potrà parlare come di un audace precursore…

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